Tornare alla lira? Idea semplicistica. Ma nell’euro ci fu un errore italiano

- E’ recente la battuta dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Tornare alla lira non sarebbe una bestemmia“. Molti (benpensanti) di destra e di sinistra gli si sono scagliati contro. Come si può parlare male di questa icona chiamata “euro”? Per parte mia, mi limiterò a poche considerazioni distanti tanto da Berlusconi quanto dalla vulgata prevalente che oggi gli si oppone indignata.

Anzitutto, provo a ricordare che nel 1999 – quando venne introdotto l’euro – poche furono le voci critiche su un’operazione i cui termini e dettagli avrebbe rischiato di portare l’Italia sull’orlo della bancarotta finanziaria e politica. Criticavamo non tanto l’euro in sé, quanto il cambio tra vecchia e nuova moneta con il quale l’Italia aderì all’unione monetaria: troppo poche quelle 1936,27 lire per ogni euro. 

Con una battuta: solo dei “cattocomunisti” diffidenti dell’attività imprenditoriale privata, quali quelli che governavano allora l’Italia, avrebbero potuto compiere una simile imprudenza! Si trattava, peraltro, di persone che già negli precedenti avevano prodotto non pochi danni laddove avevano ricoperto ruoli di responsabilità (basti pensare alle vicende paradossali del Banco di Napoli, della improvvida difesa della lira del ’92, dei fallimenti della Banche pubbliche meridionali, della gestione dell’IRI e via discorrendo). Con un debito pubblico che era già in quegli anni del 120 per cento del PIL e tre volte il “fatturato” (le entrate derivanti dalle imposte e dalle tasse) del settore pubblico, il disastro non era solo annunciato, ma prevedibile da chi solamente avesse un minimo di indipendenza intellettuale e libero da spinte ideologiche.

In un paese come l’Italia, solo le micro aziende “protette” sul lato giuslavoristico e fiscale (quelle con meno di 15 dipendenti) avevano spazi di competitività nei mercati globali, anche grazie alla leva monetaria (le svalutazioni periodiche). Il grande sviluppo degli anni ’80, sostenuto dal debito pubblico, che sembrava aver debellato l’inflazione e ridotto il ricorso sistematico alla svalutazione competitiva, era purtroppo naufragato nella crisi valutaria del ’92 e negli scandali politici ed economici del ’93. Questo sviluppo che aveva avuto come “driver” la media e piccola azienda inserita in reti e distretti industriali specialistici e integrati verticalmente era il risultato delle politiche e della visione politica di personaggi come Craxi, Goria, Bisaglia e La Malfa, di tradizione socialista, laica e cattolico-liberale.

Era questo degli anni ’80 uno sviluppo sostenibile e reso possibile da un sostanziale accordo di reciproca non invadenza di campo tra la politica e questo nuova classe sociale (io, Stato, non vi opprimo fiscalmente, voi imprenditori piccoli e medi mi garantite gli investimenti e quindi la pace sociale, la crescita, il benessere, e quindi di conseguenza il progresso del paese). Ma questa nuova organizzazione sociale non piaceva nè ai comunisti nè ai cattolici “radicali”. Per  i primi, questa organizzazione sociale sottraeva una larghissima fascia di occupati al controllo del sindacato, per i secondi “smentiva” la dottrina sociale della chiesa introducendo un gruppo sociale votato al profitto e al lavoro come realizzazione dei propri ideali di vita autodeterminata. Di questa strategia di contrasto del mondo delle PMI e delle partite IVA, la modalità d’introduzione dell’euro è stata l’applicazione killer.

A Silvio Berlusconi, che non sa andare oltre quel misero “torniamo alla lira” nell’analisi di un problema che ha oggi variabili molto più complesse, va contestata l’incapacità di governare l’Italia del dopo-euro: non ha saputo correggere gli errori strategici di chi lo avevo voluto (a quel cambio), promuovere un modello di società coerente con la “constituency” a cui si era appellatto scendendo in campo e provare a beneficiare dei vantaggi che l’euro aveva comunque comportato in termini di tassi d’interesse sul debito.

