Il confine fra trasparenza e burocrazia dovrebbe essere il buon senso

– Il decreto legge crescita, ora all’esame della Camera, reca all’articolo 18 l’obbligo di pubblicazione su Internet delle spese sostenute dalla pubblica amministrazione che superano i mille euro.

Un modo, come suggerisce la relazione illustrativa, per dare trasparenza all’attività della pubblica amministrazione e conoscibilità ai dati e alle informazioni relative alle decisioni che comportano spesa di denaro pubblico. Un principio di trasparenza sacrosanto per far filtrare un po’ di luce tra i bilanci, spesso opachi, di amministrazioni e aziende pubbliche tra le cui voci si annidano spesso inefficienze, a carico dei contribuenti, difficili altrimenti da rilevare.

Stipendi, consulenze, acquisti di prodotti e servizi di ogni tipo saranno disponibili online. Una compressione, che può anche dirsi di una certa gravità, del diritto alla riservatezza, alla privacy dei lavoratori che trova un nuovo contemperamento con il principio di trasparenza sancito per la pubblica amministrazione all’articolo 97 della Costituzione. Si tratta di denaro pubblico, denaro di tutti, quindi tutti devono sapere dove va a finire.
Desta più di qualche perplessità, tuttavia, l’estensione della platea dei soggetti destinatari degli obblighi di pubblicazione ai concessionari di servizi pubblici, siano essi soggetti pubblici o privati, e alle società a prevalente partecipazione o controllo pubblico, anche se quotate.

Il confine tra trasparenza e burocrazia sta nel buon senso. Nel caso in specie, quando si tratta di pretendere una dettagliata disclosure sui brevetti, sugli stipendi, sulle forniture, sulle prestazioni richieste dalle società quotate, che competono con altre società per reperire sui mercati risorse finanziarie, tecnologiche, umane per svolgere la propria attività imprenditoriale e produrre utili per i propri azionisti (pubblici e privati), l’obbligo di trasparenza prende la forma di un onere burocratico capace di intaccare la segretezza delle informazioni commerciali e menomare così la stessa capacità di concorrere efficientemente e efficacemente nei medesimi mercati.

Le società che si sono aperte ai capitali privati rispondono della propria efficienza ai propri azionisti, liberi, nei mercati regolamentati, di comprare o vendere un pezzo di società a seconda del giudizio più o meno positivo sulla redditività e sulla capacità dell’impresa di far fruttare il capitale sociale affidatole, di creare valore. Lì è già il mercato a esercitare nel migliore dei modi un controllo sulla gestione delle risorse reperite, di norma, nei mercati dei capitali.

Il Testo unico della finanza (d.lgs. 58/98) detta già una lunga lista di oneri di pubblicità e di redazione chiara e precisa dei bilanci, stabilisce i diritti con i quali azionisti e titolari di altri strumenti finanziari possono verificare la sana conduzione dell’impresa. Gli strumenti per promuovere la trasparenza nelle società quotate sono già presenti, sono in continua evoluzione per rafforzare le tutele degli azionisti (v. i recenti decreti legislativi in materia adottati sotto la spinta della normativa comunitaria) e lì, nelle disposizioni che regolano i mercati finanziari, è la loro naturale collocazione.
L’assorbimento del genus dei concessionari e delle società a capitale misto nel più ampio campo dei soggetti pubblici è fuorviante e conduce ad un percorso di burocratizzazione che va nella direzione diametralmente opposta a quella della privatizzazione e dell’apertura al mercato.

A ciò si aggiunga la pericolosità di due disposizioni contenute all’articolo 18.
La prima: la pubblicazione on line delle spese diventerà titolo legittimante dell’adempimento di un’obbligazione. In altre parole: prima dichiari quanto spendi, chi paghi e perché, poi consegni il dovuto. Senza pubblicazione, non c’è versamento del corrispettivo. Il rispetto di un contratto (di lavoro o di acquisto che sia) è subordinato al compimento di un nuovo onere amministrativo. In un paese dove la riscossione di un credito non è semplice, il fatto che un fornitore non possa essere pagato a causa di un disservizio tecnico del sito internet del cliente non proietta scenari ottimistici.

La seconda: in caso di mancata pubblicazione online della spesa, chiunque vi abbia interesse può ricorrere al giudice amministrativo. Le sovrapposizioni che, nel caso delle società miste, tra le competenze del giudice civile e del giudice amministrativo a cui è affidata la giurisdizione nei casi in specie, alimenterebbe la litigiosità e il contenzioso mettendo sotto stress la già provata giustizia italiana.

Se è vero che la spesa pubblica nel corso degli anni è sfuggita al controllo della società civile, la trasparenza va perseguita cum grano salis, senza colpire, in modo discriminatorio, pezzi del tessuto produttivo che già sostengono ogni giorno, come gli altri operatori del mercato italiano, il peso della burocrazia. Che, come dimostrano le stime del Centro Studi di Confindustria sulla base dei dati della Commissione europea, con i suoi adempimenti e obblighi informativi costa alle imprese 73 miliardi di euro l’anno, il 4,6% del PIL.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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