Una riforma relativa, di cui l’ottima Fornero porta un merito assoluto

L’inefficienza del mercato del lavoro è stato per anni un fattore di debolezza economica, oltre che di iniquità. Ha dissipato un potenziale di crescita disponibile, ma imprigionato. Ha depresso l’occupazione e la produttività. Ha distorto la domanda di lavoro delle imprese e mortificato l’offerta di lavoro dei giovani, delle donne e di quanti finivano al di fuori della “cittadella delle tutele”.

Come sul sistema previdenziale, così anche sul mercato del lavoro una cattiva politica ha difeso per anni cattive politiche, insostenibili e manifestamente discriminatorie. Come sulle pensioni, così anche sul mercato del lavoro al governo Monti e in particolare al ministro Fornero è toccato di intervenire in poche settimane per rimediare, con inevitabile approssimazione, a decenni di ritardi, finendo per apparire agli occhi di molti come la causa dei problemi, di cui doveva invece arginare gli effetti.

La legge di riforma del mercato del lavoro è meno perentoria e definitiva di quella previdenziale. E’ una riforma a metà, di cui al ministro e al governo va ascritto quanto c’è e alla sua (chiamiamola così) maggioranza e alle parti sociali imputato invece quanto manca. I limiti “funzionali” della riforma sono evidenti, ma è clamorosamente evidente che rispondono ai limiti politici imposti dall’esterno all’azione dell’esecutivo.

Nella legge che Monti porterà a Bruxelles come prova di buona volontà tutto è abbastanza giusto, ma tutto è abbastanza poco. Il duplice passaggio dalla tutela giudiziale a quella risarcitoria per i licenziamenti illegittimi e da un sistema discriminatorio e “politico” di tutele sociali ad uno universale, uguale e “legale” di sostegno al reddito dei disoccupati si sarebbe dovuto compiere in forma più radicale. Non è stato possibile, ma è già miracoloso che sia stato avviato mentre tutti – dal PdL al Pd, da Confindustria al sindacato – pretendevano di far valere nel negoziato immunità e privilegi feudali.

La legge approvata ieri è comunque un passo avanti nella direzione di equilibri più equi ed efficienti. Il relativo indebolimento delle tutele sul fronte dei licenziamenti individuali – che ha suscitato polemiche tanto inevitabili quanto scontate – è ampiamente compensato dai limiti ad un uso surrettizio e abusivo del lavoro autonomo, come “maschera” formale di un rapporto sostanziale di subordinazione. In questo modo, peraltro, non ci si allontana dagli schemi del modello sociale europeo, ma ci si conforma più puntualmente. La flessibilità in entrata e quella in uscita somiglierà di più, e non di meno, a quella dei paesi di cui giustamente i lavoratori e le famiglie italiane invidiano la generosità e l’efficienza delle garanzie sociali.

Il riordino del sistema delle tutele del reddito e la sua distinzione da quello di tutela del lavoro e della base occupazionale consente di rimediare almeno parzialmente ad un duplice paradosso, che fino ad oggi condannava chi – come i lavoratori atipici e i parasubordinati –  aveva un rischio occupazionale molto superiore ad essere escluso da qualunque sistema di protezione e divideva i “licenziati” in figli e figliastri, a seconda del settore, della dimensione d’impresa e dell’accessibilità degli ammortizzatori discrezionali. L’assicurazione sociale per l’impiego – la cosiddetta Aspi – amplia (in teoria ed a regime) la platea dei lavoratori coperti da un sussidio di disoccupazione e il riordino della cassa integrazione con la sua estensione a settori oggi non coperti complessivamente universalizza il sistema delle tutele nelle crisi occupazionali aziendali.

Di questa riforma “relativa” il Ministro Fornero – con le sue impuntature, i suoi cedimenti, le sue solitudini e la sua proverbiale naïveté politica – porta un merito assoluto. Si tratta, come è evidente, di una legge a rischio e si farà elettoralmente a gara per prometterne le “correzioni”, cioè lo smantellamento. Ma che oggi la si usi – in modo esplicito – come uno specchietto per allodole europee e soprattutto tedesche dà l’esatta misura del perché e del per come l’Italia sia un paese politicamente “a rischio” e rimanga purtroppo, nonostante un premier molto serio, un interlocutore sospetto al tavolo di Bruxelles.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Una riforma relativa, di cui l’ottima Fornero porta un merito assoluto”

  1. marcello scrive:

    Si doveva fare una legge seria contro la corruzione, e per velocizzare sia i processi penali che civili. Non togliere l’art. 18, come se chi ne beneficia (di solito con degli stipendi da fame) fosse responsabile della crisi.
    E poi l’aspi va estesa a chiunque è disoccupato. Invece si parla solo di chi perde il lavoro. Chi è arrivato a 40 anni senza aver lavorato mai non è proprio considerato.

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