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Milano e il Dalai Lama, cronaca di un ipocrita consiglio comunale

– Mentre si discute di cittadinanza onoraria (mancata) al Dalai Lama a Milano, è effettivamente serio far notare, come fa Olivier Dupuis, che un simile onore non è affatto sufficiente alla causa tibetana. E tuttavia è opportuno riportare quanto avvenuto il 21 giugno al consiglio comunale di Milano, perché va smascherata l’ipocrisia con cui si è affrontato il problema.

Un passo indietro: il primo documento (firmato da un consigliere del Pdl e da uno della Lega) sulla cittadinanza onoraria al Dalai Lama è stato ritirato per redigerne un altro, più in grado di accontentare le altre forze politiche, firmato infatti da tutti i capigruppo in consiglio. Tutti. Questo secondo documento era all’ordine del giorno nella seduta del 21 giugno: il Dalai Lama è atteso a Milano e si riteneva di conferirgli la cittadinanza onoraria in occasione del suo arrivo.

Col consiglio convocato alle 14, alle 10 è stata indetta una riunione congiunta dei capigruppo e dell’ufficio di presidenza per mezzogiorno: qualcosa bolliva in pentola. E all’apertura della seduta il presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo (Fds) ha formalizzato la proposta di rinvio con queste parole: “Di fronte alla discussione che c’è stata anche in città e che ha coinvolto considerazioni di ordine politico generale, di rapporti con il Paese che governa attualmente il Tibet, cioè la Cina, ho voluto convocare la capigruppo per verificare se esistevano le condizioni per avere l’unanimità di consensi o sulla decisione di mettere in discussione la delibera oggi o sulla ricerca di una soluzione in avanti che mantenesse la volontà – che ho verificato anche nella capigruppo – di rendere omaggio al livello più alto possibile della città verso una personalità dal valore spirituale, umano, morale, e di indicazione del modo di condurre delle battaglie sul terreno della non violenza, qual è il Dalai Lama. All’unanimità i capigruppo – ho colto questa interpretazione della loro volontà – concordano nel dare il più alto riconoscimento verso questa figura. Ci eravamo detti che il provvedimento, qualunque fosse, dovesse essere all’unanimità. Io confido ancora che sia possibile trovare una soluzione all’unanimità, e credo di poterlo confidare perché anche considerazioni diverse, emerse nella capigruppo, sono state fatte in modo meditato, sofferto, con spirito di responsabilità da parte di tutti e – ripeto – tutti – sottolineo – tutti concordano sulla volontà che Milano onori la figura del Dalai Lama”.

“Per raggiungere questo obbiettivo io propongo al consiglio comunale di non discutere oggi la delibera di conferimento della cittadinanza onoraria. Si lavori per trovare la soluzione migliore: non si tratta né di ritirare la delibera né di dire che non si dà la cittadinanza onoraria, ma di trovare la soluzione che meglio interpreti e meglio traduca questa volontà di rispetto e di ammirazione della città nei confronti del Dalai Lama”.

Così Rizzo. L’ipocrisia è palese: nessuna firma è stata ritirata dal documento, ma si fa intendere che non esisterebbe più un’unanimità. Si ritiene anche di proseguire sul riconoscimento “al livello più alto possibile”, ma non si indica quale sia questo riconoscimento alternativo. Chiaramente tutti sanno tutto: sono arrivate forti pressioni da più parti (si parla della Cina, ma anche del ministero degli esteri). La cittadinanza onoraria, che a noi pare un atto formale neanche troppo pregnante rispetto alla causa del Tibet, è evidentemente ritenuta un simbolo estremamente forte da Pechino.

Nel successivo dibattito nessun consigliere ha espresso il ritiro del proprio consenso. La fatidica unanimità persa non si è palesata per quasi due ore nonostante che i consiglieri del Pdl, della Lega, di Fli ma anche il radicale Marco Cappato avessero ripetutamente chiesto che ci fosse una assunzione di responsabilità e che questa non unanimità venisse in qualche modo espressa.