Tuttavia, è bene tenere presenti le responsabilità e gli errori storici di chi assunse – pensando di fare un “colpaccio”, peraltro – la scelta della moneta unica, a quelle condizioni, a quel cambio e con in mente il superamento di un modello sociale e di sviluppo considerato ideologicamente avverso. I danni che fanno gli idioti sono irreparabili.


Autore: Settimo Laurentini

Nasce nel 1960 a Milano, dove attualmente vive, dopo aver trascorso gli anni Ottanta a New York e il periodo dal 2000 al 2006 a San Pietroburgo. Analista finanziario, pittore a tempo perso.

18 Responses to “Tornare alla lira? Idea semplicistica. Ma nell’euro ci fu un errore italiano”

  1. Mauro Mostardi scrive:

    Era questo degli anni ’80 uno sviluppo sostenibile e reso possibile da un sostanziale accordo di reciproca non invadenza di campo tra la politica e questo nuova classe sociale (io, Stato, non vi opprimo fiscalmente, voi imprenditori piccoli e medi mi garantite gli investimenti e quindi la pace sociale, la crescita, il benessere, e quindi di conseguenza il progresso del paese). Ma questa nuova organizzazione sociale non piaceva nè ai comunisti nè ai cattolici “radicali”. Per i primi, questa organizzazione sociale sottraeva una larghissima fascia di occupati al controllo del sindacato, per i secondi “smentiva” la dottrina sociale della chiesa introducendo un gruppo sociale votato al profitto e al lavoro come realizzazione dei propri ideali di vita autodeterminata. Di questa strategia di contrasto del mondo delle PMI e delle partite IVA, la modalità d’introduzione dell’euro è stata l’applicazione killer

    Cioè mica ho capito , sarà che non sono un analista finanziario
    ma la PMI chi l’ha protetta in tutti questi anni, se non la Dc cattocomunista, l’analisi è giusta la conclusione sbagliata
    entrare nell’euro era giusto , io ho sentito sostenre il contrario e cioè che la parità lira/euro era troppo alta non troppo bassa…

  2. GrazianoP scrive:

    Che l’Euro sia nato con gravi tare congenite è sicuro, che avremmo fatto meglio quanto meno a prenderci una pausa di riflessione prima di entrare, anche. Che, ora che c’è, sia infinitamente meglio e meno costoso tenerselo, pure. Ma, qualunque sia la sua posizione, da un analista finanziario mi attenderei qualche numero in più e molto meno sociologismo che in più punti assomiglia molto alla chiacchera. Per esempio, in base a cosa si ritiene che la parità 1936,27 fosse errata, a parte la banalità che più lire per euro = più esportazioni, equivalenza che comunque in un amen sarebbe stata azzerata nell’unione valutaria?

  3. pfra64 scrive:

    ma mica il cambio fu frutto di una trattativa! Incredibile che si sostenga ancora questo.
    Una premessa completamente errata, così come il resto dell’articolo .

    Con l’euro avremmo dovuto mettere a posto i nostri conti, spendere meno, diventare seri.
    Abbiamo avuto un decennio per farlo, dalla introduzione dell’euro ad oggi, ma chi governava pensava solo ai bunga bunga ed alle leggi ad-personam.
    Solo durante la breve parentesi del 2006-2008 ci fu un abbassamento del debito pubblico, ma a quanto sembra si preferiscono ignorare le cifre, i dati, i fatti e parlare piuttosto dei comunisti, anzi cattocomunisti, e delle solite chiacchiere.

    Citare poi quelle persone come i virtuosi a cui i cattivi comunisti hanno tarpato le ali è una cosa veramente desolante.
    Parliamo di Craxi, durante il governo del quale il debito pubblico esplose in maniera incontrollata, oppure di Goria che, con tutto il rispetto per una persona defunta, mise nottetempo le mani nei conti correnti degli italiani.
    Insomma, proprio dei bei esempi di liberali.

    Ma è la solita tiritera. Un articolo specchio di una idea politico/culturale che ci ha portato proprio a questo disastro.

    PS. No, non sono comunista, anzi, sono un anticomunista.

