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Nel calcio e nella politica, ci rialzeremo

– E anche stavolta è finita così, come finisce a intervalli biennali da ormai quattro anni: con il capitano Iker Casillas che alza la coppa e l’avversario di turno – si chiami Germania, Olanda o questa volta disgraziatamente per noi Italia – a piangere, disperarsi, rosicare con una poco appetita medaglia d’argento al collo. Momento difficile, quello in cui non solo ti disperi per l’occasione persa ma vedi anche l’avversario prevalere. Ancora più quando quell’avversario ce l’hai in casa; anzi, per la precisione, ancora di più quando vivi a casa sua.

È vero, chi scrive vive in Catalunya, terra di pochi entusiasmi “españolistas” e di molte pulsioni indipendentiste. Ma anche i catalani, di sottecchi e un po’ di nascosto, le partite della Roja le hanno guardate: non foss’altro per le urla che si spandevano in ogni dove, a ogni gol fatto o sbagliato dalla Selección campione di tutto. E sono anche scesi in strada a gioire, la notte del trionfo: forse non numerosi come a Madrid, Valencia o in qualsiasi altra città spagnola ma in tanti, comunque. E poi, in ogni caso, anche se vivi in Catalunya i media spagnoli te li devi sorbire, con la loro dose di tracotanza, sbruffoneria (giusta, ci costa oltremodo ammettere, alla luce degli ultimi risultati), fede incrollabile nel successo e nella vittoria della squadra allenata da Don Vicente del Bosque, il salmantino baffuto che ha insegnato a una generazione di fenomeni a non cullarsi sugli allori, ma ad avere sempre e comunque fame.

E quindi, molti di noi italiani che viviamo in Spagna si sono sentiti sconfitti due volte: per quel 4 a 0 che dà poco spazio alle recriminazioni (ma se Casillas non avesse parato tutto il parabile… se Prandelli non avesse fatto giocare gli sciancati… se Di Natale avesse messo dentro quella palla all’inizio del secondo tempo… se…se…se…) ma anche perché ci siamo inchinati rispetto ai nostri cugini, ai quali non aggiungiamo aggettivi, per non fare torto a quegli altri cugini, i francesi che loro sì, un aggettivo ben preciso ce l’hanno.

I nostri cugini che come in tutte le migliori famiglie che si rispettino ci guardano con un misto di diffidenza e ammirazione, di complesso di inferiorità misto a complesso di superiorità, di voglia di sorpasso e timore di irrilevanza. Il calcio, quello a eliminazione diretta, è una grande metafora della vita (nella vita il pareggio non è contemplato): e anche questi Europei, con le loro metafore a volte azzeccate a volte stucchevoli a volte volgari (il campionario sarebbe piuttosto composito, vero Sallusti?) ci hanno detto qualcosa non solo su come i nostri popoli vedono lo sport, ma anche la vita.

Quello italiano e quello spagnolo sono indubbiamente due popoli simili: la comune matrice mediterranea e cattolica li rende ugualmente indulgenti rispetto alle colpe, siano esse personali o collettive, e tutto sommato ben disposti riguardo al buon vivere e al buon vivere in compagnia, estranei a tentazioni calviniste che invece permeano di sé altri popoli più a Nord. Tuttavia, rispetto a noi italiani hanno, come scritto più su, sensazioni e sentimenti ambivalenti: l’italiano viene percepito, in generale, come maggiormente “encantador”, più furbo e smaliziato, dal sicuro fascino ed eleganza (c’è una diceria secondo la quale gli uomini spagnoli odiano gli italiani perché questi ultimi rubano loro le donne ma non esiste letteratura in merito, solo racconti di maschi iberici sedotti e abbandonati per colpa di manzi italici dall’indiscusso savoir faire) ma un po’ frivolo, dalla molta apparenza e poca sostanza.

In realtà, anche quando ci attaccano, e spesso ci attaccano, facendosi scudo dei luoghi comuni che ci portiamo dietro quando giriamo per il mondo (“la pizza”, “la pasta”, “la mamma”, “la mafia”, “il catenaccio”) sotto sotto ci rispettano, come quando Zapatero, premier di un’epoca prima dorata poi quasi tragica, per dire ai suoi concittadini che il suo Paese stava viaggiando con il vento in poppa vagheggiava di sorpassi sull’Italia (“siamo nella Champions League dei Paesi europei, abbiamo superato Roma”) o quando, nell’era più modestamente funesta che ci stiamo trovando a vivere, in tutti i tg è un florilegio di “ma anche l’Italia…” quando si parla di spread che sale, tagli da fare, tasse da imporre, aiuti da chiedere, paure per il futuro da esorcizzare.

