– Del voto di ieri al Senato sulla richiesta di applicazione delle misura cautelare nei confronti di Luigi Lusi l’unico scandalo che meriti di essere ricordato è il non-voto tattico del PdL, per un caso che – Quagliariello dixit –  “riguardava la Margherita e il Pd” e il cui carico rischiava “di scaricarsi interamente sul PdL”. Per timore che il non voto, da solo, non bastasse a tener fuori il PdL dalle grane democratiche, il partito berlusconiano si è pure preoccupato di scongiurare “la strumentalizzazione del voto segreto”, che a via dell’Umiltà appare evidentemente proprio quando è loro (Papa, Milanese, Cosentino…), ma è improprio quando è altrui. Col che il PdL ha confermato di avere delle regole del diritto, che chiede di applicare per gli amici e di interpretare per i nemici, una nozione opportunistica e una passione mutevole, a seconda della natura del fatto e del nome del presunto colpevole.

Il caso Lusi ieri non riguardava affatto il PD o la Margherita, ma il Senato della Repubblica. Non riguardava l’ex tesoriere Lusi, ma il senatore la cui galera preventiva la Costituzione affida all’autorizzazione dei colleghi senatori e non dei compagni politici. Ciascun senatore deve dunque intendere la natura e sentire il peso di una decisione grave e gravemente arbitraria, perché, come abbiamo già scritto, l’articolo 68 della Carta non dice affatto come e perché le camere debbano decidere, ma solo che debbano farlo. Che il PdL abbia potuto considerare il voto un “problema loro” dà la misura di una cultura istituzionale approssimativa e di una sensibilità garantista desolante, visto che privare un senatore del voto – favorevole e contrario che sia – sull’applicazione di una misura cautelare equivale a togliergli l’unica vera (e speciale) garanzia che la Costituzione gli assegna come rappresentante del popolo.

Sul merito della decisione del Senato e sul modo con cui Lusi ha prima tentato di scongiurarla e ora minaccia di vendicarsene, ci si può comprensibilmente dividere (per quanto mi riguarda sottoscrivo, parola per parola, l’intervento della vicepresidente del Senato, Emma Bonino). Ma non ci si può mettere a discutere – come se fosse cosa disputabile –  pure sul fatto che tutti i senatori, e non solo quelli politicamente interessati e coinvolti nella vicenda, sono chiamati a decidere sull’arresto di un loro collega. Il non-voto di chi non sa decidersi è rispettabile. Quello di chi se ne persuade fottendosene del merito della questione, ma badando solo a parare le conseguenze del caso, non è solo censurabile, ma disprezzabile.

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Twitter @carmelopalma