  4. Andrea B. scrive:

    Cari miei commentatori precedenti … le chiacchere stanno a zero: la sinistra ideologizzata ed i cattolici “radicali” e con l’idea della prevalenza delle istanze sociali rispetto alle libere determinazioni dell’ individuo (gli unici “democratici e cristiani” rimasti in politica) hanno sempre avuto in odio quel certo modello imprenditoriale e valoriale rappresentato dalla pmi.
    Se poi abbiano aderito alla moneta unica con l’intento di sganciare una bomba atomica contro tale “nemico” non lo so …

  5. Settimo Laurentini scrive:

    Rispondo ai primi tre commenti insieme.

    Nel 1999 quando si fissò il cambio dell’euro si prese il paniere delle divise europee inserite nell’ECU (european currency unit) e sulla base di questo ricalcolo uscì l’euro e il suo cambio contro lira. Ora questo cambio comportò la fissazione (la cristallizzazione) di tutte le poste finanziarie ed economiche a quel cambio per i tempi a venire. Il trattato di Maastricht condizionava l’ingresso di un paese all’accordo di cambio ad un rapporto debito/PIL massimo del 60%. L’Italia già in quell’anno aveva raggiunto il 120% e quindi teoricamente non avrebbe avuto i requisiti per aderire. Nonostante questo il vertice europeo decise una deroga a tale vincolo e quindi l’Italia potè aderire. Con questo vizio di origine e non potendo più definire la politica valutaria e quella monetaria e le variabili ad esse connesse, era facilmente prevedibile che il gap economico tra i paesi a basso debito e quelli ad alto debito si sarebbe – presto o tardi – via via ampliato. Soprattutto si sarebbe ampliato il gap tra le economie del Nord e quelle del Sud dell’Europa. Tale gap se ci ricordiamo bene veniva azzerato ogni lustro con le svalutazioni competitive, che contribuivano a riportare la palla al centro. Era evidente che tale “vizio” non poteva continuare rimanendo all’interno del mercato comune, ma la risposta che fu data allora non fu certo la migliore.

    Una politica intelligente avrebbe potuto fare due cose:
    1) far accettare un’ultima e consistente svalutazione della lira portando il cambio di ingresso per esempio a 2.500 lire per euro (un 20 / 25% in più del cambio concordato a 1936,27). Gli effetti sarebbero stati’un economia più forte con un PIL decisamente in crescita e un rapporto debito/PIL che via via sarebbe sceso anche per effetto delle entrate fiscali. Il debito dello Stato si sarebbe in un sol colpo ridotto in valore assoluto del 20 /25%.
    2) rimanere ancorati all’accordo di cambio senza aderire, ma mantenendo la sovranità monetaria e valutaria (come fece l’United Kingdom, per esempio).

    Capisco che la decisione fosse difficile, ma chi siede ai vertici di uno Stato deve saper prendere decisioni difficili e soprattutto corrette anche se valutate ex-post.

    Quello che forse non traspare da questo breve articolo è che le critiche sono ben divise. Da un lato su chi prese quella sciagurata decisione del 1936,27 lire per euro, dall’altro, come sottolinea pfra 64, chi non si è reso conto delle implicazioni di quella decisione e per 10 (forse anche 15 direi) anni non ha fatto nulla per mettere un argine a questo problemone, pensando ai propri interessi in primis e cercando di passare la nottata seguendo i sondaggi e non mettendo a regime nessuna delle riforme di cui questo paese aveva veramente bisogno per restare a galla.

    • daniele burzichelli scrive:

      Come si capisce bene dal tenore della replica dell’autore, NON vi fu alcuna contrattazione del cambio euro-lira a 1936,27.
      Questo era semplicemente il cambio che c’era – sul mercato – all’1 gennaio 1999.
      L’autore aggiunge che l’Italia avrebbe dovuto chiedere un cambio diverso.
      E’ ovvio che si tratta di puro delirio.
      Tutti gli altri Paesi, secondo l’autore, avrebbero dovuto entrare nell’euro in base all cambio reale all’1 gennaio 1999 e, non si sa bene perchè, all’Italia avrebbe dovuto essere concessa una deroga per entrarci con una bella svalutazione competitiva.
      Tenete presente che già negli anni pregressi il margine di cambio fra le varie monete nazionali era stato essere tenuto in una fascia del + o – 2,25% (se ricordo bene), proprio per consentire un equilibrato ingresso delle varie economie nella moneta unica (che non poteva diventare un ricettacolo dell’inflazione importata da altri Paesi).
      Non si sa bene perchè, secondo l’autore l’Europa avrebbe, invece, dovuto concedere all’Italia una svalutazione d’ingresso del 20-25%.
      Diciamo che Libertiamo è una splendida rivista, ma che, comè è inevitabile, ogni tanto inciampa in qualche infortunio di percorso.

