La questione della posizione dei cosiddetti “esodati”, alla luce della recente riforma delle pensioni, è assurta all’attenzione generale nel corso delle ultime settimane e ha rappresentato una grana non da poco per il governo ed in particolare per il ministro del lavoro.  I partiti di maggioranza e di opposizione ed i sindacati hanno facilmente cavalcato l’argomento ed hanno finito per attribuire sostanzialmente al governo la responsabilità della rottura di un patto implicito con un certo numero di cittadini.

Si è aperto, peraltro, un “simpatico” balletto delle cifre. Quanti sono questi esodati? 65.000? Molti di più? Magari addirittura 400.000?
Chi lo sa! In ogni caso l’opinione di parecchi è che più sono, più allora vuol dire che sono grandi l’errore e l’ingiustizia commessi da Mario Monti e da Elsa Fornero.

Ora nessuno nega, naturalmente, che alcune persone siano state messe in particolare difficoltà dal previsto allungamento dell’età pensionabile e che alcune iniziative a riguardo devono essere intraprese – ad esempio secondo le proposte ragionevoli venute da Pietro Ichino.
Eppure il dibattito a cui abbiamo assistito nelle settimane scorse in Italia è apparso a dir poco reticente.

In effetti, i numeri che girano dovrebbero indurre obiettivamente anche un’altra riflessione. Se gli esodati sono così tanti, questa è in primo luogo una prova del gigantesco potere lobbistico detenuto da Confindustria e sindacati che negli anni hanno esercitato una profonda influenza sulle relazioni economiche, sostanzialmente alterando a beneficio di determinate categorie le regole del gioco previste per tutti. E’ evidente che, nel negoziato tra le parti sociali, i prepensionamenti hanno rappresentato per molti anni una soluzione win-win – una ricetta che Confindustria e sindacati hanno utilizzato per scaricare su un “terzo pagante” i costi del mantenimento di un determinato modello di mercato del lavoro e di relazioni industriali.

I pensionamenti anticipati sono stati il modo per “salvare capra e cavoli”, da un lato per garantire al lavoratore “protetto” il diritto indefinito allo stipendio, dall’altro per venire incontro alle esigenze delle aziende di turnover e di riduzione del personale. Erano la perfetta “quadra” tra le rivendicazioni laburiste di CGIL, CISL e UIL ed il “realismo” di una Confindustria che poi magari in altre sedi lanciava appelli per l’innalzamento dell’età pensionabile e per il suo adeguamento a standard europei.

In altre parole, tanto per i sindacati dei lavoratori quanto per le organizzazioni datoriali, meglio imporre una discriminazione anagrafica, meglio convergere sull’espulsione del mondo del lavoro degli over 50 – comunque protetti da “scivoli” ed “accompagnamenti” – piuttosto che aprire il delicato fronte politico della revisione delle norme sulla flessibilità in uscita ed affrontare di petto i veri temi “tabù” del nostro diritto del lavoro.

Stando così le cose, non è certo Elsa Fornero che ha creato la questione degli esodati. Piuttosto il ministro del lavoro ha avuto, per molti versi, il merito di scoperchiare la pentola – di portare allo scoperto la presenza (e l’inefficienza) di un vero e proprio “diritto parallelo” che si è consolidato nel nostro paese. Il centro del problema è che in Italia esistono delle parti sociali politicamente così forti da poter condizionare l’impianto normativo in modo da farlo derogare da princìpi fondamentali di uguaglianza tra i cittadini – così che le persone finiscono fondamentalmente per godere di diritti diversi a seconda del loro grado di prossimità al baricentro del potere corporativo.

Evidentemente denunciare alcuni effetti della riforma Fornero ed al tempo stesso tacere sul fenomeno del ricorso sistemico ai prepensionamenti rappresenta una scelta di campo populista e conservatrice (nel senso deteriore del termine) – una scelta di breve respiro che ormai non possiamo più permetterci.
Serve, invece, un approccio riformatore che metta in discussione posizioni di rendita e privilegi di categoria e che in generale confuti un modello di diritto del lavoro basato sulla stratificazione di una miriade di arrangiamenti ad hoc. C’è bisogno, in definitiva, di rilanciare i princìpi della libertà contrattuale, del libero mercato e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge – ed è su questi punti che si giocherà la partita più importante che attende questo governo.