Categorized | Il mondo e noi

Una strategia per l’autonomia del Tibet /.2

In questi giorni, nel dibattito politico italiano è tornata d’attualità la questione tibetana: è recentissima, infatti, la notizia che il comune di Milano, dopo l’annuncio della concessione della cittadinanza onoraria al Dalai Lama, si è tirato indietro in nome di, dice il sindaco Pisapia, una “consapevolezza di dover trovare un equilibrio”. Molti hanno mostrato la propria indignazione di fronte a questo improvviso dietro-front; molto pochi, però, ricordano e piangono con la stessa indignazione le drammatiche autoimmolazioni dei monaci tibetani costretti a confrontarsi con la violenza del regime di Pechino. Questo saggio di Olivier Dupuis, diviso in tre puntate (qui la prima), aiuta a fare chiarezza sulle motivazioni di questi gesti estremi, sul concetto di nonviolenza e su una possibile linea d’azione meno imbelle dell’attuale per i Paesi occidentali.

Negoziati ad ogni costo

La spiegazione più verosimile del soffocamento di questa mobilitazione crescente deve essere ricercata nel tentativo da parte delle autorità tibetane in esilio di rilanciare dei negoziati con Pechino, dopo la rottura, nel 1993, da parte delle autorità cinesi, di tutte le vie di comunicazione ufficiale con Dharamsala(1). I negoziatori tibetani(2), guidati da Lodi Gyari, eminenza grigia del governo tibetano in esilio e uno dei principali artefici della politica dei negoziati ad ogni costo, hanno dovuto, con ogni probabilità, sottostare ad una precondizione delle autorità cinesi: se non “spegnere il fuoco” della mobilitazione mondiale crescente, quanto meno circoscriverla al meglio. In particolare – ma non solo – le autorità di Pechino non potevano tollerare la mobilitazione crescente intorno alla bandiera tibetana, simbolo, ai loro occhi, dell’esistenza storica e politica del Tibet.

Dal 1997 in poi, la mobilitazione perde di forza. La manifestazione europea di Ginevra dell’11 marzo è un mezzo insuccesso, la campagna delle bandiere tibetane ristagna, le iniziative nei parlamenti si insabbiano… Nel luglio 2000 le autorità tibetane in esilio hanno accolto con un cortese silenzio la risoluzione del Parlamento europeo(3) che invitava al riconoscimento internazionale del governo tibetano in esilio se, entro un certo limite di tempo, i negoziati sino-tibetani non avessero mostrato dei progressi significativi.

Per quanto importante sia, l’impasse della questione sino-tibetana non si riassume evidentemente in questa questione di metodo. Restano alcune imprescindibili questioni di fondo, in particolare due.

La prima rimanda direttamente al futuro statuto del Tibet ed alla sua realtà storica. Se le autorità tibetane in esilio si sono dette pronte ad accettare uno statuto di reale autonomia del Tibet all’interno della Cina, hanno sempre sottolineato che non potevano accettare, perché contrario alla verità, che il Tibet avesse sempre fatto parte della Cina. Così il Dalai Lama: “Non parliamo di indipendenza. Quindi se non parlo che di una parte del Tibet, non è corretto. Combatto per i diritti menzionati nella costituzione [della Cina]. Occorre dare dei diritti uguali sul piano della cultura e delle tradizioni alla totalità del Tibet”(4). L’implicazione politica di questo “richiamo” non è, evidentemente, senza conseguenze. Sottolinea che il Tibet era effettivamente indipendente, che è stato effettivamente invaso dalla Cina nel 1950 e, cosa ancora più problematica per la parte cinese, implica che di un Tibet autonomo all’interno della Cina dovrebbe far parte tutto l’insieme del territorio tibetano, e non la sola regione autonoma del Tibet(5) “creata” dalla Repubblica Popolare, regione autonoma che, in effetti, comprenderebbe solo una metà del territorio tibetano.

Da un regime totalitario ad un potere totalitario
La seconda questione di fondo rimanda alla natura del sistema politico cinese. La Cina è stata un regime totalitario. Non lo è più. Il partito che, con il “grande balzo in avanti” e, più ancora, con la “rivoluzione culturale” aveva consolidato il suo “monopolio ideologico” ed il suo “monopolio sociale”(6), con la scomparsa di Mao, la susseguente eliminazione della “banda dei quattro” e l’avvento di Deng Xiaoping, ha operato un cambio totale di direzione, allo stesso modo di Kruscev che intraprese il cammino inverso da quello realizzato da Stalin con lo sterminio dei Kulaki e le grandi purghe: anziché rimanere un sistema che permea tutta la società, il partito guidato da Deng si accontenta di controllarla e di reprimerla.

