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Il lavoro è libertà, non diritto

– Per il Ministro Fornero il lavoro non è un diritto, la Rete non parla d’altro. Migliaia di italiani hanno sentito il dovere di difendere la sacralità della carta costituzionale dall’attacco della terribile Elsa Maria, chiedendole di dimettersi prontamente dalla guida del Dicastero del Lavoro e delle Politiche sociali. Alla Fornero, che pure ha commesso il grave errore di aggiustare il tiro e correggere le proprie dichiarazioni, va riconosciuto un pregio notevolissimo: dice quasi sempre cose giuste, ma –soprattutto- le dice sempre nel più indelicato e spietato dei modi (salvo poi, magari, pentirsene parzialmente).

Il lavoro, dice bene il Ministro, non è un diritto: il lavoro precede il diritto, precede la legge e finanche lo stato. E’ l’incontro volontario tra domanda e offerta di prestazioni intellettuali o manuali che nessuno può pretendere di ricevere e nessuno può pretendere di dare.

Nulla, insomma, che possa essere etichettato come una graziosa elargizione da parte di un’organizzazione giuridica, ma semplicemente il frutto di libere relazioni tra individui, che sono sempre esistite nella storia e che esisterebbero anche in assenza della pesante mano pubblica e della tutela che l’apparato statale si vanta di poter offrire.
Se un giorno non esistesse più lo stato,o se un giorno i riferimenti al “diritto al lavoro” sparissero dalla Carta, forse voi smettereste di lavorare? O forse riterreste di dover sopprimere il naturale anelito a creare, produrre, trasformare, realizzare che risiede nel vostro animo?

Nel riconoscere in pompa magna a tutti i cittadini il “diritto al lavoro”, i Costituenti sono stati abilissimi a conferire la fittizia veste letteraria di inapplicabile e vuoto “precetto” a ciò che in realtà non necessita di un’approvazione o di un riconoscimento giuridico perché possa liberamente esplicarsi: prestare e fornire lavoro sono esigenze di ogni individuo, bisogni che vanno ben oltre connotazioni di natura economica, che si fondano sulla legittima aspirazione di migliorarsi, di realizzarsi, di dare libero sfogo alle proprie capacità ed ambizioni.
Il dettato dell’art. 4 della Costituzione, lungi dal rappresentare una previsione di natura precettiva (nonostante l’ingannevole formulazione usata), costituisce una delle tante simboliche e malriuscite norme programmatiche contenute nella Carta costituzionale: un reale diritto soggettivo al lavoro, in buona sostanza, non esiste, non è mai esistito e mai esisterà, e la Fornero lo sa benissimo.

A chiunque avesse l’ardire di postulare il contrario, ad ogni modo, porgerei l’invito a recarsi (possibilmente armato di purpureo vessillo sventolante e circondato di agguerriti sindacalisti al seguito) presso una qualsiasi azienda o presso uno qualsiasi dei tanti sovrannumerari ed affollatissimi enti pubblici disseminati sul territorio nazionale, e a pretendere a gran voce lavoro.

L’esperienza pratica insegnerebbe a costui un concetto che la Fornero ha avuto la forza di sussurrare, ma che la stessa non ha avuto il coraggio di completare: il lavoro, a prescindere da ciò che la Costituzione -che pure non è Vangelo- platealmente sancisce, non è un diritto e non potrà mai esserlo, nessuno può e potrà concretamente pretenderne l’imposizione nei confronti di soggetti non interessati a fornirne o a prestarne la disponibilità. Il lavoro è un mercato, il più nobile e prezioso dei mercati, nel quale si incontrano e fondono le volontà di individui che hanno fiducia nelle proprie braccia e nelle proprie menti assai più di quanto ne abbiano nei confronti di un ordinamento giuridico e di un apparato burocratico vani e vanitosi. Lavorare, pertanto, è assai più di un diritto e di un dovere di solidarietà economica e sociale, quale viene definito dalla Carta costituzionale con propagandistica enfasi : è scambio, consenso, scommessa in se stessi e nel prossimo. In una sola parola, libertà.


