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Gli onori al Dalai Lama non bastano. Una strategia per l’autonomia del Tibet/.1

– In questi ultimi giorni, nel dibattito politico italiano è tornata d’attualità la questione tibetana: è recentissima, infatti, la notizia che il comune di Milano, dopo l’annuncio della concessione della cittadinanza onoraria al Dalai Lama, si è tirato indietro in nome di, dice il sindaco Pisapia, una “consapevolezza di dover trovare un equilibrio”. Molti hanno mostrato la propria indignazione di fronte a questo improvviso dietro-front; molto pochi, però, ricordano e piangono con la stessa indignazione le drammatiche autoimmolazioni dei monaci tibetani costretti a confrontarsi con la violenza del regime di Pechino. Questo breve saggio di Olivier Dupuis, diviso in tre puntate, aiuta a fare chiarezza sulle motivazioni di questi gesti estremi, sul concetto di nonviolenza e su una possibile linea d’azione meno imbelle dell’attuale per i Paesi occidentali.

Nel pantheon della mia adolescenza, Vladimir Bukovski, Jacek Kuron, Leonid Pliutsch, Adam Michnik occupano i primi posti. Con loro, ce n’è un altro a chi ripenso spesso da qualche mese: Jan Palach (1). Il suo gesto tragico, a Praga, il 16 gennaio 1969, ha lasciato in me un’impronta indelebile dove si mescolano inestricabilmente tristezza infinita ed immensa ammirazione di fronte a questo rifiuto assoluto di accettare la doppia oppressione imperiale e totalitaria sovietica.

Qualche anno prima, l’11 giugno 1963, il bonzo Thich Quang Duc si era immolato a Saigon in protesta contro la repressione anti-buddista ingiunta dal presidente del Vietnam del Sud, il cattolico Diêm. Nel 1975, dopo la presa di Saigon da parte dei comunisti, “22 bonzi, suore e laici buddisti” si immolavano “per chiedere la libertà religiosa nel Vietnam”(2). Più vicino a noi, chi non si ricorda dell’immolazione il 17 dicembre 2010 a Ben Arous in Tunisia, di Mohamed Bouazizi, che segnò l’inizio della rivoluzione tunisina per la libertà e la democrazia?

Senza che ciò abbia mai scosso sul serio mass-media, opinioni pubbliche e classi politiche delle nostre democrazie “freddolose”, dal marzo 2011, in un Tibet anch’esso alle prese con una doppia oppressione imperiale e totalitaria, una quarantina di Tibetani(3), spesso monaci o suore, si sono immolati. Hanno nomi e cognomi. Vi invito a pronunciarli, lentamente, come un mantra universale, dove ciascuno potrà mescolare se e come vorrà, compassione, solidarietà, pensiero, ammirazione, riconoscenza, comprensione e tristezza infinita.

Tapey, Rigzen Phuntsog, Tsewang Norbu, Lobsang Kelsang, Lobsang Konchok, Kelsang Wangchuk, Choephel, Kayang, Norbu Damdrul, Tenzin Wangmo, Dawa Tsering, Palden Choetso, Tenzin Phuntsog, Tsultrim, Tennyi, Sonam Wangyal, Lobsang Jamyang, Sonam Rabyang, Rigdzin Dorje, Tenzin Choedron, Lobsang Gyatso, Dhamchoe Sangpo, Nangdrol, Tsering Kyi, Gepey, Jamyang Palden, Losang Tsultrim, Sonam Thargyal, Lobsang Sherab, Chime Palden, Tenpa Thargyal, Choephak Kyab, Sonam, Rinchen, Dorjee Tsetin, Dargye, Rikyo, Janphel Yeshi e alcuni altri i cui nomi non sono giunti fino a noi.

Riconoscere la dignità politica ed umana di queste immolazioni non significa incoraggiarle. Significa accettare di portare la propria parte di responsabilità politica in esse. L’immolazione, come dice il leader buddista vietnamita Thich Quang Duc in un messaggio inviato al Dalai lama e al popolo tibetano:

“(…) è un gesto tragico ed estremo, un gesto che dovrebbe essere evitato a tutti i costi. Ma ci sono dei momenti in cui questo gesto ultimo, quello di offrire il proprio corpo come torcia della Compassione per dissipare le tenebre e l’ignoranza, è l’unico a cui si possa ricorrere.”

