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Il diritto al lavoro esiste, e la riforma Fornero lo estende

– Ancora una volta le parole del Ministro Fornero sono l’occasione per un altro tormentone, che dimostra la sua abilità nel far passare in secondo piano i significativi risultati ottenuti grazie a dichiarazioni ad alto contenuto divisivo di poca utilità pratica. Stavolta è il turno del diritto al lavoro o più correttamente dell’inesistenza di un diritto ad un determinato posto di lavoro: una banale ovvietà!

D’altronde affermare che il diritto al lavoro non esiste perché non esiste un diritto azionabile ad un determinato posto di lavoro logicamente equivale a sostenere che non esiste il diritto alla salute perché non esiste un diritto azionabile ad essere guarito da una determinata malattia.

Al riguardo, già nella relazione al progetto di Costituzione redatta dall’On. Ruini era scritto che

“L’affermazione del diritto al lavoro, e cioè ad una piena occupazione per tutti, ha dato luogo a dubbi da un punto di vista strettamente giuridico, in quanto non si tratta di un diritto già assicurato e provvisto di azione giudiziaria; ma la Commissione ha ritenuto, e anche giuristi rigorosi hanno ammesso che, trattandosi di un diritto potenziale, la Costituzione può indicarlo, come avviene in altri casi, perché il legislatore ne promuova l’attuazione, secondo l’impegno che la Repubblica stessa si assume”.

Quindi, la concezione del diritto al lavoro inteso come diritto ad avere un posto di lavoro e a conservarlo, espressione di una c.d. visione forte della tradizione marxista, è rimasta, però, sin dal suo esordio estranea alla nostra esperienza costituzionale.
Perché riparlarne quindi oggi? Molto rumore per nulla? Non proprio.

Intanto bisogna precisare che, già a partire dalle prime sentenze della Corte costituzionale e grazie anche all’elaborazione scientifica di Crisafulli, è un dato ormai pacificamente acquisito che le c.d. norme programmatiche sono delle vere e proprie norme giuridiche con immediati effetti giuridici almeno sotto tre aspetti: colmano le lacune dell’ordinamento; costituisco parametro per il giudizio di costituzionalità; vincolano giuridicamente il legislatore.

Con riferimento a quest’ultimo aspetto, il Ministro Fornero avrebbe potuto piuttosto dichiarare che la sua riforma del lavoro rappresenta, a torto o a ragione, la promozione di quelle condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro per il maggior numero possibile di donne e uomini, soprattutto di giovane età. Pertanto, come già evidenziato in questo giornale, la componente programmatica del diritto al lavoro, che comunque ha natura immediatamente precettiva nel senso sopra indicato, può trovare molteplici traduzioni normative, tra cui anche le politiche di liberalizzazione dei servizi professionali, riduzione dei mille ostacoli all’imprenditoria, ampliamento degli spazi di mercato, welfare orientato ad offrire ad ognuno più opportunità d’impiego.

Si è, quindi, persa una buona occasione per rivendicare il giusto merito di avere dato, sulla base di una diversa lettura interpretativa della contemporanea realtà socio-economica, attuazione sostanziale al disposto costituzionale e non di accreditare l’immagine di volere lacerarne il tessuto connettivo.

Inoltre, questo tipo di affermazioni possono inconsapevolmente condurre a commettere un grave errore di prospettiva.
Infatti, al di là della componente programmatica,

“dal complessivo contesto del primo comma dell’art. 4 si ricava che il diritto al lavoro, riconosciuto ad ogni cittadino, è da considerare quale fondamentale diritto di libertà della persona umana che si estrinseca nella scelta e nel modo di esercizio dell’attività lavorativa. A questa situazione giuridica del cittadino (…) fa riscontro (…) il divieto di creare o lasciare sussistere nell’ordinamento norme che pongono o consentono di porre limiti discriminatori a tale libertà ovvero che direttamente o indirettamente la rinneghino” (Corte costituzionale, sent. n. 61/1965).