      • @pfra64, @daniele burzichelli, @Settimo Laurentini:

        La parità LIT/EUR 1936.27 fu stabilita all’Ecofin del 24.11.1996, allorché il ministro dell’economia Ciampi negoziò il rientro della Lira nello SME a banda stretta (fino ad allora, dopo la svalutazione del 1992, alla Lira era permesso di fluttuare entro un +-15%) sulla base di una parità LIT/DEM 990.

        Quel giorno la Lira veniva scambiata sui mercati a 998 (quindi Ciampi già “regalò” 8 lire). La media di Novembre 1996 era di 1001.5. La media del 1996 era di 1026.3. Quella del 1995 fu di 1139.2. Occorre aggiungere che dalla svalutazione del Settembre 1992 la Lira aveva raggiunto nel 1995 un picco in basso di 1259.5 Lire per un Marco, e che le altre banche centrali stavano acquistando lire per fermarne il deprezzamento.

        Da queste cifre appare evidente come la Lira fosse già allora sopravvalutata.

    • pfra64 scrive:

      Abbia pazienza Laurentini, perché un cambio a 2500_lire/1_euro avrebbe portato ad una economia più forte ?

  6. daniele burzichelli scrive:

    http://www.linkiesta.it/blogs/faust-e-governatore/il-cambio-lira-euro-sbagliato-chi-dice-una-panzana-simile-raccontate-il-ca

    Dal link che ho inserito risulta che la lira, nei giorni immediatamente precedenti la negoziazione per il rientro nella banda stretta dello SME del novembre 1996, viaggiava intorno a 985 lire per marco (meno, quindi, del cambio poi fissato a 990).
    E’ vero che la lira si era riapprezzata nei confronti della valuta tedesca rispetto al picco massimo raggiunto nel 1995 di 1295 lire per marco, ma questo riapprezzamento non è mica dipeso da un capriccio (il riapprezzamento della valuta ha, tra l’altro, enormi vantaggi, anche se adesso va molto di moda parlare di svalutazione competitiva: il riapprezzamente consente, ad esempio, di acquistare importanti beni esteri – come l’energia – ad un prezzo minore).
    Nel novembre 1996 l’Italia è rientrata nella banda stretta dello SME al cambio corrente e non poteva essere altrimenti.
    Idem dicasi – ovviamente – per l’euro.

  7. Settimo Laurentini scrive:

    Capisco che la denigrazione sia più facile della discussione pacata con cui sono ormai consono proporre le mie argomentazioni, spesso storiche. D’altro canto percepisco anche che vedere due grandi icone della sinistra messe dalla storia alla berlina sia difficile da digerire. Sono le stesse icone che direttamente o indirettamente avevano combinato prima altri disastri e che non soddisfatte hanno trovato il modo di compiere anche questo “delitto”.

    Ma i fatti purtroppo sono lì a dimostrare che qualsiasi politico avveduto avrebbe negoziato diversamente, facendo gli interessi dell’Italia, soprattutto in un ottica futura. I vari Governi europei negoziarono tutto, comprese le deroghe alle clausole di esclusione previste nel Trattato di Maastricht, il famoso 60% del rapporto debito/PIL, tant’è che alcuni paesi poi non entrarono nell’area euro pensando che prima o poi l’euro sarebbe saltato.
    E’ chiaro che la richiesta dell’Italia di un’ultima svalutazione avrebbe aperto una dura negoziazione che magari si sarebbe risolta nella non partecipazione dell’Italia all’euro e in un accordo di cambio diverso. Saremmo un paese decisamente migliore e soprattutto con delle prospettive. Oggi paghiamo quell’errore fatale e soprattutto le pagano i nostri figli. Alla fine chi ha vinto sono stati i governanti tedeschi dell’epoca, che con lungimiranza accettando l’ingresso dell’Italia nell’euro a quel cambio e con quel debito oggi dopo un decennio possono dire di avere distrutto uno dei loro più acerrimi concorrenti nei mercati internazionali manufatturieri (la piccola e media industria italiana). Chapeau!