Da parte loro, di fronte alla violenza di Pechino, le autorità tibetane in esilio faticano a rompere con una tendenza all’autocensura radicata in decenni di tentativi di stabilire ad ogni costo un reale dialogo in vista dell’apertura di veri negoziati sino-tibetani. Aggiungiamo subito che tutto le spingeva a questa moderazione senza freni. A cominciare dai governi dei Paesi democratici, cui ha sempre fatto comodo credere che le riforme economiche avrebbero portato ineluttabilmente la Cina ad abbracciare la democrazia e lo stato di diritto.

Nonviolenza
Ma c’è qualcos’altro dietro a questo ritegno o a quest’autocensura delle autorità tibetane in esilio, qualcosa che ci porta direttamente alla questione della nonviolenza come strumento di lotta politica. Problematica tanto più difficile visto che la pregnanza del buddismo tibetano, filosofia vista come fondamentalmente non-conflittuale dalla leadership religiosa tibetana, favorisce una confusione tra i suoi valori morali, come, tra l’altro, una visione pacifica delle relazioni umane, e la nonviolenza come metodo di azione politica. Questo miscuglio tra pacifismo e nonviolenza è anche alimentato da gruppi ed associazioni che, richiamandosi a Gandhi, hanno, consapevolmente o meno, spogliato quasi del tutto la nonviolenza gandhiana dalla sua dimensione politica, a favore dei suoi aspetti più religiosi e delle pratiche di vita del Mahatma, oltre che dalla superficialità che circonda, anche nel settore accademico, la questione della nonviolenza come metodo di azione politica nel mondo delle democrazie.

I Tibetani del Tibet non hanno quindi potuto riferirsi ad un approccio nonviolento organizzato dai loro compatrioti rifugiati in India, negli Stati Uniti ed in Europa. Non hanno potuto neanche trovare nella leadership tibetana in esilio degli esempi di azioni nonviolente che avrebbero potuto accompagnare i suoi appelli in questo senso.

Per quanto legittima sia la prudenza delle autorità tibetane in esilio relativamente alla questione estremamente sensibile della salute del Dalai Lama, ivi compreso il problema della sua successione (su cui si hanno tutte le ragioni di temere che sia oggetto delle stesse manipolazioni da parte di Pechino di quelle che hanno marcato la successione del Panchen Lama(4) ), essa non costituisce una risposta soddisfacente alla questione del non ricorso alla nonviolenza politica organizzata da parte del governo tibetano in esilio e da parte di tutti quelli che, nel mondo, sostengono la battaglia per la libertà e la democrazia in Tibet ed in Cina. Da una parte perché delle azioni nonviolente emblematiche sarebbero state possibili anche per il Dalai Lama, checché ne abbia potuto pensare la sua cerchia, dall’altra perché altre personalità in seno al governo e al parlamento tibetano in esilio godevano della notorietà e del carisma necessari per trascinare il movimento, carisma e notorietà che non avrebbero che potuto uscirne rafforzati.

Queste considerazioni non valgono per i Tibetani dell’interno. Contrariamente a Gandhi ed al suo movimento, che affrontavano un potere britannico per il quale i punti di riferimento sono sempre stati, malgrado occasionali “slittamenti”, la democrazia e lo stato di diritto, in Tibet la violenza dell’oppressione di Pechino è tale da limitare seriamente il ventaglio delle iniziative nonviolente possibili, sanzionando la pur minima manifestazione di dissenso – la detenzione di una fotografia del Dalai Lama per esempio – con condanne estremamente pesanti. Invece è proprio in quel contesto che da decenni semplici monaci, suore o laici, spesso molto giovani, affrontano con la sola arma della nonviolenza il potere imperiale e totalitario. Ne pagano, immancabilmente, un prezzo altissimo. Anni e anni di carcere in condizioni disumane, come attestano numerosi rapporti e resoconti di persone che ci sono passate e sono riuscite a sopravvivere(5).

