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Megaupload, il processo si complica

A ben cinque mesi dalla chiusura del popolarissimo sito di file sharing Megaupload/Megavideo con conseguente sottoposizione a sequestro dei server ed averi personali dei responsabili, sembra essere certo che il processo d’estradizione in terra statunitense nei confronti di Kim Schmitz (founder di Megaupload, in arte “Kim Dotcom“) e soci avrà luogo il 6 Agosto in Nuova Zelanda. Assai meno certa è una predizione sull’efficacia dello stesso.

Non sono pochi coloro che – pur a denti stretti – ammettono che sarà estremamente difficile arrivare a una sentenza di condanna nei confronti del controverso imprenditore tedesco. L’evolversi dei fatti rischia infatti di rendere il “caso Megaupload” unico nel suo genere, finanche di costituire un precedente estremamente pericoloso per la politica ultra-conservatrice del Department of Justice sul copyright, e per le major stesse che hanno fatto di questo processo un cavallo di battaglia (anche se il loro rapporto con Megaupload non è sempre stato burrascoso, anzi).

Quello che doveva essere il “processo della storia” contro la pirateria, l’apripista a un radicale giro di vita contro i colossi del file hosting, rischia di affondare sotto le bordate di una serie di errori procedurali, goffi quanto gravi (a partire dagli errori sui provvedimenti con cui è autorizzato il sequestro di beni e l’arresto di Kim Dotcom, oggi sotto cauzione, e che hanno reso obbligatorie imbarazzanti rettifiche in merito), e dell’aterritorialità di Internet.

Un giudice dell’Alta Corte Neozelandese ha imposto ai federali di consegnare una copia integrale dei contenuti sequestrati a Kim Dotcom, il quale ha avuto accesso a pochissimi documenti, completamente inadeguati per la costruzione di una difesa processuale degna di questo nome. Parliamo di numeri da capogiro; 150 Terabyte, da copiarsi su più di seimila supporti blu-ray. A nulla sono valse le proteste del Bureau, che ha chiesto un dilazione asserendo che una simile operazione comporterebbe un dispiego di risorse tali da occupare, come minimo, due mesi e mezzo di tempo: l’ingiunzione rimane in quei termini.

Il giudice kiwi non ne ha voluto nemmeno discutere, affermando che l’FBI ha tutte le risorse del caso per procedere alla completa copia dei files “in largo anticipo” rispetto alla data fissata per la prima udienza del processo d’estradizione. Ma non sono solo i “tempi” a costituire il cruccio del DoJ e dell’FBI; vi è un nodo assai più insidioso, riguardante i dati stessi.

Megaupload era/è enorme, con i suoi 25 Petabyte di dati (per dare un’idea: 1 Petabyte corrisponde al traffico mensile globale di Youtube). Esso non era solo un deposito di file illeciti, contrari al diritto d’autore (spicca anche del materiale pedopornografico), ma constava anche di materiale completamente lecito ed amatoriale. Il DoJ ha inizialmente alzato delle barriere alle richieste degli utenti (capitanati dallo studente Kyle Goodwin), per poi trovarsi pressato dalla stessa MPAA (Motion Picture Association of America) la quale ha pubblicamente concesso il proprio assenso al rilascio dei dati leciti, se effettuata mediante un filtro al fine di evitare fughe di materiale violante il diritto d’autore.

Ma il DoJ non demorde; nessun diritto costituzionale è stato leso e la perdita dei dati non è nulla di irreparabile. Quest’ennesimo braccio di ferro giudiziario rischia di trasformarsi in una débacle potenzialmente in grado di aprire un (altro?) pericolosissimo precedente, a fronte della gestione attuata dal DoJ nei confronti del materiale degli utenti di Megaupload, da più fronti giudicata come “scandalosa”.

Il legal thriller non finisce qui. Ira Rothke, avvocato difensore di Kim Dotcom, ha accusato le autorità statunitensi di aver violato il V e il XIV Emendamento della Costituzione, in quanto non è stata trasmessa alcuna citazione in giudizio prima di procedere alle azioni cautelari (appunto: sequestro di beni ed arresto dei fondatori). Notificazione peraltro impossibile, visto che Megaupload è un’azienda estera senza filiali in territorio americano; questa non-presenza fisica di Megaupload nel territorio americano rende Megaupload totalmente estranea alla manus della giurisdizione penale USA. Quindi, il caso deve essere archiviato.

Una conclusione di una semplicità disarmante e giuridicamente tutt’altro che infondata; il castello di carte dell’accusa rischia quindi di crollare su se stesso. Al danno potrebbe aggiungersi la beffa, vista la richiesta di risarcimento da capogiro (70 milioni di dollari) depositata dal legale di Kim Dotcom, a copertura dell’ingiusto danno subito dalla società a seguito dell’azione intentata dal DoJ.

Il Procuratore Generale Neil MacBride ha alzato anch’egli la posta, buttando ulteriore benzina sul fuoco; non solo ha respinto in modo deciso le tesi avanzate da Ira Rothke ma ha affermato che i responsabili di Megaupload devono essere trattati come “bank robbers” (rapinatori di banche). Se il processo di estradizione avrà successo, si cercherà loro di addebitare il massimo della pena (20 anni). Del resto, non è la prima volta che il governo americano insistono nel sottolineare che questo processo sia uno dei più importanti casi di violazione del diritto d’autore, teorizzando danni per svariate centinaia di migliaia di dollari ai proprietari dei diritti d’autore e guadagni da capogiro per Megaupload.

Ma facendo vincere sulla ragione il cuore e gli istinti ideologici si rischia di perdere per strada la bussola del diritto e della procedura; a conti fatti, il legale di Kim Dotcom è riuscito a strappare preziose vittorie (la revoca dell’arresto nei confronti del suo assistito), rendendo questo processo tutt’altro che semplice e rapido, come molti nel DoJ speravano. Quello che doveva essere il padre di tutti i processi per spezzare la schiena alla pirateria, è divenuto un insidioso campo minato di cavilli e contromosse. L’FBI e il DOJ vedono avvicinarsi l’ombra di uno smacco storico; e a ragione.

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Twitter: @ilmastigaforo


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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