Con l’intervento di Pisapia, un’ora e tre quarti dopo l’inizio della seduta, si è iniziato a parlar più chiaro. Il sindaco (che ha esplicitato di “far parte del consiglio”, perché vota, e “di assumersi le responsabilità”), ha raccontato il colloquio informale con la console cinese a Milano (in cui la diplomatica gli ha spiegato che la cittadinanza onoraria sarebbe stata “interpretata come segnale di inimicizia verso il popolo cinese”), ha riferito la sua risposta alla console (negando l’intenzione di inimicizia), ha spiegato qual è il “riconoscimento al livello più alto possibile” (ricevere il Dalai Lama, magari in consiglio comunale, e avere un colloquio con lui), ha spiegato come questo “eviti un segnale di inimicizia e sia un segnale di alto rispetto nei confronti di un’alta autorità religiosa”, indicando quindi la strada alla sua maggioranza.

A dettare poi la resa è stata Anna Scavuzzo, neo-consigliera della lista civica per Pisapia. Questo il suo intervento: “La situazione ha messo in difficoltà un po’ tutti. Credo che la scelta di acconsentire alla sospensiva ci permetterà di non prendere decisioni sulla base di un dibattito affrettato che non tiene in considerazione le conseguenze di quest’atto. A nome di noi tutti capigruppo (di maggioranza, escluso però Cappato, n.d.r.) esprimo la difficoltà in cui ci siamo trovati e vorrei fosse messo a verbale il fatto che probabilmente abbiamo bisogno di condividere meglio le osservazioni che sono state messe in comune e ragionare su quello che ci accingiamo a fare, per tenere conto di quello che potrebbe essere il riverbero sulla città”.

Come si vede, un “dico, non dico” che rasenta l’ipocrisia. Nemmeno l’unica consigliera che ha parlato in favore della sospensiva ha detto chiaramente di ritirare il consenso e perché. Noi oggi infatti, se stessimo alle parole pronunciate in aula ufficialmente, sapremmo che c’è un “rischio d’inimicizia” (Pisapia) e che “ci potrebbe essere un riverbero sulla città” (Scavuzzo). Di quale riverbero si tratti, mistero.

Per fortuna Mattia Calise (5 Stelle) dopo il voto ha svelato l’ipocrisia. Ecco le sue parole: “Nell’intervento del sindaco si è parlato di non creare inimicizie. In riunione di capigruppo l’espressione è stata molto più chiara, è stato espresso dal consolato cinese che in caso di cittadinanza onoraria verranno interrotti i rapporti istituzionali, che è diverso dal creare inimicizie”.

Il rimedio sarà un consiglio straordinario, martedì 26 alle 11, con il Dalai Lama che parlerà alla città. Ma la brutta figura è stata compiuta, soprattutto in considerazione di un’incoerenza di fondo. Se il consiglio comunale è considerato un “alto riconoscimento” quando si tratta di ricevere al suo interno il Dalai Lama, non è però abbastanza “alto” da far sentire i consiglieri di maggioranza in dovere di esplicitare il ritiro del consenso alla cittadinanza onoraria.

E’ un punto politicamente significativo perché venerdì 22 Pisapia, tornando in tema, ha detto che “Omaggiare il Dalai Lama con la cittadinanza onoraria senza unanimità sarebbe stato un messaggio negativo”. Ancora una volta quindi ci si maschera dietro la non unanimità senza che questa sia stata mai espressa in aula. Nei corridoi certamente sì. In aula no.