Ma l’estrema diversità delle situazioni – un Tibet sottoposto ad una repressione feroce da una parte ed un’opinione pubblica internazionale relativamente sensibile ed aperta alla causa tibetana dall’altra –, avrebbe dovuto costituire un argomento supplementare a favore di una mobilitazione nonviolenta determinata in tutti i Paesi democratici. Tanto più che c’è stato un periodo in cui iniziative estremamente coraggiose si moltiplicavano nel Tibet stesso, con un forte impatto in Occidente.

Ci si ricorderà, tra l’altro, delle manifestazioni del 1990 nelle strade di Lhasa, cui parteciparono suore più tardi chiamate “suore cantatrici”, sanzionate da pesanti condanne, ulteriormente aggravate in seguito alla diffusione nel mondo intero delle loro canzoni di resistenza registrate clandestinamente in prigione. Tanto più che durante gli anni ’90 in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, in India e altrove, sono state messe in piedi alcune prime iniziative nonviolente e di solidarietà: migliaia di persone hanno dunque digiunato a favore della liberazione del Panchen Lama, centinaia di sindaci hanno esposto la bandiera tibetana sul loro municipio il 10 marzo, giorno dell’anniversario dell’insurrezione di Lhasa, manifestazioni di una certa dimensione si sono svolte in diverse capitali europee. Eppure questa mobilitazione segnò il passo. (1./continua)

 

Note al testo:
(1) Jan Palach, nato l’11 agosto 1948, studente in Economia, si è immolato a Praga il 19 gennaio 1969 per protestare contro l’invasione del suo Paese da parte dell’Unione sovietica. E’ morto tre giorni dopo. Un altro studente ceco, Jan Zajic, si era immolato il 25 febbraio 1969. Qualche mese prima, l’8 settembre 1968, Ryszard Siwiec, un Polacco, professore e padre di cinque figli si era immolato a Varsavia in protesta contro la “normalizzazione” cecoslovacca. Qualche anno più tardi, il 14 maggio 1972, Romas Kalanta, un lituano, si sarebbe immolato a Kaunas in segno di protesta contro l’oppressione dell’occupante sovietico nei confronti della lingua e della cultura lituane.
(2) Messaggio del Venerabile Thich Quang Do al Dalai lama e al popolo del Tibet, Quême, 16 febbraio 2012
(3) Al 15 giugno 2012
(4) Gendhun Choekyi Nyima è stato riconosciuto il 14 maggio 1995 dal Dalai lama come undicesimo Panchen Lama. Tre giorni più tardi scompare insieme alla sua famiglia. E’ solo un anno più tardi che Pechino riconosce di detenere il Panchen Lama “per la sua sicurezza”. Per la questione complessa delle relazioni tra il Tibet e la Cina, consigliamo l’eccellente libro di Anne-Marie Blondeau e Katia Buffetrille “Le Tibet est-il chinois?”, Albin Michel, Parigi, 2002
(5) Tra i racconti, vedere per esempio “Le feu sous la neige”, di Palden Gyatso (con Tsering Shakya), Actes Sud, 1997 e “L’insoumise de Lhassa”, di Gyaltsen Drölkar, Les Moutons Noirs, François Bourin Ed., Parigi, 2011


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

4 Responses to “Gli onori al Dalai Lama non bastano. Una strategia per l’autonomia del Tibet/.1”

  1. Nicola scrive:

    Che piacere tornare a leggere Olivier Dupuis!

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  2. […] si discute di cittadinanza onoraria (mancata) al Dalai Lama a Milano, è effettivamente serio far notare, come fa Olivier Dupuis, che un simile onore non è affatto sufficiente alla causa tibetana. E tuttavia è opportuno […]

  3. […] con la violenza del regime di Pechino. Questo saggio di Olivier Dupuis, diviso in tre puntate (qui la prima, qui la seconda), aiuta a fare chiarezza sulle motivazioni di questi gesti estremi, sul […]