    Cambiare a 2500 lire per euro avrebbe aperto alla nostra industria manufatturiera medio/piccola le praterie dei mercati mondiali. Gli italiani avrebbero guadagnato un po’ meno ma sicuramente sarebbe aumentata l’occupazione e si sarebbero potute sviluppare stabilmente alcune aree depresse del Paese. Più occupazione e più utili per le imprese significano più introiti per lo stato e quindi l’annullamento del deficit e la diminuzione del debito, nonchè maggiori investimenti privati. Questo dal punto di vista economico. Ma il vero obiettivo sarebbe stato quello patrimoniale. Gli assets e le liabilities dell’azienda Italia sia pubblici che privati cambiate a 2500 lire per euro avrebbero avuto un valore in euro del 25% più basso. Di conseguenza le persone fisiche si sarebbero trovate con beni ad un valore in termini di euro inferiore, ma lo Stato avrebbe potuto contare su una diminuzione consistente dell’ammontare del proprio debito espresso in euro e del suo rapporto con il Pil se l’economia avesse ripreso a tirare. Insomma in un colpo solo si sarebbero creati molti posti di lavoro, si sarebbe diminuito lo stock di debito facendo pagare ai più ricchi il costo di tale operazione. Una bella operazione redistributiva di sinistra! Insomma una patrimoniale mascherata che non avrebbe alla fine scontentato nessuno. E invece Prodi e Ciampi fecero il contrario. Chapeau anche a loro!

    Fatto l’euro in quell modo, comunque, l’Italia avrebbe dovuto mettersi in linea con una scelta ormai irreversibile. In parte sfruttando il calo degli interessi per tagliare la spesa pubblica, non per aumentarla come è avvenuto. In parte rendendo il nostro sistema economico più competitivo con quelle riforme strutturali di cui si è parlato inutilemente per quasi ventanni. Invece la politica italiana ha fatto dopo l’euro come ha fatto con l’euro. Ha pensato che qualche santo avrebbe provveduto, ma non ci sono santi. Prodi e Berlusconi da questo punto di vista sono uguali.

  8. pfra64 scrive:

    Vabbè, 2500 lire invece che 1936 alla fin fine sarebbero state una svalutazione preventiva.
    Non possiamo colpevolizzare chi allora non prevedette ciò che sarebbe successo 15 anni dopo, ovvero oggi, né quel che sarebbe successo negli anni successivi (le mancate riforme del decennio pasato).
    Se gli economisti potessero prevedere il futuro allora l’economia sarebbe una scienza seria, anzi, una scienza.

    PS: capisco che è divertente, ma lo vede che ci ricade ? prima fa la predica sulla pacatezza poi, nella stessa frase, conclude attaccando, spacciando opinioni personali come verità storiche e usando toni partigiani

    • Non possiamo colpevolizzare chi allora non prevedette ciò che sarebbe successo 15 anni dopo

      Giusto quattro anni prima Ciampi sperimentò in prima persona cosa volesse dire il peg della Lira al Marco a un cambio sopravvalutato (750 fino al 1992). Più in generale dal dopoguerra fino agli anni 90 la storia della Lira era stata quella di un continuo deprezzamento nei confronti del Marco. E andando ancora più indietro nel tempo Mussolini impose il peg della Lira alla Sterlina a quota 90, con le ben note conseguenze.

      Ora che Ciampi, ex direttore della Banca d’Italia, non si aspettasse che agganciare la Lira al Marco, nei cui confronti dal 1955 al 1996 aveva perso (con svalutazioni ripetute e costanti, salvo il periodo dello SME) oltre l’85% del suo valore, non avrebbe messo l’economia italiana in seria difficoltà è affermazione o insostenibile, o, se lo è, cosa che non depone a favore delle sue competenze tecniche.

