Vittoria di Obama sulla riforma sanitaria. Ma potrebbe diventare una sconfitta

– Contro la maggior parte dei pronostici, la Corte Suprema degli Stati Uniti si è pronunciata in senso favorevole per quanto concerne la costituzionalità del “Patient Protection and Affordable Care Act”, maggiormente noto come “Obamacare”.

La suddetta riforma sanitaria – cavallo di battaglia del presidente democratico – istituisce una copertura assicurativa obbligatoria per le spese mediche di tutti i cittadini statunitensi (immigrati esclusi) entro il 2014. Ogni americano avrà infatti l’obbligo di acquistare una copertura sanitaria individuale presso un’assicurazione, le quali non potranno più rifiutare soggetti affetti da patologie croniche o ritirare arbitrariamente la polizza in questione se insorga una malattia. I datori di lavoro dovranno soggiacere al medesimo obbligo nei confronti dei propri dipendenti, mentre – contemporaneamente – si assiste ad un ampliamento della platea interessata dal programma federale sanitario Medicaid (ogni nucleo familiare il cui reddito annuo complessivo sia inferiore a 30.000$).

Sin dal 2010 (anno di promulgazione della legge) non sono mancate polemiche, tanto in seno all’opinione pubblica quanto sul piano strettamente legale. Numerosi Stati americani (26 su 50) avevano infatti subito aperto una lunga serie di vertenze nel tentativo di “sterilizzare” la portata del provvedimento, teorizzando che il governo federale non abbia il potere di “regolare il commercio penalizzando l’inazione” (cioè, penalizzando tramite il pagamento di una multa coloro che scelgono di non stipulare un’assicurazione sanitaria).

Dopo una serie di pronunce altalenanti delle varie Corti Federali, la recentissima sentenza della Corte Suprema sembra segnare la fine del lungo travaglio giudiziario subito dall’Obamacare. Si legge, infatti, nella motivazione della decisione che “il fatto che la riforma prevede che alcuni cittadini possono pagare delle sanzioni per non aver stipulato l’assicurazione medica può essere ragionevolmente considerato come una tassa. […] La Costituzione permette tasse del genere, e non è nelle nostre competenze vietarle“. La Corte è giunta a tale verdetto con una profondissima divisione interna (5-4); a favore dell’Obamacare si sono schierati i quattro giudici liberal e, a sorpresa, il presidente John Roberts (che ha scritto la sentenza), conservatore eletto da George W. Bush.

Da più parti si è salutata questa sentenza come una vittoria di Barack Obama nei confronti dei Repubblicani (che per tutti questi anni hanno ripetutamente battuto il tasto su una presunta incostituzionalità della legge in questione), il quale non ha, ovviamente, perso l’occasione di esprimersi entusiasticamente in merito alla decisione giurisdizionale. Eppure, è proprio la riforma sanitaria a poter divenire la tomba elettorale del presidente democratico. Mitt Romney ha annunciato che, in caso di elezione, si impegnerà attivamente per abrogare l’Obamacare. Non è infatti da sottovalutare la polarizzazione che la sentenza provocherà nell’elettorato in vista delle ormai prossime elezioni presidenziali; i Repubblicani sembrano intenzionati ad attrarre quella parte di elettorato (che sembra maggioritario) moderato che non vede di buon occhio la Riforma Sanitaria.

Riforma che, rebus sic stantibus, rischia di tramutarsi in un’ennesima tigre di carta. Per la sua piena entrata in vigore bisognerà attendere sino al 2014, e soprattutto bisognerà aspettare la legislazione di attuazione da parte degli Stati; il CATO Institute ha elencanto una serie di convincenti motivi per cui gli Stati dovrebbero bloccare sul nascere la riforma Obama senza legiferare in merito, così da far collassare la riforma dal basso, impedendo la creazione di una tassa occulta sui propri cittadini e l’innalzamento del debito federale.

D’altronde, già in tempi non sospetti, non pochi economisti hanno evidenziato il carattere sostanzialmente “vuoto” ed enormemente propagandistico (qui e qui) di una (contro)riforma capace di rafforzare il monopolio assicurativo a suon di domanda addizionale pagata con i soldi dei taxpayer di turno. Gli effetti sull’economia (la spesa sanitaria americana, già altissima, rischia letteralmente di impazzire) rischiano di essere disastrosi; e non sono pochi gli americani che, già prima di veder entrare in vigore la riforma a pieno regime, cercano un’alternativa all’orizzonte.

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Twitter @ilmastigaforo


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

5 Responses to “Vittoria di Obama sulla riforma sanitaria. Ma potrebbe diventare una sconfitta”

  1. marcello scrive:

    E’ meglio che chi è povero e non può pagarsi l’assicurazione debba schiattare piuttosto che far fare qualche sacrificio ai ceti più alti tale che, pagate le imposte, ancora gli restano molti soldi?

  2. Michele Dubini scrive:

    Chi è povero è automaticamente coperto da Medicaid, quindi non vedo perché debba schiattare o perché la sanità americana debba necessariamente venir dipinta come una specie di far west (?!).

  3. mogol_gr scrive:

    Obaminho.

  4. Piccolapatria scrive:

    Ottima risposta a Marcello caro Dubini, ci voleva proprio! Chi non conosce la realtà sanitaria USA, straparla sul sentito dire e strombazzare. E’ duro a morire il racconto noir/gotico che in USA un povero cristo è condannato alle non cure ( se non alla morte) se non possiede un’assicurazione sanitaria. Addirittura si specifica che il malcapitato verrebbe respinto ( cacciato senza pietà) dalla struttura ospedaliera o simile ove avesse l’ardire di rivolgersi senza le dovute credenziali assicurative. Da quel che mi risulta direttamente tramite un famigliare che da tempo stà lì, anche il povero in canna ha dove ricoverarsi e curarsi.
    In Usa, l’ampiezza e la qualità dei trattamenti sanitari non sono certo slegati da quanto puoi o meno spendere; ma anche in Italia seppur in misura diversa. Quante volte si è costretti ad accedere privatamente da qualche specialista della medicina italica per essere più tranquilli e/o assistiti meglio e per tempo, pur avendo pagato sonoramente i contributi dell’assistenza sanitaria nazionale? Mai sentito parlare di appuntamenti nelle strutture pubbliche per analisi, diagnosi od esami che ti rimandano di mesi e mesi? Grazie per l’ospitalità.

  5. creonte scrive:

    il punto cruciale è che il sistena sanitario, essendo dedicato a utenti che non sono i liberi, perfetti e razionali utenti dell’economia liberale classica di fatto non garantiscono un conteniemnto nei costi in presenza di strutture private e libera concorrenza.

    di fatto nel ventunesimo secolo il pubblico ha migliori possibilità di contenere i costi.

    alla fine, ai medici e agli assicuratori, conviene avere un “business grosso” com efatturato. mentre alla collettività ha come obiettivo di minimizzare i costi a parità di livello prestazionale
    (tramite la farmacoeconomia e i vari contenimenti dei costi che di fatto non sono il vero interesse di un privato che si occupa di sanità)

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