Il “pareggio di bilancio” burocratico

La burocrazia ha un costo per le imprese. Sarà una banalità, ma le regole che disciplinano l’attività di controllo sulla legislazione condotta dalla ragioneria dello stato e dagli uffici delle commissioni Bilancio di Camera e Senato sembrano ignorarlo.

Prendiamo il caso di un emendamento o di un disegno di legge che imponga ai panettieri la frequenza a corsi di aggiornamento, l’iscrizione ad un albo e l’invio dei dati sulle rosette e sui filoni prodotti mensilmente.
Per il panettiere è un costo. Dovrà farsi sostituire qualche ora da un dipendente per non arrivare sfinito ai corsi, smettere di infornare il pane un quarto d’ora prima del solito per contare le rosette o inviare la documentazione richiesta all’albo.

Il dipendente a cui si chiede qualche ora di straordinario in più rappresenta un costo. Il tempo sottratto alla produzione comporta una riduzione dei ricavi. In entrambi i casi l’utile, ossia la differenza tra ricavi e costi, si assottiglia.
Ma qual è l’effetto del ridursi degli utili di una impresa, micro o grande che sia, per lo stato? Semplice: il ridursi delle imposte riscuotibili.

L’introduzione di un adempimento amministrativo ha come effetto la riduzione delle entrate fiscali.
Il più delle volte, la burocrazia ha dei costi diretti anche per la pubblica amministrazione. L’albo sarà gestito da un dipendente pubblico e anche il funzionario che riceverà i dati sui filoni prodotti dovrà rimanere in ufficio qualche minuto in più a fine giornata; magari chiederà che qualcun altro sia assunto per sbrigare quelle stesse faccende.

La burocrazia pesa quindi sulle imprese, ma anche sull’erario. Così si spiega in parte lo iato tra i dati sulla spesa pubblica e la componente relativa alle prestazioni sociali. La spesa pubblica ammontava nel 2010 a poco più del 50% del pil, la spesa sociale, nello stesso anno si attestava al 19,3%; dato, per altro, gonfiato dalla voce afferente ad una spesa pensionistica fuori controllo (15,5% del pil). Anche se si considerano gli interessi passivi (4,9% del pil), i trasferimenti alle imprese (1,1% del pil) e i pochi investimenti infrastrutturali (2% del pil), rimane circa un 23% del pil che scompare tra gli uffici della pubblica amministrazione, inghiottiti dalla burocrazia.

Eppure, l’emendamento o il disegno di legge sui panettieri, nonostante nel suo piccolo, assieme ai tanti adempimenti e ai lacci che legge dopo legge stringono la nostra economia, produca spesa pubblica e riduca la competitività e le capacità dei privati di contribuire alle spese dello stato, passerebbe indenne ad un esame sulla copertura finanziaria.

Due proposte, per quanto tardive.
1) D’ora in poi, in sede di analisi tecnico-normativa e di giudizio di ammissibilità, quando si tratta di verificare i costi di una proposta legislativa, si tenga conto che ogni obbligo e ogni onere imposto dalla pubblica amministrazione costa ai privati e allo stato;
2) imponiamo il pareggio di bilancio, anzi: l’avanzo di bilancio burocratico. Ogni proposta emendativa o legislativa che preveda nuovi adempimenti deve al contempo prevedere l’eliminazione di oneri amministrativi che gravi in modo pari o superiore sulla contabilità delle imprese e della pubblica amministrazione.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Il “pareggio di bilancio” burocratico”

  1. pippo scrive:

    Importantissimo considerare i costi indiretti di ogni legge ma si può risparmiare molto eliminando o automatizzando adempimenti già in vigore.

    Oltre al costo in denaro c’è anche il costo dell’inquinamento ambientale causato.

    Ad esempio cambiare una denominazione ad un ente comporta sostituire cartelli e oltre a produrli occorre trasportarli e applicarli e smaltire i vecchi. Costi e inquinamento solo per un cambio di nome.

    Se si abolisse il bollo auto e si alzasse di 1 centesimo l’accise sulla benzina si avrebbe un incasso maggiore, una riduzione dell’evasione, riduzione del consumo di carta, riduzione dei costi e inquinamento per pagare il bollo auto. Quindi una legge di poche righe avrebbe un effetto positivo. Perchè il Parlamento non la scrive?

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