  9. Andrea B. scrive:

    Non che non apprezzi la qualità dei commenti, tutt’altro, ma, se permettette, faccio una piccola divazione enologica: pochi anni orsono il vino friulano di lunghissima tradizione Tocai, a seguito di una vertenza in ambito UE, ha dovuto cambiare nome a causa della presenza del QUASI omonimo ( ma molto differente per caratteristiche) vino Tokaj, proveniente dall’ Ungheria… un paese certamente di qualche tradizione vinicola, ma francamente “ultimo arrivato” in confronto a noi, in ambito UE.

    Se siamo riusciti a perdere in una cosa simile, fate le debite proporzioni se potevamo avere la forza come nazione per riuscire a puntare i piedi in ambito monetario contro la Germania e la sua Bundesbank…

  10. dburzichelli scrive:

    La mia sensazione è che si parli di fantascienza.
    Ciampi avrebbe dovuto invocare le medie di cambio del 1995 e del 1996 e pretendere che per il rientro nella banda stretta dello SME il cambio lira-marco fosse fissato a 1100 (dico una cifra a caso).
    Poi l’Italia avrebbe dovuto beneficiare della deroga allo sforamento – enorme! – al criterio di Maastricht del debito al 60%.
    Penso che gli altri Stati avrebbero posto i seguenti quesiti:
    1) Perchè il cambio lira-marco è al 985 e noi dovremmo cambiare a 1100?
    2) Perchè l’Italia dovrebbe godere dei benefici del recente riapprezzamento della lira (che la Banca d’Italia avrebbe ben potuto evitare vendendo lire ed acquistando marchi) e al tempo stesso godere dei benefici di una svalutazione della moneta nazionale nella fissazione del cambio per accedere nella banda stretta dello SME?
    3) Perchè l’Italia, in aggiunta, dovrebbe anche godere della – più sostanziosa in assoluta fra tutti gli euromembri – deroga al criterio di Maastricht del debito al 60%?
    4) E chi siamo noi, Babbo Natale?

    Non ho capito il riferimento alla non necessaria alternativa fra restare nell’euro e le svalutazioni competitive e sul punto aspetterò l’articolo che uscirà sul blog.
    Ma uscire dall’euro per avere un peg con l’euro a 1936,27 a che servirebbe?

    • “Ma uscire dall’euro per avere un peg con l’euro a 1936,27 a che servirebbe?”

      A nulla: l’Euro stesso è fondamentalmente un peg. Uscirne per fare un altro peg…

      Il problema della permanenza nell’Euro è proprio il fatto che siamo in un peg e abbiamo difficoltà a tenerlo.

  11. Mauro scrive:

    E’ di tutta evidenza , che uscire dall’euro
    darebbe un impulso alle esportazioni italiane
    ma risolverebbe davvero tutti i problemi? Ne dubito…
    Come fatto notare da latri commentatori un cambio della
    lira più favorevole all’Italia all’epoca dell’entrata in vigore
    dell’euro , mettiamo un 2300 £ per euro, non sarebbe stata accettata
    dai nostri vicini europei , sono stati quindi degli incapaci i vari Prodi , Carli etc.. ? Stento a crederlo
    perché non si dice i vantaggi che l’entrata nell’euro avrebbe
    (uso il condizionale nona caso) dovuto portare?
    ci avrebbe costretto ad una politica di bilancio oculata
    che è una idea di destra -non di sinistra -
    ci avrebbe dotato di una moneta forte e permesso di acquistare
    materie prime ad un prezzo stabile.
    Non aver fatto le riforme che l’appartenenza all’euro ci imponeva, questo sì è stato il grave errore
    che adesso siamo costretti a fare in un momento di recessione mondiale (??) o so solo europea

  12. Diego scrive:

    Uscire dall’euro idea “semplicistica”?
    Sarà semplicissima quanto vi pare ma è l’unica alternativa alla catastrofe industriale economica sociale e finanziaria in atto.
    Poi se a voi piacciono i concetti espressi in maniera meno semplicistica al linguaggio del Berluska-Belzebut vi rimando a questo interessante link:
    http://www.youtube.com/watch?v=gEhZMldT-FE&list=FL3ammZGqt0zjOWxPe6XkJ8Q&index=2&feature=plpp_video

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