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Bisso era comunista ed è andato in Svizzera a “suicidarsi”. Come Lucio Magri? No

“Voglio decidere io della mia vita….”.  Lo scriveva sulla sua pagina Facebook Vittorio Bisso, malato di Sla, che martedì è morto in Svizzera: “suicidio assistito”. Bisso da oltre 30 anni era impegnato in politica. Era stato assessore allo Sport a Dolo e consigliere provinciale per i Comunisti italiani. Sportivo appassionato, da più di due anni combatteva contro la Sclerosi laterale amiotrofica senza arrendersi. Ha resistito fin che ha potuto, viaggiando e sperimentando cure alternative. Ma da febbraio la malattia lo aveva imprigionato. Non si era arreso alla Sla, ha scelto per ragioni analoghe di non arrendersi all’idea di finire alla mercé di una macchina burocratica implacabile, che fa coincidere il curare col “non fare morire” e che spossessa il malato della sua stessa malattia, oltre che del diritto di decidere di essa e di sé.Bisso era ateo e lo rivendicava. La sua decisione però non è stata politicamente atea, ma moralmente libera. Libera e indiscutibile quanto quella di milioni di malati che al suo posto avrebbero non solo subito, ma accettato e preteso fino alla morte “naturale” quelle cure che lui ha rifiutato. La sua – quella di rivoltarsi contro un destino avverso – non è stata una scelta superba. Non più di quelle uguali e contrarie di cui è costellata ogni giorno la storia della sofferenza umana. Non è invece superba l’indignazione di chi vorrebbe giudicare queste scelte, distinguendo dall’esterno quelle buone e quelle cattive, quelle politicamente esemplari e quelle “nichiliste”?

Sappiamo troppo poco della vicenda per comprendere quanto la sua morte “in esilio” sia stata davvero obbligata. Dal punto di vista giuridico, almeno teoricamente, Bisso avrebbe potuto evitare anche in Italia quelle cure che giudicava umilianti e da cui voleva morendo salvarsi. Come ha dimostrato il caso Welby, in teoria (molto in teoria) avrebbe potuto rifiutare anche in seguito il consenso a trattamenti inizialmente accettati o avviati dai medici quando egli, trovandosi in uno stato di incapacità temporanea, non fosse stato in grado di rendere o di negare il proprio consenso. Ma la cosa avrebbe probabilmente significato una preparazione alla morte annegata nelle carte bollate, nel latinorum insopportabile dei ricorsi, nella pubblicità negativa del voyeurismo moralistico.

Apparentemente la scelta di Bisso somiglia a quella di Lucio Magri.  Sostanzialmente – e dal punto di vista bioetico – ci pare una cosa molto diversa, che proprio quanti difendono il diritto “assoluto” dei malati a decidere in piena libertà se e come e quanto curarsi dovrebbero evitare di confondere. Il suicidio medicalizzato non è sempre “eutanasico”, se per eutanasia si intende un diritto del morente a non soffrire oltre il limite (soggettivo) del tollerabile, non il dovere del sistema sanitario di assistere e confortare quelli che, per le più varie e insondabili ragioni, vogliono suicidarsi. L’eutanasia è qualcosa – se ci è permesso il termine – di più “sacro” e di moralmente più impegnativo di una morte asettica ed anonima, somministrata in un reparto ospedaliero.

 


Autore: Simona Nazzaro

Nata a Roma nel 1980. Laureata in Scienze della Comunicazione, a La Sapienza, ha curato le campagne politiche e di comunicazione dell’Associazione Luca Coscioni. Collabora con diversi settimanali e quotidiani. La sua grande passione è il basket, e da anni concilia questa con il lavoro: conduce infatti una trasmissione radiofonica di approfondimento sportivo.

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