Per onore di cronaca, la votazione è andata così.
A favore della richiesta di sospensiva (rimandare il dibattito sulla cittadinanza onoraria, a questo punto a chissà quando e forse): Filippo Barberis, Elena Buscemi, Marco Cormio, Marilisa D’Amico, Anna Maria De Censi, Francesco De Lisi, Andrea Fanzago, Emanuele Lazzarini, Francesco Mancuso, Carmela Rozza, Mattia Stanzani (tutti del Pd), Raffaele Grassi (Idv), Anita Sonego (Fds), Elisabetta Strada (Civica), Anna Scavuzzo (Civica), Patrizia Quartieri (Sel).
Contro la richiesta di sospensiva: tutti i consiglieri d’opposizione presenti più David Gentili (Pd) e Marco Cappato (Radicali) della maggioranza.
Astenuti: Ruggero Gabbai (Pd), il sindaco Pisapia e il presidente Basilio Rizzo.
Alcuni consiglieri di maggioranza sono usciti dall’aula pur di non votare per la sospensiva, cercando al contempo di non mettere in imbarazzo sindaco e maggioranza. Si tratta di Luca Gibillini (Sel), Mirko Mazzali (Sel), Lamberto Bertolè (Pd), Carlo Monguzzi (Pd), Gabriele Ghezzi (Pd) e Paola Bocci (Pd).

Luca Gibillini ci ha detto che comprende la difficoltà ma non la condivide. Ci ha ricordato che per una cosa simile a Roma la Cina ha bloccato per tre anni i rapporti commerciali con la capitale. E ci ha spiegato che uscire, anziché votare “no”, serviva a non mettere in difficoltà il sindaco.

Ecco invece le parole di Carlo Monguzzi su Facebook.

“Molti compagni si chiedono perchè siamo usciti dall’aula e non siamo rimasti a votare contro. 1- Si votava non su cittadinanza sì o no, ma su rinviare di qualche giorno la discussione sulla delibera che dava la cittadinanza, dunque il voto contrario non avrebbe dato la cittadinanza ma avrebbe detto ” discutetene ora ” 2- Pisapia ci aveva chiesto di rinviare per avere più tempo per trovare una soluzione 3- E’ evidentissimo che il problema è il ricatto economico della Cina 4-Sono sempre più convinto che sia giustissimo dare la cittadinanza al Dalai Lama 5- Uscire e non votare mi sembrava il modo più radicale di esprimere il mio dissenso, ora si può lavorare per rimediare la figuraccia fatta, votare contro avrebbe causato la discussione immediata con possibile bocciatura della cittadinanza 6- Sono sempre più incazzato con quei geni che hanno combinato questo pasticcio 7- Sono apertissimo a critiche, se ho sbagliato sarò il primo a riconoscerlo, ma quello che vi ho scritto è la verità!”.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

3 Responses to “Milano e il Dalai Lama, cronaca di un ipocrita consiglio comunale”

  1. Cesare Mariscotti scrive:

    E’ la solita vergognosa figura che promette e poi nega piegandosi al ricatto cinese.
    Non credo che voterò più una simile maggioranza.

  2. maurizio scrive:

    Scusate ho postato alcune cose non verificate.. vi cheido di sostituirlo con questo…

    Quando il Dalai Lama governava il Tibet i grandi signori (Suore e monaci) dominavano una massa di contadini senza diritti. L’80% erano servi della gleba il 5% schiavi e il 10% monaci poveri.

    Le donne e gli uomini lavoravano nelle terre anche 18 ore al giorno, non avevano elettricità, strade, ospedali e quasi non scuole.

    Molti servi soffrivano malattie dovuto a malnutrizione e mentre i monasteri acculavano ricchezze.

    La mortalità infantile era nel 1950 al 43%. Le epidemia falcidivano un terzo della popolazione afflitta da malattie veneree e della pelle. La speranza di vita nel Tibet era nel 1950 di 35 anni, Il 95% della popolazione era analfabeta.

    Nel 1950 prese il potere l’esercito popolare di Liberazione formato da contadini rivoluzionari appoggiati dal partito comunista cinese,. Dopo di allora si aprirono scuole ospedali telefoni. Nel 1957 ben 6000 erano i ragazzi che stavano completando gli studi.

    Alla decisione di abolire qualunque forma di servitù e di porre mano alla riforma agraria, nel 1956 i possidenti terrieri foraggiati dagli USA cercano le rivolte amate con gli qerei americani che paracadutavano per loro armi e denaro.. Il Dalai Lama dovette fuggire e iniziò un dorato esilio

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