Scandalo Libor Fixing: in UK chi sbaglia paga. E da noi?

– “Sono dispiaciuto, deluso e arrabbiato”. Questo Bob (Robert) Diamond, CEO di Barclays da un anno e mezzo e dal 2005 membro del board, ha dichiarato davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta convocata ieri pomeriggio per far luce sullo scandalo del “Libor fixing“. La sua è la seconda testa a rotolare dopo che Marcus Agius, presidente del gruppo, aveva già annunciato le proprie dimissioni lo scorso lunedì, a pochi giorni dalla sentenza della CFTC che (assieme al dipartimento di Giustizia americano e alla FSA britannica) ha comminato alla compagnia una sanzione complessiva da 290 milioni di sterline.

Ecco in breve i fatti. Il Libor (London interbank offered rate) è il punto di riferimento mondiale del prezzo che le banche pagano per prendere a prestito il denaro nel mercato interbancario. Il tasso è calcolato e pubblicato ogni mattina dopo le 11 ora inglese dalla Thomson Reuters come media dei tassi comunicati all’associazione delle banche britanniche (BBA) da una ventina delle maggiori banche internazionali (tra cui Barclays). Il tasso può essere considerato (assieme al tasso d’interesse fissato dalla Fed americana) il primum movens della finanza mondiale essendo il punto di riferimento di decine di strumenti finanziari e quindi influenzando indirettamente il prezzo
del denaro in qualunque forma di prestito (fino ai tassi dei mutui e delle carte di credito).

La scorsa settimana è arrivata la sentenza, dopo mesi di indagini e la disponibilità di Barclays a collaborare con i regolatori dopo che alcuni “traders” erano stati colti con le mani nel sacco: viene condannato il gruppo inglese per aver manipolato il Libor, comunicando delle cifre ufficiali inferiori al tasso di interesse realmente pagato dalla banca.

La vicenda porta cattiva pubblicità alla City in un momento delicato, in cui il governo inglese è impegnato in una lotta senza quartiere contro numerosi governi europei e alcune delle istituzioni chiave dell’Unione Europea (BCE e Commissione incluse) per cercare di smorzare un’ondata di regolamentazioni ciascuna in grado da sola di cancellare con un tratto di penna il primato finanziario londinese.

Se però ci astraiamo dall’ottica di breve termine delle implicazioni politiche – il rapporto speciale tra il Regno Unito e l’Unione Europea – e populistiche – l’inevitabile ondata di furore mediatico contro gli “avidi banchieri” di Lombard Street – la vicenda inglese ha qualcosa da insegnare anche a quel malato cronico  che è il nostro sistema bancario (e politico).

Laddove i politici non scelgono gli amministratori delegati, infatti, questi fanno un passo indietro quando la propria autorità viene messa in discussione ed è minacciata la credibilità delle istituzioni che rappresentano. Le indagini sono rapide, le commissioni parlamentari bipartisan e l’opinione pubblica inflessibile nel giudicare l’operato del giudice e del condannato.

Laddove i consigli di amministrazione non sono il risultato di opache trattative partitiche o fossilizzati in decine di patti parasociali ma rispondono alle assemblee degli azionisti questi ultimi non esitano a mettere i primi di fronte alle proprie responsabilità, per esempio votando contro gli aumenti dei salari dei manager come sta avvenendo recentemente in quella che FT ha battezzato “shareholders spring“.

Quando queste regole di trasparenza e accountability non sono rispettate, come accade talvolta anche nel Regno Unito (vedi la vicenda Murdoch), sono le stesse istituzioni (giornali, giudici e commissioni parlamentari) che prima o poi danno il via all’ “opera di pulizia” che getta nel fango carriere e personalità che fino a poco prima sembravano inattaccabili.

Per dirla con Popper, queste istituzioni-fortezze durano il tempo che resiste la guarnigione che le presidia, ma dal momento che non crediamo che la qualità della nostra guarnigione sia endemicamente inferiore a quella anglosassone, qualcosa di sbagliato dev’esserci con le regole di guardia.


Autore: Winston Smith

Nato a Londra nel 1984. Un inglese a Bologna, per amore. Liberale, per scelta. Libertario, per natura.

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