Autore: Carmelo Impusino

30 anni, avvocato, vive a Melicucco (RC). Master di II° livello in Diritto e Management Sanitario presso l'Università della Calabria. Blogger liberale iscritto all'Associazione Calabria Radicale e a Futuro e Libertà per l'Italia.

8 Responses to “Il lavoro è libertà, non diritto”

  1. navi torve scrive:

    forse lei, presumo sia così, non avrebbe avuto modo di leggere, in versione integrale ed originale, il testo del WSJ al quale il ministro avrebbe cercato “brillantemente” di rispondere.

    se così fosse, infatti, ben saprebbe che uno dei giornali liberali più importati dell’occidente industrializzato avrebbe fatto presente ai governanti, o presunti tali, del nostro Paese che il costo del lavoro sarebbe divenuto così estremamente eccessivo da non poter più riuscire a garantire la piena competitività delle PMI italiane.

    a ciò il ministro fornero avrebbe risposto: “il lavoro non è un diritto”.

    dico: “geniale”, lei non trova?

    peccato, però, che a codeste condizioni il mercato rischierebbe di crollare e che qui non sia in gioco il posto di lavoro fisso, o un qualsiasi posto di lavoro, bensì la libertà stessa, da lei tanto declamata, di offrire e chiedere un qualsiasi impiego.

    lei pensa, mi risponda sinceramente, che senza gli articoli 1 e 4 della costituzione italiana qualcuno verrebbe ancora assunto in italia?

    lei pensa, mi risponda sinceramente, che a queste condizioni le PMI sarebbero ancora in grado di esercitare quella libertà della quale parla?

    qui, mio caro avvocato impusino (mi scusi se glielo chiedo, ma negli ultimi 4 anni dove ha vissuto? lei sembra totalmente avulso dalla contemporaneità), non è in gioco il diritto al lavoro, giacché in quello moltissimi italiani ormai non sperano davvero più, ma il diritto stesso di esercitare la libertà di cercare e offrire lavoro (ma lei ha una benché minima idea della platea di giovani italiani che ormai non cercano nessun tipo di lavoro poiché convinti che, in ogni caso, non sarebbero in grado di trovarlo? le sembra libertà questa? le sempre che questi giovani abbiano qualche scelta? e non osi dire che hanno la possibilità di rimboccarsi le maniche poiché quelli come me, che l’hanno davvero fatto, si sono trovati nella condizione di guadagnare solamente 4 miseri euro lordi ad ora e, per di più, con la partita iva).

    io consiglierei di farsi un giro nelle piazze italiane, di smettere di votare per un partito fasullo com’è futuro e libertà per l’italia (penso lei sappia perfettamente sia da dove viene il fascista fini sia dove vuole andare insieme al centrista casini e al socialista rutelli. forse lei no riesce ad immaginare quale disgrazia sarebbe per il paese se uno dei tre succitati diventasse veramente premier) e di tornare a scrivere non appena si sarà reso conto delle criticità vissute da tutti gli italiani.

    gaber diceva, penso lo ricorderà, che la libertà è partecipazione.

    diciamo pure che la libertà è partecipazione al processo produttivo.

    sono d’accordo. davvero.

    peccato che ci abbiano tolto anche quella, di libertà (ah, giusto, a lei, avvocato, non importa, visto che fa parte della casta, o sbaglio?)

    buona fortuna e, mi raccomando, continui a guadagnare molti milioni alla faccia degli italiani onesti che lavorano davvero.

  2. gisberto scrive:

    Il lavoro è un diritto e nessuno vuole togliere il diritto di lavorare, quello che dovrebbe essere messo in discussione è il compenso per il lavoro fatto. Se una persona fa un lavoro che vale poco o nulla o addirittura può essere controproducente, non vedo per quale motivo dovrebbe essere pagato ed a volte anche profumatamente. Penso in particolar modo agli impieghi nella pubblica amministrazione.

