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Anche al cinema serve una rivoluzione culturale

– Cinema e letteratura hanno raccontato l’Italia attraverso le sue stagioni.
Tra progresso e regresso, tra le macerie lasciate dalle guerra e il boom che seguì, tra periferie di città in costruzione e campagne abbandonate col miraggio delle fabbriche. Le pagine di tanti racconti e le immagini di tanti film hanno descritto quel che era, qualche volta provando ad immaginare quel che sarebbe accaduto. La cronaca diveniva spesso analisi introspettiva. Il personaggio l’espediente per connotare un tipo che diveniva modello. Riconoscendo una sua dignità ad una società comunque in ascesa.

Cinema e letteratura sono stati specchio e megafono di un Paese “difficile”. Ma hanno anche contribuito, almeno in parte, alla sua realizzazione. Con idee e proposte, soffiando forte sul fuoco mai spento del supporto culturale. Incidendo sui modi del pensare e dell’agire. Innescando un osmotico rapporto, talora rinsaldato, talaltra appena soffocato, dalla Politica. Prendendo spunto dalla società per riflettere, innanzitutto. Ma spingendosi anche oltre. Inserendo lineamenti di pedagogia del vivere.

Spesso, nelle sue migliori espressioni, la letteratura ha costituito la traccia per trasposizioni cinematografiche. Poi quella liaison, quasi naturale, con il tempo si è fatta sempre più esile fino a scomparire del tutto. Anche se non improvvisamente. Sono cambiati gli interpreti, sono mutati gli scenari, si è trasformato il sentire comune. Ed in questo rimescolarsi violento di atteggiamenti, di percezioni, di sentimenti, anche i parametri hanno un subito un restyling formale e sostanziale. Anche per quel che riguardo il Cinema. Scosso da una sotterranea rivoluzione culturale.

La svolta epocale per il Cinema degli ultimi decenni non è stata né la rivoluzione digitale, né, tanto meno, il 3D. A scompaginare tutto è stata l’ossessione del successo, non come legittima aspirazione al maggior numero possibile di spettatori ma come scalata delle classifiche. “Il giorno in cui invece di chiederci se un film era bello, abbiamo cominciato a chiederci quanto aveva incassato”, come ha spiegato qualche tempo fa Francis Ford Coppola, è iniziata (o completata) l’involuzione. Con tutto il corollario di “droghe” e “stimolanti” necessari ad arrivare in vetta subito. A partire dalle strategie di marketing preferite al passaparola, dall’occupazione orizzontale del cinema invece della penetrazione in profondità. In questo modo non solo si sono cambiati i modi del consumo, ma si è stravolta la natura stessa del prodotto.

Con la pretesa che il Cinema fosse un’industria si è promossa una sua modernizzazione, una sostituzione dei suoi linguaggi obsoleti. Peccato che i numeri non sembrino dare ragione a questa operazione. Dei 363 film usciti nel 2011 in italia, i primi 12 hanno incassato il 30% del mercato, i primi 28 il 50%, i primi 180 il 95%. E tra gli altri 183 che si sono dovuti accontentare del 5% del mercato ci sono film che hanno vinto al Festival di Venezia (Faust), di Berlino (Una separazione), o di Roma (Kill me please), che sono stati applauditi a Cannes (Le nevi del Kilimangiaro). Film che all’estero hanno ottenuto incassi molto più interessanti.

E’ così che si può davvero capire quanto il Cinema, come la letteratura e l’Arte nelle sue difformi espressioni, sia parte di un tutto del quale fa parte a pieno titolo la politica. Così come le degenerazioni di quest’ultima non possono curarsi con i governi tecnici o con leggi anticorruzione, anche al Cinema non possono bastare misure esclusivamente particolari. Serve una specie di nuova “rivoluzione” culturale, capace di ristabilire una corretta scala di valori.

Quando nel 2004 la Mostra del cinema di Venezia decise di dedicare la propria retrospettiva  alla “Storia segreta del cinema italiano”, decretando “la rivincita di un cinema oggi quasi completamente scomparso su un sistema produttivo che lo ha distrutto”, ecco che lo snobismo dello spettatore si trasforma in qualcosa di più ambizioso. Ribaltando le gerarchie si finisce per imporre una nuova scala di valori, dove gusto goliardico ed elogio del disimpegno finiscono per mescolarsi. In una sorta di populismo cinefilo. Esempi di questo “filone” possono rintracciarsi in I soliti idioti, oppure in Benvenuti al nord.

La pretesa filiazione di questo cinema dalla commedia all’italiana, spesso richiamata, appare quanto mai inopportuna. Basta rivedere una qualsiasi delle commedie all’italiana prodotte all’incirca tra il 1958 e la fine degli anni Sessanta, per rendersi conto di che differenze intercorrano. Allora, a differenza di quanto accada da anni, la risata non era suscitata dagli sboccati epiteti. Ma era centrata sulla capacità di prendere le distanze da quello che si raccontava, mettendo in ridicolo vizi e difetti. Anche con cattiveria. Così si rideva del padre che insegna al figlio ad essere disonesto, come accade nell’episodio dei I Mostri nel quale era protagonista Gassmann. Episodio che a conclusione certifica la validità del contrappasso.

Appuntarsi su di un film del presente piuttosto che su un altro non sarebbe probabilmente corretto e probabilmente distoglierebbe dall’analisi generale. Certo è che oggi è la gag o la battuta a giustificare l’esistenza sullo schermo di un personaggio. E non viceversa. Così la moltiplicazione di soggetti narrativi finisce per cancellare  psicologie e moralità in funzione del puro e semplice meccanismo comico.

Questa degenerazione è stata a lungo coltivata. Consapevolmente ed inconsapevolmente. Spesso cercando valori in film che non ne possedevano. Giornalisti, critici, direttori di festival e organizzatori culturali. Tutti insieme almeno un po’ rei di non aver contrastato questa tendenza, nell’intento di essere à la page. Di conquistare un consenso di massa che gratifichi prima di tutto loro.
L’apparire, anche al Cinema, sembra aver avuto la meglio sull’Essere. L’elegante sottinteso sopraffatto dallo sguaiato doppio senso. L’appeal della parola schiacciato dalla sonorità della parolaccia. Se il Cinema deve ri-divenire un’industria del Paese in crescita, deve necessariamente mostrarsi in maniera differente.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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