E davvero, un’eventuale vittoria a Euro 2012 poteva essere un piccolo balsamo lenitivo, per noi italiani che viviamo qui, tempestati, ovunque ci giriamo, da notizie ansiogene e da una sensazione di crollo imminente che non si sa da che parte arriverà, e che spesso ci fa sentire immobili, contratti, senza forze.
Il Paese d’origine e il Paese di elezione stretti nella morsa del debito, i leader crepuscolari Berlusconi e Zapatero che annaspavano nell’acqua alta con il timore di affondare, e con loro l’intero Paese; le zattere Monti e Rajoy, il tecnico e il politico, indeboliti dopo i primi mesi di luna di miele, il primo per colpa di una politica irresponsabile e infantile, il secondo per via dell’incapacità di trasformare una maggioranza numerica assoluta in una leadership sicura, affidabile, credibile.

E noi che in Catalunya non ci facciamo mancare proprio niente, ci siamo già sorbiti tre manovre, tra poco quattro, del Presidente della Generalitat (la nostra Regione) Artur Mas, tre manovre di tagli draconiani (a proposito, perché quest’aggettivo si usa solo accompagnato dal sostantivo “tagli”, segno di una delle tante sciatterie che accompagnano il giornalismo italico?) in ogni settore della vita politica e sociale di questo territorio che è qualcosa di più di una Regione ma qualcosa meno di uno Stato.

Cittadini al cubo quindi, noi italiani, noi italiani in Spagna, noi italiani in Catalunya, soggetti ai tagli di Mas, alle inevitabili tasse di Monti, alle richieste di salvataggio (“che non è un salvataggio” e se lo dice lui c’è da – non – credergli) di Rajoy, già abituati a dividerci tra entusiasti ammiratori del modello Barça e rosiconi impenitenti (tra cui il sottoscritto) secondo i quali “questi azulgranas sono delle acque chete, non così sportivi come vogliono apparire, molto sopravvalutati e neanche tanto forti”, noi che portiamo avanti a testa alta anni di sconfitte (sportivamente parlando) aggiungendo alla Via Crucis dei nostri patimenti il 4 a 0 di Kiev, la partita del riscatto definitivo trasformata in quello dello sfottò permanente da scolpire nel marmo a futura memoria.

Ma noi, nonostante la sberla, ci siamo svegliati anche ieri orgogliosi di essere italiani, a livello sportivo e non solo, perché mai le nostre vittorie come le nostre sconfitte sono affari banali e sempre la nostra gioia è così intensa quanto è intensa è stata la nostra delusione, e la nostra amarezza.

Il crollo dei Mondiali 2010 in Sudafrica, quel Marcello Lippi con le mani sui capelli mentre la sua creatura colava a picco sotto i colpi della non esattamente irresistibile fanteria slovacca, ci ricordava la gerontocrazia italiana, l’impossibilità di farsi da parte e di accettare il tempo che passa, l’inadeguatezza nel gestire senza traumi il ricambio generazionale. La vittoria di quattro anni prima, quella del 2006, ci ricordava invece la forza e l’importanza di integrare le eccellenze e i talenti al servizio di un gruppo che vibra all’unisono e che all’unisono conquista traguardi e vince trofei.

Nella sconfitta onorevole in fondo all’Europeo magico del 2012, nella riconoscenza data da Prandelli a chi lo aveva portato fin lì nonostante non si reggesse più in piedi, nella resa comunque fiera e dignitosa fatta di lacrime virili e buffetti colmi di affetto di chi sa che non poteva dare di più, c’è un altro modo di essere italiani: un modo che mette la lealtà alle proprie idee e ai compagni di viaggio al primo posto anche a costo della sconfitta, un modo che ci dice che cadere non è così drammatico se ci si sa come rialzare.

Ci rialzeremo, come Nazionale e come Paese. L’abbiamo già fatto, perché l’importante, a Novembre come a Giugno, era non affogare, non affondare. Ora bisogna giocare per vincere. E se giochiamo come sappiamo non c’è Spagna (o Germania) che tenga.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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