  3. Sono stupito che un articolo del genere sia stato scritto da un avvocato.
    A parte la domanda “Se un giorno non esistesse più lo stato, o se un giorno i riferimenti al ‘diritto al lavoro’ sparissero dalla Carta, forse voi smettereste di lavorare?” che, in modo sorprendente per un sito come Libertiamo, umilia la tradizione del costituzionalismo liberale (“La Repubblica riconosce e garantisce…”; art. 2 Cost.) e si pone su un piano illiberale in cui lo stato e/o le sue leggi fondano i diritti fondamentali dell’individuo, è davvero infantile leggere il diritto al lavoro costituzionalmente fondato interpretandolo come un diritto immediatamente esigibile dal singolo e non come un impegno della Repubblica a favore di politiche per l’occupazione (ponendo questo obiettivo al di sopra di altri obiettivi economici).
    Se non piace la Costituzione, evitiamo di giurare su di essa. Ed evitiamo anche di darne interpretazioni volutamente ed evidentemente grossolane.

  4. Il problema è che almeno due dei commentatori di questo pezzo non lo hanno neppure letto, altrimenti avrebbero notato che è nello stesso articolo che si parla delle norme costituzionali in materia di lavoro quali norme che non possono avere alcun contenuto precettivo, ma che ne hanno solo uno programmatico. Dai giuristi, evedentemente, molti si aspettano solo conservazione e ragionamenti da “casta”, restando stupiti quando gli stessi propugnano libertarie. Di diritto concreto nulla può avere ciò che costituisce solo un “programma”, peraltro sconfessato clamorosamente da 60 anni di concreta storia repubblicana. Ciò che dal dopoguerra ad oggi è rimasto solo un puro programma, lei è capace di chiamarlo diritto? Lei Grancolibrì, vuole muoversi sul piano dei diritti, io su quello della libertà, ritenendo la libertà di gran lunga prioritaria (anche sotto il profilo logico) rispetto a qualsiasi “diritto” che si presume concesso dallo stato. La libertà (anche quella di lavorare) può esistere anche in assenza di un ordinamento giuridico, non è un qualcosa che dipenda da una gentile concessione dello stato, liberi si nasce, schiavi si diventa (anche in paesi assolutamente democratici e provvisti di costituzione) . In ogni caso, per sua informazione, io ho giurato ” adempiere ai miei doveri professionali con lealtà onore e diligenza per i fini della giustizia e per gli interessi superiori della Nazione”. E’ questo il giuramento degli avvocati, non quello sul Vangelo o sulla Costituzione, che non ho il dovere di considerare una Bibbia o una verità rivelata, anche perchè il mio amore per la libertà tutela quelli che lei chiama diritti assai più di qualsiasi norma scritta. Le Costituzioni devono adeguarsi alla mutata sensibilità e alle mutate necessità dei popoli, non possono essere ritenute infallibili e immutabili: se lo pensassimo saremmo conservatori, non liberali, e dovremmo anche smettere di lottare per quei tanti diritti civili e quelle tante libertà economiche che il nostro ordinamento non tutela. Lei lotti pure per conservare il sistema, lasci ad altri il compito di riformarlo e liberalizzarlo. Si scandalizzi pure, Gran Colibrì,è un buon segno. Saluti libertari,Carmelo Impusino.

  5. Ottimo. Le avevo chiesto di non nascondersi dietro ad un dito e ora ha finalmente spiegato quale visione propugna davvero. Occorrerebbe avere sempre il coraggio di illustrare la propria diversa opinione senza cercare di far apparire stupida l’opinione altrui.
    Continuo a non capire, però, perché la mia intenzione di realizzare un diritto non realizzato in 60 anni sia così utopistica, se poi lei difende “quei tanti diritti civili e quelle tante libertà economiche che il nostro ordinamento non tutela”.
    E ovviamente il riferimento al giuramento sulla Costituzione non era nei confronti suoi, ma del ministro al quale il suo articolo è dedicato. Mi sembrava chiaro, evidentemente non lo era.

  6. Carlo scrive:

    Mi perdoni Caro Avv. Impusino, ma se la sua risposta a critiche leggittime comincia così, Il problema è che almeno due dei commentatori di questo pezzo non lo hanno neppure letto.. forse farebbe bene ad evitare di chiudere il suo pezzo con Saluti Libertari!

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