Quando e come il male diventa “banale”?

– Per un giorno torno indietro di 17 anni e mi rimetto nei panni dello studente alle prese con il tema di maturità. Che bei tempi, eh? Visti a 17 anni di distanza e senza temere il giudizio di un professore, è sicuramente un’altra cosa.

E dunque, con tutta la calma del caso, scelgo una traccia storica: il brano tratto dalla “Banalità del Male” di Hannah Arendt. La filosofa tedesca ci descrive, con dovizia di particolari e aneddoti, un retroscena della conferenza di Wansee, del 20 gennaio 1942, alla quale parteciparono 15 alti ufficiali del regime nazista. La Germania era al massimo della sua espansione, stava ancora vincendo la Seconda Guerra Mondiale. A Est la Wehrmacht si preparava all’offensiva verso Stalingrado e il Caucaso, a Ovest continuavano i bombardamenti sulla Gran Bretagna, a Sud Rommel era all’offensiva in Nord Africa. L’America era appena entrata in guerra, ma era ancora lontana.

Sulle rive del lago Wansee, a Berlino, regnava comunque una calma idilliaca. Le priorità nelle menti di quegli altri gerarchi erano ben altri: intessere rapporti, dare una cena casalinga per fare bella figura, sgomitare per mettersi in luce. Josef Buhler (segretario di Stato della Polonia occupata) muove obiezioni di carattere tecnico. Adolf Eichmann (Gestapo, polizia segreta) ne approfitta per farsi notare da Reinhard Heydrich (comandante dell’Rsha, i servizi di sicurezza del Reich) suo superiore di grado e di ceto. Si discute, si cena, si brinda, si chiacchiera del più e del meno. E sfugge il “banale” oggetto della riunione al vertice: l’eliminazione fisica totale di 11 milioni di ebrei europei.

E’ il vero volto del totalitarismo. Non dobbiamo pensare a persone sataniche, rapite dalla loro estasi di distruzione. Il nazismo (come gli altri totalitarismi del Novecento) era soprattutto questo: un gruppo di burocrati dotati di un potere totale sulla vita e la morte di decine di milioni di uomini, donne e bambini.

Il nazismo riuscì solo in parte a realizzare il suo disegno. Fra il 1939 e il 1941 il regime pensò a vari metodi per eliminare la popolazione ebraica dalla Germania e da una parte sempre più vasta di Europa occupata. Costrinse gli ebrei ad identificarsi con una stella gialla di stoffa appuntata ai loro vestiti, li chiuse in ghetti separati dal resto della popolazione, trovò tutte le scuse per imprigionarne e ucciderne il più possibile. Si pensò di mandarli in Madagascar, ma mancavano le navi e le rotte erano controllate dalla marina britannica, dunque dal nemico.

Ma fu solo dopo l’invasione dell’Unione Sovietica (22 giugno 1941) e la conquista di territori densamente abitati da ebrei nei mesi successivi, che al regime venne l’idea definitiva della “soluzione finale”, decisa a Wansee. Se questi ebrei non si sa dove metterli, li si elimina tutti, come insetti col pesticida. E così i nazisti fecero. I massacri di ebrei, condotti sul posto dalle Einsatzgruppen (le squadre della morte che seguivano la Wehrmacht) erano già iniziati da un pezzo. Così come erano avviate le deportazioni nei campi di concentramento, sin dall’inizio del conflitto. Ma lo sterminio “scientifico”, pianificato su scala industriale e con metodi da catena di montaggio, iniziò proprio da quella “banale” riunione di Wansee. Sei milioni di ebrei (sugli 11 che risultavano nelle statistiche di Eichmann) furono sterminati in appena quattro anni.

