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Turchia-Siria, il jet abbattuto non è un primo atto di guerra

– Un aereo abbattuto è sempre un buon casus belli. Soprattutto se, fra i due Paesi coinvolti nell’incidente militare, la tensione è già allo zenit.

Tuttavia, a quasi una settimana dall’abbattimento di un bombardiere F4 Phantom turco da parte della contraerea siriana, possiamo già escludere una possibilità di escalation bellica. Ankara non ha alcuna intenzione di dichiarare guerra alla Siria. Lo dimostra il fatto che le relazioni diplomatiche fra i due Paesi sono state mantenute, anche nei giorni immediatamente successivi all’incidente. I militari siriani hanno subito riconosciuto la loro responsabilità per l’abbattimento del jet, hanno invocato il principio dell’inviolabilità del loro spazio aereo, ma la diplomazia di Damasco ha anche auspicato una pronta ricucitura dello strappo.

Erdogan, nel corso del consiglio d’emergenza della Nato di martedì scorso, ha definito la Siria “una minaccia alla sicurezza” della Turchia e del fianco orientale della Nato. Ma tutto quel che ne consegue è solo un cambio delle regole di ingaggio lungo la frontiera siriana. In caso di scontro a fuoco sul confine (e ne sono capitati già tanti), i militari di Ankara avranno l’autorizzazione a rispondere al tiro. Da qui a una guerra ce ne passa. La Nato, dal canto suo, ha continuato ad escludere ogni ipotesi di intervento militare.

Una mancata reazione ad un atto di aggressione può essere ben letta come un segno di debolezza della Nato. Ma, a giudicare dalla dinamica dell’incidente, si tratta di una precisa scelta, non di paura. L’abbattimento dell’F4 Phantom potrebbe infatti essere una di quelle perdite che imbarazzano più chi le subisce, che non chi le infligge.

Analisti russi, con il loro solito mix di complottismo e patriottismo, affermano che l’incidente sia un sintomo di un imminente attacco della Nato alla Siria. Secondo loro, infatti, il pilota turco stava deliberatamente testando la prontezza dei sistemi anti-aerei siriani (di fabbricazione russa) per conto della Nato, ma a quel punto, quella prontezza, l’avrebbe verificata sulla sua pelle. La tesi russa sembra un po’ implausibile.

Prima di tutto perché è veramente troppo cinico rischiare la vita di due uomini (che risultano tuttora dispersi in mare) per condurre, in pieno giorno, un test di reazione del nemico. Tutte le aviazioni più avanzate sono dotate di droni, velivoli senza pilota. La Turchia non fa eccezione: ne ha 28, di cui 10 comprati da Israele e 18 dagli Stati Uniti.

Anche la prima versione turca dei fatti (un’aggressione deliberata a un aereo che volava fuori dallo spazio aereo siriano) sembra però un po’ forzata. Il luogo dell’abbattimento dell’F4 Phantom dà adito a molte ambiguità. E’ infatti quel piccolo triangolo di Mar Mediterraneo compreso fra la costa siriana e quella meridionale turca.

Secondo una ricostruzione dei fatti, l’F4 Phantom sarebbe precipitato in acque internazionali, dopo aver fatto a zig-zag dentro e fuori dallo spazio aereo siriano. Potrebbe dunque essere stato colpito sui cieli della Siria (come denuncia Damasco) e precipitato in acque internazionali (come puntualizza Ankara), ma in ogni caso ha commesso una violazione della sovranità siriana. Lo ha ammesso lo stesso presidente turco, Abdullah Gul, che parla di uno sconfinamento per errore, dovuto all’alta velocità.

Ma può un pilota di professione, su un aereo da ricognizione, commettere un errore così grossolano, solo perché viaggiava ad una velocità a cui dovrebbe essere più che abituato? In attesa di conferme, qual è la spiegazione più logica? Il Phantom era probabilmente in missione di ricognizione, considerando che solitamente, nei voli di pattuglia, viaggia in coppia con un altro aereo. E in questo caso non si hanno notizie di un secondo aereo. Durante la sua missione, lungi dal voler testare la prontezza dei sistemi d’arma nemici, il pilota del Phantom potrebbe essere incappato inaspettatamente nei radar della contraerea siriana. Si tratterebbe, dunque, di una ricognizione finita male. Un episodio due volte imbarazzante per Ankara: primo perché è finito male (e forse anche in tragedia, se i due uomini di equipaggio non dovessero essere trovati), secondo perché si scopre che la Turchia sta conducendo ricognizioni nello spazio aereo siriano.

La qual cosa non dovrebbe stupire nessuno. La Turchia, da un anno, sta conducendo una guerra “segreta” contro il regime di Bashar al Assad. Ospita i santuari dei ribelli sul suo territorio e permette al Consiglio Nazionale Siriano (il governo ombra degli insorti) di riunirsi a Istanbul. La Turchia non è da sola. Anche i Paesi arabi del Golfo Persico (primo su tutti il Qatar) e la Giordania fanno quanto è possibile per sostenere l’insurrezione. Che è, prima di tutto, una ribellione di una maggioranza di musulmani sunniti (come i turchi e come gli arabi della regione) contro un regime alawita, setta di derivazione sciita, alleato dell’Iran.

Ma è proprio in un contesto come questo, che un attacco della Nato non è in vista. Perché conviene a tutti mantenere sotto-traccia un intervento straniero, ma musulmano, in terra musulmana. Rovesciare la dittatura di Assad dall’interno è un atto politico molto più lungimirante rispetto ad una plateale campagna aerea occidentale in terra islamica. Per di più contro un regime apertamente sostenuto dalla Russia e dotato (come si è ben visto) della capacità di abbattere jet supersonici della Nato.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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