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Una strategia per l’autonomia del Tibet/.3

– In questi giorni, nel dibattito politico italiano è tornata d’attualità la questione tibetana: è recentissima, infatti, la notizia che il comune di Milano, dopo l’annuncio della concessione della cittadinanza onoraria al Dalai Lama, si è tirato indietro in nome di, dice il sindaco Pisapia, una “consapevolezza di dover trovare un equilibrio”. Molti hanno mostrato la propria indignazione di fronte a questo improvviso dietro-front; molto pochi, però, ricordano e piangono con la stessa indignazione le drammatiche autoimmolazioni dei monaci tibetani costretti a confrontarsi con la violenza del regime di Pechino. Questo saggio di Olivier Dupuis, diviso in tre puntate (qui la prima, qui la seconda), aiuta a fare chiarezza sulle motivazioni di questi gesti estremi, sul concetto di nonviolenza e su una possibile linea d’azione meno imbelle dell’attuale per i Paesi occidentali.


Il Dalai Lama, quante divisioni?

Ogni potere comunista è violento. Che lo sia nei confronti delle popolazioni che ne sono vittime è evidente, ma bisogna tener presente che lo è anche al suo interno. Dove, esonerati da ogni possibilità di essere giudicati da elettori liberi, da avversari politici liberi o da una stampa libera, i suoi membri sono liberi di ricorrere ai dogmi, ai processi alle intenzioni e alle intimidazioni per distruggere i loro avversari interni.

In assenza di una trasformazione del potere totalitario cinese in democrazia e stato di Diritto, solo gli eventuali costi sostanziali in termini di immagine e di prestigio internazionali possono portare la leadership cinese a rivedere la propria posizione sulla questione del Tibet. Tutti gli appelli dei governi occidentali – spesso ispirati al più classico cerchiobottismo – al dialogo e al rispetto dei diritti fondamentali hanno, da un bel po’, smesso di impressionare i gerarchi comunisti cinesi.

I comunisti al potere hanno la triste abitudine di essere forti con i deboli o, più precisamente, con quelli che ritengono tali. I comunisti cinesi non fanno eccezione. Per loro, la generosità e la disponibilità al compromesso del Dalai Lama sono solo dei segni di debolezza; ma si sbagliano, e continuano a sbagliarsi. I Tibetani hanno già vinto la battaglia del tempo. Sono più che mai coscienti della loro identità. Rimane da organizzare questa forza della verità in un vero e proprio satyagraha gandhiano.

Per il riconoscimento del governo tibetano in esilio
Se l’obiettivo da raggiungere rimane l’autonomia sostanziale del Tibet, occorre darle un nuovo slancio, una nuova forza, un nuovo metodo di azione in grado di portare le autorità cinesi a capire che anche loro avrebbero interesse a raggiungere un compromesso.

A questo fine non vedo altra via che quella di ripartire dalla risoluzione del Parlamento europeo del 2000 a favore di un riconoscimento, questa volta immediato, del governo tibetano in esilio. Al fine di evitare i ricatti sugli investimenti e le altre pressioni economiche e politiche a cui le autorità cinesi ci hanno abituato, sarebbe senz’altro opportuno promuovere la creazione di un gruppo di Paesi amici del Dalai Lama e del Tibet che si impegnerebbero a procedere congiuntamente e simultaneamente a questo riconoscimento. Oltre gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, l’Unione europea ed i suoi 27 stati membri, sarebbe di primaria importanza che l’India, il Giappone, la Turchia, il Brasile, l’Africa del Sud, l’Argentina, il Messico (e, in generale, ogni Paese democratico interessato) si unissero all’iniziativa.

Qualcuno potrebbe pensare che un tale obiettivo equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra alla Cina. Salvo che, di dichiarare guerra alla Cina, nessuno se lo sogna. Il contrario (la Cina che dichiara guerra) è meno sicuro, se si pensa all’invasione e all’annessione del Tibet nel 1950, all’invasione e l’occupazione del Turkestan orientale nel 1949, alla guerra contro l’India nel 1962 e all’annessione dell’Aksai Chin, all’invasione delle isole Paracel nel 1974, all’invasione e l’occupazione nel 1978 e 1988 di due isole vietnamita e taiwanese dell’arcipelago delle Spratleys, alle rivendicazioni sulle isole giapponesi di Nansei o sull’atollo filippino di Scarborough o alle incursioni nell’Arunachal Pradesh.