Il diritto al lavoro, declinato come diritto di libertà, “rientra quindi tra i classici diritti di libertà dello Stato costituzionale di derivazione liberale” (Commentario breve alla Costituzione, a cura di Bartole – Bin).

Questa affermazione è corroborata dal fatto che, appunto, questo diritto di libertà si incontra anche in ordinamenti giuridici dove la categoria dei diritti sociali ha avuto un minor successo. Infatti, negli USA questa libertà afferisce ai diritti civili, come dimostra il capitolo VII del Civil Rights Act (1964) che vieta le discriminazione a lavoro.

Basti pensare al celebre film “Philadelphia”, dove un esemplare caso di discriminazione sul lavoro basata sull’orientamento sessuale è visto da una prospettiva con la quale noi siamo soliti osservare un altro tipo di questioni (ad esempio, le unioni civili); mentre davanti ad un caso analogo siamo portati a ragionare istintivamente in termini giuslavoristici, con la seguente associazione di idee: licenziamento discriminatorio; diritto al lavoro; diritto del lavoro (inteso come normativa, dottrina e giurisprudenza afferenti a questo ambito disciplinare).

Perciò l’affermazione dell’inesistenza del diritto al lavoro può condurre alla paradossale situazione di travolgere sia la componente sociale che quella libertaria, magari attraverso la sua qualificazione come situazione effettuale.

Basti pensare alla recente sentenza sulla vicenda Pomigliano, dove anche una persona di straordinaria sensibilità liberale è incorsa, a mio modesto parere, in questo errore prospettico.
Brevemente, come è noto, la Fiat nella sua azione di ristrutturazione e rilancio aziendale ha deciso di avviare delle nuove società in alcuni dei principali stabilimenti italiani, dove assumere un numero ridotto dei dipendenti in servizio negli stessi. Terminate le nuove assunzioni, si scopre che tra i “nuovi assunti” (che sostanzialmente sono coloro che non sono stati licenziati) non c’è nessun iscritto alla FIOM! Nemmeno uno! Nemmeno per sbaglio!

Inizia una azione giudiziaria e il giudice fa effettuare ad un matematico (non ad un politologo sindacalista) una perizia di ufficio che dimostra l’impossibilità statistica di ottenere casualmente questo risultato. In altri termini, chi ha deciso le nuove assunzioni ha volutamente tenuto fuori tutti gli iscritti alla FIOM. Ora, se si guarda al diritto al lavoro come una situazione di fatto che può trovare regolamentazione soltanto nell’ambito del meccanismo della domanda e dell’offerta, si finisce col perdere di vista il diritto di libertà contenuto – se si vuole impropriamente – nell’art. 4 cost., giustificando sulla base di una onnipotenza datoriale qualsiasi condotta discriminatoria (perché se alla categoria degli iscritti alla FIOM, si sostituisce una qualsiasi altra categoria – donne, omosessuali, neri, ebrei, musulmani ecc. – il risultato non muta: il datore di lavoro non ha assunto una serie di persone sulla base di precise condizioni soggettive, irrilevanti ai fini della corretta esecuzione della prestazione lavorativa richiesta), altrimenti non si può non esprimere la più netta riprovazione verso una palmare condotta discriminatoria, ferma restando l’opinabilità del provvedimento di condanna del giudice di primo grado, che è già stato impugnato in appello.

In conclusione, pur ritenendo la FIOM uno dei principali soggetti di conservazione sociale ed economica che ostacolano un percorso di modernizzazione del nostro asfittico sistema produttivo, resto convinto che non sarebbe un grande affare se per aumentare la produttività si riducessero significativamente gli spazi di libertà che due secoli di costituzionalismo liberaldemocratico ci hanno lasciati in eredità, perché, come ho provato a spiegare, il diritto al lavoro è uno dei fondamentali diritti di libertà del nostro, e non solo, ordinamento costituzionale.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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