Oggi siamo sempre in quella situazione. Checché ne dicano numerosi osservatori occidentali, il potere rimane un potere totalitario. Non tollera alcuna opposizione. Ciò non vuol dire che il partito non abbia al suo interno dei riformatori convinti. Ci ricordiamo di Hu Yaobang e di Zhao Ziyang. Ma questi riformatori sono stati, ogni volta, eliminati o neutralizzati in nome della “stabilità”. Stabilità della Cina se ci si riferisce al discorso dei gerarchi comunisti, stabilità del potere totalitario nei fatti. La recente espulsione di Bo Xilai, membro del Comitato centrale, è ispirata dalle stesse motivazioni. Ossessionato dallo spettro della rivoluzione culturale, il potere totalitario non può tollerare neanche la minima deviazione verso un populismo che rischierebbe di riportarlo ad una situazione dove perfino i detentori del potere non sarebbero più al riparo dall’epurazione, e perfino dall’eliminazione tout court.

“Mal nominare le cose aggiunge alla sfortuna del mondo”(7)
La reale comprensione della questione tibetana richiede quindi, in primo luogo, di ben nominare le cose. Alcuni avvenimenti sembrano indicare che qualcosa si sta muovendo in questo senso. In Cina, certamente, dove, malgrado la censura, numerosi internauti fanno a gara di fantasia, di prudenza e di intelligenza per denunciare il potere totalitario. A Dharamsala, dove il Dalai Lama ha recentemente dichiarato che “la politica della Repubblica Popolare Cinese in Tibet, con il suo “regime totalitario, cieco e irrealista” era la grande responsabile di questa ondata di immolazioni in Tibet.”(8) Anche negli ambienti economici occidentali, dove si realizza che lo spettacolare sviluppo economico cinese non ha portato ad uno sviluppo e ad un radicamento dello stato di diritto. Al contrario. Numerose imprese occidentali impiantate in Cina, ormai in diretta concorrenza con delle società cinesi, non sono più considerate come utili dal sistema e vengono quindi pesantemente discriminate. Al punto che numerose di esse prevedono ulteriori delocalizzazioni in altri Paesi.

Nonostante le opinioni contrarie, sia in Tibet che nella diaspora, occorre continuare – per un tempo da determinare – a promuovere la via mediana promossa dal Dalai Lama: amplissima autonomia del Tibet nelle sue frontiere storiche, garanzia di ritorno in Tibet per il Dalai Lama e per tutti gli esiliati tibetani che lo auspicano, riduzione drastica della presenza militare cinese in Tibet, interruzione totale dei trasferimenti di popolazione cinese (han) in Tibet…

Non dispiaccia alle autorità cinesi, ma questa proposta del Dalai Lama non rimanda solo ad un realismo politico e ad un senso del compromesso (cosa già di per sé notevolissima). E’ anche estremamente generosa: il leader di un Paese invaso, occupato da più di sessant’anni, dove la repressione ha fatto decine di migliaia di vittime, un Paese discriminato economicamente dalla potenza occupante, i cui abitanti hanno visto le loro tradizioni e la loro religione violentemente represse, accetta di fare parte, con alcune condizioni, del Paese invasore!

Tale è il passo – considerevole – dei Tibetani in direzione di Pechino. Non hanno quindi niente da dimostrare, niente da giustificare. Tutte le accuse di separatismo, d’indipendentismo, di connivenza con potenze straniere, di complotti contro-rivoluzionari non sono argomenti politici, ma espressioni della peggiore malafede che tutti i regimi comunisti hanno sempre usato per denigrare, negare, raggirare, guadagnare tempo e, infine, mantenere il loro potere ed i loro privilegi.

In tali condizioni, nessun incontro tra le due parti appare auspicabile fin quando le autorità cinesi non avranno a loro volta – e finalmente – deciso di fare, anch’esse, un passo significativo che dimostri una loro reale volontà di dialogo, integrando nella provincia autonoma del Tibet tutti i territori tibetani che sono stati annessi alle province cinesi del Qinghai, Sichuan, Yunnan e Gansu.
(2./ continua)

 

Note al testo:
(1) Dharamsala (India), sede del governo tibetano in esilio
(2) Lobsang Sangay, il Kalon Tripa (primo ministro in esilio), ha accettato le dimissioni degli inviati speciali del Dalai Lama (presso le autorità cinesi), Lodi G. Gyari e Kelsang Gyaltsen. Sono divenute effettive il 1° giugno 2012.
(3) Risoluzione del Parlamento europeo, 6 luglio 2000
(4) Chinese Scholars Discuss Tibet with the Dalai Lama, Wikipedia
(5) La regione autonoma del Tibet copre 1.221.600 km² ed ha una popolazione di un po’ più di 3 milioni di abitanti tibetani, il Tibet storico copre 2.500.000 km² e ha fra 5 e 6 milioni di abitanti tibetani.
(6) Marcel Gauchet, “A l’épreuve des totalitarismes 1914-1974, l’avènement de la démocratie, III”, Ed. Gallimard, Parigi, 2010
(7) Albert Camus, “Sur une philosophie de l’expression”, saggio del 1944, pubblicato in “Poésie 44”, che tratta dei lavori di Brice Parain sul linguaggio
(8) Dichiarazione di S.S. il Dalai Lama, Radio Free Tibet, Dharamsala, 14 aprile 2012


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

Comments are closed.