I sì di Berlino contano più dei no

– Il refrain più in voga del momento suona più o meno così: la Germania dice sempre e solo Nein.
No agli eurobond, no ad una dotazione maggiore o ad una licenza bancaria per l’Esm, no ad un allentamento della pressione dei mercati sui paesi scarsamente competitivi. Come da copione i tedeschi si ritrovano nella parte dei cattivi, dei miopi e degli ottusi. Chi svolge questo tipo di critiche dimentica tuttavia che cosa la Germania ha già fatto negli ultimi due anni e che cosa si appresta a fare nel prossimo futuro. Vediamo di ricapitolare per i non addetti ai lavori.

Dopo aver assicurato che non avrebbe versato un centesimo alla Grecia, nel maggio 2010 la signora Merkel ha varato il fondo di stabilizzazione provvisoria EFSF e un pacchetto di aiuti da 22 miliardi per il paese ellenico. Le dimensioni del fondo sono andate via via aumentando e così anche quelle dei pacchetti per consentire alla Grecia di potersi rifinanziare. Nel frattempo il fondo ha ospitato sotto il suo ombrello Portogallo e Irlanda. La Cancelliera ha poi detto sì nel luglio scorso anche alla creazione di un fondo permanente (ESM) dotato di leva finanziaria, ancorandolo prima nei trattati e poi rivedendone il trattato istitutivo in senso favorevole a quanto chiedevano i colleghi europei. La Cancelliera ha fatto marcia indietro sull’introduzione nei trattati del coinvolgimento dei privati alla ristrutturazione dei debiti sovrani, sancendo di fatto che nessuno Stato dell’Eurozona sarebbe potuto andare incontro all’insolvenza. Berlino ha inoltre avallato gli acquisti di obbligazioni sovrane della BCE sul mercato secondario, il LTRO di Mario Draghi e l’abbassamento dei tassi di interesse. Come ha spiegato l’economista Hans-Werner Sinn, tramite la sua banca centrale, la Bundesbank, si è accollata i rischi dell’intero Eurosistema.

Che ora si chiedano ancora gli eurobond, quando di fatto la collettivizzazione dei rischi dei singoli Stati membri è già avvenuta, fa sorridere. Gli eurobond o qualsiasi cosa che dovesse loro assomigliarvi (si pensi al tanto discusso “fondo di riscatto”) sarebbero soltanto un’ulteriore conferma di un processo già in corso d’opera da due anni e non una cesura rispetto ad esso. Una volta caduti nella spirale del salvataggio, del debito sommato a debito, nulla è in grado di arrestare la catena.

Anche alla signora Merkel incominciano a tremare i polsi. Il suo balzo in avanti sull’unione fiscale ed economica è un tentativo di bloccare parzialmente questa spirale. “Prima parliamo di come controllare davvero i bilanci, inserendo nei Trattati le norme che presiedono al funzionamento del Semestre Europeo e poi dopo discutiamo sulle nuove garanzie comuni che ci porteranno a completare la Transferunion.” Questo è quanto proposto dalla Cancelliera. Prendere o lasciare. Alla proposta di un patto simile rispondono timidamente le capitali europee dei PIIGS e ancor più timidi gli euro-entusiasti a targhe alterne che abitano all’Eliseo, bacchettati di recente da Berlino per i loro continui veti ad una maggiore integrazione. Nessun paese, a parte la Germania, è insomma davvero in grado di fare un salto in un’unione economica e fiscale. Ciò che davvero interessa alla classe dirigente dei paesi dell’Europa meridionale è continuare a spendere senza troppi intoppi, eventualmente facendo del maquillage ai conti pubblici o stampando denaro. E’ su questo egoismo mediterraneo che la signora Merkel vuole incidere per limitare i danni, già particolarmente elevati per il contribuente tedesco.

Il documento del “quartetto Cetra” (Barroso, Van Rompuy, Draghi, Juncker) uscito ieri in anteprima su Il Sole 24 Ore, non può tuttavia essere una base convincente di discussione per la Germania, che vede nuovamente porre in primo piano le garanzie comuni e solo in secondo le proposte per un enforcement di quanto deciso in sede europea. Senza contare che a quella bozza riservata si è sostituita subito quella ufficiale annacquata, uscita qualche ora dopo dagli uffici di Hermann Van Rompuy. Si tratta di una dichiarazione di principi, che si va a sommare ad un altro centinaio di dichiarazioni emesse negli ultimi due anni. Insomma, non vale nemmeno la carta sulla quale è stata scritta. Si attende dunque il programma teutonico, quello vero, affidato alla penna del consigliere fidato della signora Merkel, Nikolaus Meyer-Landrut.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

One Response to “I sì di Berlino contano più dei no”

  1. Mario scrive:

    il documento targato Draghi, Junker, Van Rompuy Barroso non è di così poco conto,a mio parere. tre i punti qualificanti: 1. ESM che presta garanzia sui depositi 2. perdita di sovranità per gli stati “canaglia” e 3. maggior accountability da parte dell’istituzione che metterà le mani sulle finanziarie dei paesi “canaglia”. E’ una rivoluzione rispetto all’approccio adottato fino ad ora che si limitava a gestire i sintomi ormai conclamati, senza nemmeno cercare di comprendere le cause del malessere

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