– Le ultime notizie diffuse dal Guardian ieri in tarda serata annunciavano come probabili candidati alla vicepresidenza egiziana una donna ed un cristiano copto. Stamattina cominciano a circolare i probabili nomi, e sicuramente ci troviamo davanti ad un importante segnale distensivo (almeno a livello di comunicazione) che il neo-presidente egiziano Mohammed Morsi sembra apprestarsi a lanciare all’opinione pubblica.

All’indomani della vittoria di Morsi nelle elezioni presidenziali egiziane si sono sprecati i commenti sulle possibili conseguenze per le minoranze (soprattutto religiose), per la stabilità dell’area, per tutte le incognite che questo salto politico nel buio porta in dote. I dubbi non riguardano la sola realtà egiziana, ma si possono rintracciare in tutte le realtà che stanno attraversando la primavera araba. Spesso le promesse di libertà, tolleranza e democrazia a breve termine sono state tradite, del resto non poteva essere altrimenti. Giudicate mediante gli standard delle istituzioni internazionali per il rispetto dei diritti umani le nuove realtà politiche prodotte dalla primavera araba hanno ancora tanti passi in avanti da fare.

Eppure è impossibile non notare alcuni trend significativi che stanno emergendo dalle varie “rivoluzioni dei gelsomini”. Innanzitutto, il dispiegarsi del rito delle elezioni con la conseguente possibilità del voto fanno venire meno la figura centrale del leader carismatico e generano il fallimento dell’islamismo pensato come possibile teocrazia politica. Come ha scritto Olivier Roy: “Quella che viene rigettata è una cultura politica che ha dominato il Medio Oriente negli ultimi sessant’anni: l’apparenza di una unità attorno ad una causa (gli arabi, l’Islam, la Palestina) ed un leader (il c.d. zaim), uno stato costruito sui servizi segreti (il mukhabarat) e la denigrazione di tutti gli oppositori politici a traditori pagati dalle potenze straniere (di solito Stati Uniti ed Israele)”.

Non è solo la cultura politica a cambiare, mutano anche gli atteggiamenti e le abitudini dei cittadini. Uno dei dati che colpisce maggiormente è il declino del tasso di fecondità nel mondo arabo. Lo aveva sottolineato lo scorso anno un working paper dell’American Enterprise Institute. In Marocco, Siria, Arabia Saudita, Tunisia il declino raggiunge il 60%, in Iran è oltre il 70%, in Egitto oltre il 50%. Parallelamente le donne hanno un sempre maggiore accesso all’istruzione. Questo genera ovviamente nuove domande di parità e di inclusione sociale.

Sia sul versante politico che su quello sociologico siamo quindi in presenza di chiari segnali che sembrano far presagire mutamenti notevoli. Naturalmente il destino politico non sta nella demografia o nelle statistiche, tantomeno la garanzia di una effettiva  e reale transizione pienamente democratica.

Nessuna illusione quindi. Gli islamisti non sono liberali o amanti della laicità, ma hanno dimostrato quanto meno di poter stare ad alcune regole della democrazia. Poter solo pensare questo era impossibile fino a poco tempo fa.