Sul taglio dei dipendenti pubblici si vedrà chi sta davvero con Monti

di PIERCAMILLO FALASCA – Dopo gli applausi e gli elogi ricevuti da Mario Monti per l’esito del Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno, la cui traduzione in atti concreti non è peraltro priva di rischi, i partiti politici che appoggiano in Parlamento il governo hanno l’occasione di mostrare il loro grado di responsabilità e di coerenza, sostenendo seriamente il piano di revisione della spesa in via di definizione. Non vi saranno molte altre chance di offrire all’opinione pubblica internazionale l’immagine di un Paese incamminatosi sulla strada della credibilità e del rigore: stiamo chiedendo che la “diga” europea sia consolidata con lo sforzo di tutti e che riesca a reggere la pressione fortissima della crisi fiscale, non possiamo dunque esimerci dal fare tutto il possibile per ridurre il livello dell’acqua nel bacino. Ergo, dobbiamo saper tagliare spesa pubblica, sia per scongiurare l’aumento dell’IVA dal 21 al 23 per cento che per contribuire sul fronte interno ad irrobustire la posizione negoziale italiana nell’ambito dell’eurozona. D’altronde, non mancano ragioni di equità nel promuovere una razionalizzazione della spesa dello Stato, delle Regioni e degli enti locali: è iniquo che delle organizzazioni pubbliche assorbano e sprechino più risorse private di quelle che necessiterebbero per erogare efficientemente i loro servizi; è ingiusto che vi sia – e l’esperienza quotidiana ci spinge ad ammetterlo – chi vive di soldi pubblici senza molto merito né ragione.

Difficilmente, ad esempio, si potrà obiettare che l’aumento delle retribuzioni del pubblico impiego sperimentato nell’ultimo decennio sia coerente con l’andamento della produttività del lavoro. Secondo rielaborazioni della Cgia di Mestre, tra il 2001 e il 2009 i dipendenti pubblici sono diminuiti di quasi 111mila unità (una contrazione di circa il 3 per cento del totale). Nonostante il calo numerico, la spesa per retribuzioni è aumentata in valore assoluto di 39,4 miliardi di euro: il 29, 9 per cento in più; un valore che, al netto dell’inflazione, è comunque pari all’8,3 per cento. E’ ragionevole pensare che l’aumento delle retribuzioni non si sia “spalmato” in modo uniforme sull’intera platea dei dipendenti pubblici, ma che abbia risentito in maniera robusta del maggior peso “politico” di alcune categorie in alcuni settori della PA, lasciando le altre vittima dell’erosione del potere d’acquisto dei salari. La qual cosa, manco a dirlo, somma ingiustizia ad ingiustizia. Nel confronto con altri paesi europei, si nota come l’aumento della spesa per il personale sia stata in Italia più che generosa: nel periodo considerato (2001-2009), al +29,9 per cento italiano fa da contraltare il 6,9 per cento tedesco (meno dell’inflazione, peraltro). Sempre la Cgia di Mestre, con un semplice esercizio matematico, sottolinea che la spesa per retribuzioni italiana di 171 miliardi nel 2009 sarebbe stata di 148 miliardi – 23 in meno – se avesse seguito l’andamento tedesco. E se pure si fossero tenuti gli stipendi in linea con l’inflazione, il monte-spesa sarebbe dovuto essere di circa 158 miliardi, 13 in meno.

In questo contesto, il piano di riduzione di circa 100mila unità entro il 2014 è persino blando rispetto alle necessità finanziarie del Paese. Concentrato, come nelle intenzioni del governo, soprattutto sulla dirigenza di primo e secondo livello e sui dipendenti ministeriali, il provvedimento accompagnerebbe il personale in esubero verso la pensione ricorrendo alla mobilità (due anni con l’80 per cento dello stipendio e rinvio della liquidazione al compimento dei 66 anni). Considerando i risparmi per il singolo – tra spese di viaggio e accessorie – dello stare a casa, il trattamento dell’80 per cento non rappresenterebbe una penalizzazione significativa, tanto più per dirigenti che hanno in media goduto negli anni di retribuzioni e benefici consistenti. Chi avrà il coraggio di opporsi e con quali motivazioni? Quanti dicono “Sto con Monti” farebbero bene a dimostrarlo su cose concrete come questa, oltre le dichiarazioni di maniera.

 


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

6 Responses to “Sul taglio dei dipendenti pubblici si vedrà chi sta davvero con Monti”

  1. Xkom55 scrive:

    Sul taglio dei dipendenti pubblici si vedrà chi sta davvero con i lavoratori.

  2. Ciran scrive:

    Se i lavoratori sono certi cialtroni della poltrona-intagibile…allora gli altri 50.000.000 di Italiani stanno con Mario Monti.

    Mandiamo in minoranza i bananas, le tarrone alla Mussolini e certi quaquaraquà come l’ABC -Angeletti; Bonanni e Camusso-: sono dei Falliti!

  3. Massimo74 scrive:

    Si tratta chiaramente di pannicelli caldi ma almeno c’è un inversione di tendenza rispetto alle sciagurate politiche adottate fino ad oggi dal governo Monti che erano incentrate unicamente sull’inasprimento della pressione fiscale.Quello che mi chiedo, però, è perchè non si possano licenziare i dipendenti pubblici come si fà in altri paesi più seri del nostro.L’inghilterra ha meno dipendenti pubblici dell’italia,ciò nonostante il premier inglese Cameron ha proposto una manovra che taglierà 700.000 dipendenti dello stato.Perchè non possiamo seguire la stessa strada anche in italia?

  4. Ciran scrive:

    UK taglierà 700K? esiste un link? Perchè ne erano stati annunciati 490K ed oggi non se ne è saputo molto.

  5. marcello scrive:

    Invece in Francia sono di più e non mi pare che la pubblica amministarzione francese vada male.

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