Certo, le autorità cinesi strilleranno come aquile. Ci tacceranno di ingerenza intollerabile negli affari di uno stato sovrano, oppure – mai spaventate dalle proprie contraddizioni – d’imperialismo. Ad ogni modo per loro l’invettiva tiene luogo di politica. Come al solito, potranno contare sul sostegno indefettibile di certe menti sottili che continuano, da noi, a considerare che “parlare di invasione (del Tibet) nel 1959 per qualificare un avvenimento all’interno della rivoluzione cinese sia aberrante.”(1) e che il progetto del Dalai Lama sia “un progetto teocratico, autoritario, etnicista, pericolo per la pace”(2) . Occorrerà continuare, imperturbabili.

Il tempo stringe
Come ci hanno drammaticamente ricordato coloro i quali si sono immolati in Tibet, il tempo stringe. Puntare sulla trasformazione della Cina in una democrazia, per quanto auspicabile sia, sarebbe per lo meno azzardato. I beneficiari del potere totalitario sono tanti. Il 60% dell’economia cinese è tuttora nelle mani dello stato, quindi del partito e dei suoi 80 milioni di membri. Con tutto quel che ciò comporta in termini di prebende e di vantaggi di ogni genere. L’esercito e i diversi servizi di sicurezza sono coccolati da un potere totalitario che, piuttosto che sostituire il “regno del partito” con il “regno della legge”(3), sembra orientarsi verso una esaltazione del sentimento nazionalista e verso un indurimento della repressione interna.

Che fare? E come?
C’è un obiettivo – una reale autonomia per il Tibet; c’è una strategia – il riconoscimento del governo tibetano in esilio.
Quali strumenti politici usare? I miracoli non esistono. Bisogna fare un lavoro capillare e sistematico perché i parlamenti dei Paesi democratici adottino delle risoluzioni nelle quali chiedano ai loro rispettivi governi di riconoscere il governo tibetano in esilio, perché la Commissione europea sostenga finanziariamente Radio Free Tibet e perché finanzi una versione di questa in mandarino.

Una campagna di vaste dimensioni rivolta ai comuni di questi stessi stati, per invitarli ad esporre la bandiera tibetana fino al riconoscimento del governo tibetano in esilio, a gemellarsi con una città o un paese tibetano(4), a ribattezzare una piazza o una via centrale piazza o via Tibet. Sogniamo per un momento: i parigini ribattezzano place de la Concorde in place du Tibet, i Bruxellesi rue de la Loi, dove hanno sede le istituzioni europee e il governo belga, in avenue du Tibet, i Romani via del Corso in Corso Tibet… Con, in appoggio, alcune “classiche” iniziative nonviolente: manifestazioni, sit-in, raduni, esposizioni, marce, digiuni, scioperi della fame… Niente di nuovo quindi. Se non – e non è poco – la federazione di una moltitudine di energie disperse in ciò che il mahatma Gandhi ha chiamato un satyagraha, un movimento fondato sulla forza della verità, riunito in una campagna internazionale coordinata dal governo tibetano in esilio.

Tutto ciò rischia di essere difficile, lungo, arduo. Bisognerà convincere parlamentari e ministri che la foto con il Dalai Lama e la cerimonia della khata(5) non bastano. Che dovranno darsi da fare, assumere dei rischi, accettare di venir rimproverati di perdere il loro tempo per una causa persa.

Quanto al governo tibetano in esilio, non dovrebbe più accontentarsi di dire “fate quello che potete” ma dovrebbe esplicitare le sue rivendicazioni e chiedere un sostegno concreto. Ma la sfida è altra e più alta, oltrepassa e trascende la questione tibetana: consiste nientemeno che nel far penetrare la forza della verità e del diritto nel cuore di un potere totalitario. Raccogliere questa sfida sarebbe un bel modo di onorare quelli che, con la loro immolazione, tentano di fare trionfare la verità.


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

One Response to “Una strategia per l’autonomia del Tibet/.3”

  1. Silvana Bononcini scrive:

    Insisto: sei stato un grande segretario del PRT e…. si nota leggendo quello che scrivi!
    ( x giunta in un ottimo italiano! )
    Ciao.

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