Sono cose che sappiamo bene, si dirà. Perché farci un tema proprio oggi, a 70 anni di distanza? L’antisemitismo è ancora vivo e vegeto. Non si sono più ripetuti stermini sistematici, come quello nazista, solo perché mancano i mezzi e il potere necessari a portarli a termine, non perché manchi la volontà. Tanto per fare alcuni esempi, se il regime islamico iraniano, Hamas o Hezbollah dovessero decidere che è giunto il momento di annientare il popolo ebraico e avessero i mezzi per farlo, lo farebbero. Non riescono a mettere in pratica il loro disegno genocida solo perché non hanno neppure una frazione del potere di cui disponeva la Germania nazista. E perché gli ebrei, avendo un loro Stato, ora possono difendersi con le armi in pugno.

Ma non è tanto dell’antisemitismo che voleva parlare la Arendt nel brano citato. E quindi, mi accorgo che rischierei di prendermi un 4 per “fuori tema”, se insistessi troppo su questo argomento. La Arendt ci mostra la banalità del Male, la capacità di distruggere un intero popolo con un tratto di penna e poi dormire sonni tranquilli. E quale è la causa della banalità del Male? Il potere. Il potere assoluto, in particolare. “Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe in modo assoluto”, diceva il filosofo liberale John Acton, un secolo prima dell’Olocausto. “Il potere uccide, il potere assoluto uccide in modo assoluto”, risponde il politologo Rudolph Rummel, dopo aver passato in rassegna tutti i mega-omicidi del Novecento.

Meno il potere è limitato da contropoteri e leggi, più le persone al comando hanno la possibilità di realizzare i loro disegni ideologici con la forza bruta, eliminando fisicamente intere porzioni di umanità che non rientrano nei loro schemi. Così è sempre stato in tutti i regimi assolutisti del Novecento. Così i Giovani Turchi eliminarono 1 milione e mezzo di armeni, perché non erano turchi. Così Stalin eliminò 20 milioni di “nemici di classe” perché non rientravano nella categoria del proletariato. Così Hitler eliminò un totale di 25 milioni fra ebrei, rom, slavi, cittadini di nazioni occupate, handicappati, omosessuali e oppositori politici, perché non rientravano nel suo disegno di razza eletta. Così Mao Tse-tung eliminò 30 milioni di cinesi “nemici del popolo”, perché non rientravano nel progetto di società egualitaria che aveva in mente. E Pol Pot, imitandolo in Cambogia, uccise quasi la metà della popolazione della sua stessa nazione.

L’elenco di questi mega-omicidi è lungo, purtroppo. La causa è sempre una: potere assoluto nelle mani di un gruppo di ideologi. E ovunque si riscontra sempre la stessa “banalità”: dai Giovani Turchi che scherzano fra loro parlando dei migliori metodi di sterminio, a Stalin che fissa le quote di persone da sterminare, esattamente come se fossero obiettivi di un piano industriale quinquennale. La conferenza di Wansee e i retroscena che la Arendt ci mostra, sono la norma in uno Stato assoluto. Il Male diventa “banale”, perché è lo Stato stesso l’unica fonte della legge e della morale. Sono i leader che dispongono e ordinano chi deve vivere e chi morire nel “mondo nuovo” che stanno costruendo. Ed è “normale” che lo facciano con il massimo della calma interiore: una volta processati per i loro crimini, i nazisti si difesero affermando che quella era la loro “legge” e quelli gli “ordini” che avevano ricevuto. Punto.

A 70 anni dalla conferenza di Wansee, noi siamo abituati a pensare che tutti gli uomini abbiano il diritto a non essere uccisi. Una società dei diritti garantiti, come quella in cui siamo abituati a vivere, è però possibile solo se crediamo che vi sia una legge naturale (rispettata per convinzione, fede, consuetudine o perché frutto di un “contratto sociale”), preesistente allo Stato e in grado di limitarne il potere. E solo se vi siano dei contropoteri, istituzionali, territoriali, economici, abbastanza forti da punire quello Stato che inizia a tracimare dai suoi argini e a violare la legge. Non dappertutto si crede che i diritti individuali abbiano una legittimità superiore a quella dello Stato. Nemmeno nelle nostre società europee democratiche lo si crede sino in fondo. E per questo occorre vigilare: quell’inferno, in cui il Male diventa banale, è sempre dietro l’angolo.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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