La Cina è un castello di carte?

– Nell’immaginario comune, Pechino rappresenta la capitale mondiale del futuro, la città a capo della prossima prima potenza mondiale, il principale centro di un colosso economico-militare senza precedenti. Alcuni dati, però, se guardati con attenzione, potrebbero suggerire che tale colosso possa avere in dotazione i proverbiali piedi d’argilla.

Tali dati, su tutti il budget di sicurezza, danno l’immagine di un Paese che, nonostante la continua espansione economica, la spesa militare perennemente in crescita (seconda solo a quella degli Stati Uniti) e la conseguente maggiore intraprendenza in campo internazionale, cammina comunque sul filo del rasoio. Appurato che tutti i dati di interesse pubblico inerenti al funzionamento della macchina cinese sono coperti dal Segreto di Stato o sono comunque in parte occultati, un’analisi di quelli frammentariamente messi all’attenzione degli osservatori mondiali ci dice che Pechino spende più per la difesa interna che non per quella esterna.

Infatti, per quanto possa essere credibile il budget militare dichiarato da Wen Jiabao durante la prima riunione dell’Assemblea Nazionale del Popolo cinese – 80 miliardi di euro – occorre dire, innanzitutto, che oltre la metà di questa spesa consta degli stipendi degli effettivi (2 milioni circa più 5 milioni di riservisti) e, secondariamente, che in questo computo vanno inserite anche le 700 mila unità della Polizia Armata del Popolo (PAP), che sostanzialmente hanno funzioni di polizia.

Considerati dunque questi costi come di difesa non esterna bensì interna e valutate anche le competenze in tema di sicurezza del combinato disposto dei 4 Ministeri interessati (la già citata Difesa più Pubblica Sicurezza, Giustizia e l’ombrosissimo Ministero per la Sicurezza di Stato), il budget totale per la sicurezza cinese ammonta a 86 miliardi di euro.

Una così esorbitante spesa è giustificata dalle conseguenze che il modello di crescita di Pechino ha portato sui diversi strati della popolazione. Le relazioni centro-periferia, individuando come centri il Partito Comunista Cinese (PCC) nei confronti del resto della popolazione e la città rispetto alla campagna, sono estremizzate. Le leve del potere sono mosse esclusivamente dagli accoliti del PCC, mentre l’espansione economico-sociale delle città si sviluppa a scapito delle campagne.

Questi due fenomeni, queste due antitesi, rendono il potere dell’establishment politico sempre più debole. Difatti, se da un lato le campagne sono vessate da un massiccio inquinamento – sia dell’aria che, soprattutto, fluviale – dagli espropri forzati e dalla generale corruzione dei governatori inviati dal PCC, dall’altro la contrazione della crescita del PIL, dovuta sia all’inflazione dei beni di prima necessità e, in maggior misura, da una diminuzione delle delocalizzazione verso la Cina, rischia di creare malcontento nel neonato ceto medio.

Se a questo si aggiungono le istanze democratiche in crescita e, soprattutto, i richiami separatisti tra le popolazioni non han (l’etnia dominante), in particolare tra i tibetani a Sud-Ovest e gli uiguri nello Xinjang (a Nord-Ovest), si capisce come mai la stima dei cosiddetti “mass-incident” abbia raggiunto l’impressionante cifra di circa 500 al giorno (cresciuti di più di 20 volte dal 1993)!

Il governo cinese si trova ad amministrare le sorti di un popolo (1 miliardo e 300 milioni di persone) suddiviso in miriadi di realtà. La gestione dello sviluppo economico completamente concentrato nella crescita delle realtà urbane a scapito di quelle rurali e l’aggressività nell’insediarsi in aree di ceppo etnico diverso stanno accentuando le divisioni interne ai “sudditi” del PCC. Il fenomeno poi, ovviamente, va ulteriormente accentuandosi a causa della contrazione della crescita economica (“solo” +7,5% stimato per il 2012).

Qualora la diminuzione degli investimenti esteri dovesse ridurre la crescita tanto da sfiorare la stagnazione e qualora l’inflazione dovesse rimanere a questi livelli (cosa possibile vista anche la difficoltà nel soddisfare la domanda di risorse energetiche), si potrebbe assistere nel medio periodo alla “unione” delle lagnanze tra centro e periferia. La protesta congiunta di campagna e città è quanto più preoccupa la dirigenza del PCC il quale, con i suoi 80 milioni di iscritti, rappresenta in effetti solamente il 6% della popolazione cinese e, testardamente, continua a mantenere come interlocutore privilegiato la sola società urbana.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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