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Fenomenologia del cattivo analista politico

– Tutti parlano di politica, e questo va bene, e molti scrivono di politica, e questo è fisiologico, e in molti tra quelli che scrivono di politica, che lo fanno da analisti, spesso non trovano la giusta distanza.

In tutti questi casi, alla base di tutto c’è un amore per la politica così radicato e pervasivo, così totalizzante, da rappresentare un limite per un’elaborazione corretta del discorso scientifico (analitico), che invece necessita sempre di un certo distacco tra autore e oggetto di indagine; per essere oculati analisti della politica bisognerebbe smettere di amarla, anzi, come in un paradosso, non amarla e tuttavia amarla ancora – non aver dimenticato quel militante che si è stati, e tuttavia non esserne invasi.

Bisognerebbe mantenere quella che Barthes definisce la distanza amorosa per raggiungere la capacità di “discernere, distinguere, scegliere”. Ma quando ciò non accade, quando non c’è distanza tra l’analista e l’oggetto amato ( la politica) il risultato è che ci troviamo di fronte ad un sistema di testi che vorrebbero essere scientifici, ma che in realtà sono soltanto testi celebrativi o apologie.

Analizzare la politica. Cosa vuol dire?
Per analizzare la politica bisogna farlo dall’interno o dall’esterno? Con amore o con prassi e modalità di analisi scientifica? O con tutt’e due insieme?
Il discorso sulla politica fa troppo spesso parte dell’istituzione politica stessa. Perché, a prescindere dalle intenzioni degli autori, molte delle riflessioni che hanno ad oggetto la politica sono, in fondo, esempi di pubblicità politica indiretta e, nel loro insieme, costituiscono una sorta di terza macchina esclusivamente addetta alla promozione del prodotto politico.

Dopo quella che confeziona la politica, dopo quella che la consuma, c’ è quella che vanta, che valorizza il prodotto. I cantori della politica, i suoi studiosi quando scrivono di essa sono spesso simili a quei sociologi alienati che ripetono senza saperlo i propositi della loro società – lo scrivere di politica prolunga l’oggetto, lo idealizza, invece di analizzarlo. In poche parole rende concreto il bisogno della politica, lo preserva, difende, idealizza.

Dietro molte teorie si nasconde, in effetti, il desiderio inconscio dei rispettivi autori che cercano di legittimare le proprie preferenze attraverso la forma oggettiva e oggettivante del discorso scientifico; particolarmente singolare è poi il lavoro degli storici della politica che usano criteri molteplici quando scelgono gli argomenti, avendo in realtà come unico vero obiettivo quello di salvare la relativistica validità del numero più alto di teorie politiche possibile – in questa logica ogni teoria è portatrice, a modo suo e in quanto “una” sintesi della complessità politica, di una qualche verità o plausibilità. La vera funzione di questa sommatoria di potenzialità, praticata da molti storici della politica, consiste nel moltiplicare a più non posso il numero dei punti di vista a partire dai quali la politica può essere ritenuta buona per un motivo o per l’altro.

Poi, facciamo una distinzione tra partecipante e analista della politica.
Il partecipante della politica – non antipolitico e appassionato di politica – è meno attivo dell’ analista di politica e anzi per meglio dire, se non proprio passivo, è attivo in modo istintivo e non consapevole e ragionato. Esso, inoltre, sovente percepisce, vede e sente la politica come passionalmente sottomesso ad essa, si lascia cogliere e compiere. Per lui la politica appartiene all’universo dello svago psichico. Del piacere.

L’ analista di politica, invece, è (quantomeno dovrebbe essere) consciamente attivo – attivo in modo ragionato, strutturato. Guarda, ascolta, osserva, visiona la politica, controlla, cerca indizi. Sottomette la politica ai propri strumenti di analisi alle proprie ipotesi. Per lui, la politica appartiene all’ambito della riflessione, della produzione intellettuale.

Se è interessante ed ortodossa una riflessione di questo tipo, dobbiamo, però, porci una domanda: qual è la giusta distanza? Analizzare la politica per lavoro e non farsi assolutamente agire dall’identificazione in essa vorrebbe dire rimanere fuori dalle sue ragioni e suggestioni psicologiche e narrative. Per analizzare la politica non basta sezionarla in laboratorio come fosse una cellula o una cavia, ma bisogna comprenderne le potenzialità psico-sociali, che però non si possono mettere a fuoco senza aver prima provato, almeno in una circostanza, una dimensione empatica con esse.

Vuol dire che forse i diversi mestieri sociali di partecipante ed analista della politica sono reversibili. Per essere un buon analista bisogna salvare almeno qualcosa del proprio lato di partecipante per poi, mediante il disincanto, tornare analisti e consolidarsi, in seconda analisi, compiutamente analisti.

Prima di analizzare un testo di politica (in ogni testo il piacere del testo è una dimensione essenziale) bisogna averne provato il piacere.

Altro è il problema di quel gran numero di normali partecipanti della politica (assolutamente normali) che, per casualità della vita, si trovano ad effettuare il mestiere di giornalista politico (per cui analista). Questo è grave. Ne abbiamo molti esempi. Non sono e non saranno mai in grado di essere di alcuna utilità né per i singoli cittadini, né per la società in quanto macchina.
Sono una piaga, diffusa.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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