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In Italia la tortura non è (ancora) reato

– Quando si pensa alla tortura si è soliti ricondurla ad un fenomeno storicamente superato, ad un mezzo proprio della Santa Inquisizione o al massimo di qualche regime sudamericano tardo novecentesco o piuttosto alle più becere dittature islamiche.

Il codice penale italiano non prevede, infatti, il reato di tortura. E’ un errore del legislatore, e piuttosto grossolano anche. Non solo la sanzione della tortura è correlata al concetto di dignità umana proprio del dettato costituzionale, ma è stata anche oggetto di Convenzioni internazionali alle quali ha aderito lo Stato italiano. Durante la sua 39esima seduta, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato, con la risoluzione 39/46, la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Entrata in vigore il26 giugno 1987,la Convenzione concretizza la proibizione generale della tortura, obbligando gli Stati contraenti ad adottare una serie di provvedimenti adeguati, per assicurare la prevenzione e la lotta contro le torture e per proteggere l’integrità fisica e spirituale delle persone private della loro libertà.

La legislazione italiana, non è stata ancora adeguata agli standard internazionali: con una legge del 2002 è stata sì vietata la tortura, ma solo nei periodi di conflitto bellico. E’ stato inoltre adottato un Protocollo facoltativo della Convenzione suddetto, l’Optional protocol to the convention against torture(Opcat) entrato in vigore il 22 giugno 2006, convinti che sono necessarie ulteriori misure per conseguire gli scopi della Convenzione contro la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti (qui di seguito denominata Convenzione) e per rafforzare la protezione delle persone private della loro libertà contro la tortura e altri trattamenti crudeli, trattamenti inumani o degradanti. L’Opcat prevede che gli Stati istituiscano un proprio “national preventative mechanism 2” (Npm), un meccanismo preventivo nazionale per tutelare gli individui deprivati della libertà. Ebbene su 81 Paesi aderenti, solo 21 non lo hanno ratificato, tra cui l’Italia. Eppure negli ultimi anni episodi di violenza a carico dei detenuti da parte di pubblici ufficiali non sono mancati così come le denunce.

Il buco nero della legislazione è tornato alla ribalta dopo che i pm che indagano sui fatti di Bolzaneto legati al G8 di Genova sono stati costretti a contestare agli indagati solo l’abuso d’ufficio peraltro prescritto nel 2009: nessuno degli imputati quindi passerà un solo giorno in carcere. Eppure i giovani manifestanti fermati nella caserma di Bolzaneto subirono ogni sorta di vessazione, hanno spiegato i magistrati nella requisitoria al processo sulle violenze del luglio 2001: costretti a stare in piedi per ore, picchiati, presi in giro, privati di cibo e acqua, furono trattati in modo «inumano e degradante ma non esistendo una norma penale, l’accusa è stata costretta a contestare agli imputati l’abuso d’ufficio». Un vulnus inaccettabile che alcuni senatori avevano cercato di colmare. Ovviamente la proposta di legge è rimasta lettera morta.

Interessante la formulazione del testo proposto per disegnare il reato:

«Art. 593-bis. – (Tortura) – Il pubblico ufficiale che nell’esercizio delle sue funzioni cagiona lesioni o comunque sofferenze psichiche o fisiche ad una persona, al fine di ottenere da essa o da altri informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o altri ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su altri, o per ragioni di discriminazione, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La pena è aumentata se dai fatti di cui al primo comma deriva una lesione grave o gravissima».

La norma sarebbe stata in perfetto accordo con il principio dell’inutilizzabilità delle misure cautelari ai fini della confessione nonché ovviamente con il dettato proposto dall’articolo 27 della Costituzione sull’umanizzazione della pena. Se è vero che in uno Stato liberale la giustizia è una valutazione morale esercitata in un ordinamento legale ed è indiscutibilmente fondata sulla limitazione della coercizione, allora è necessario sensibilizzare opinione pubblica e legislatori in merito alla questione della tortura.

L’Italia ha dato grande segno di attenzione e civiltà facendosi promotrice presso l’Onu di una moratoria internazionale contro le esecuzioni capitali, ma dall’altra parte si è dimenticata di questo vuoto in casa nostra. Ed è un’ulteriore ragione per favorire la civilizzazione ed il garantismo del sistema penale italiano approvando in tempi brevi un semplice articolo che punisca il reato di tortura.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

2 Responses to “In Italia la tortura non è (ancora) reato”

  1. Entità sempre vigile scrive:

    E quando accadranno degli avvenimenti futuri molto prossimi, dei quali diremo se stiamo sognando o sia in atto un film di Spilberg, la tortura sarà l’ultimo dei nostri pensieri, perchè un proiettile legale in testa sarà più efficacie delle manganellate… preparatevi cari miei..

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  1. […] lato, e ne avevamo già parlato, è necessario introdurre nel nostro ordinamento giuridico il reato di tortura, fattispecie legale […]