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Al G-20 messicano i lavori preparatori del prossimo Consiglio Europeo

– E’ stato un summit molto piccante quello che ieri si è concluso in Messico tra i 20 leader mondiali. Vertici saltati, toni più autoritari che autorevoli, tensioni e silenzi stampa alla fine. La causa è sempre quella: l’eurocrisi. Con la sua dilazione, Obama rischia di perdere le elezioni, l’America teme un ulteriore rallentamento e la Cina ha dovuto (non succedeva da anni) tagliare i tassi d’interesse.

Fortunatamente da Los Cabos si sono preoccupati di inviare ai mercati anche segnali positivi. La decisione dei Brics di rafforzare il “fondo di seconda trincea” con 456 miliardi di dollari ha dotato l’economia di un firewall più adeguato alla scala della crisi, anche se non ancora sufficiente. Che poi la Cina e il Brasile abbiano tentennato fino all’ultimo prima di cedere, è solo un altro piccolo dettaglio. Dalla bozza del comunicato finale, si legge l’intenzione del Group of 20 di impegnarsi a riformare in pieno i diritti di voto del Fondo Monetario Internazionale entro la fine di ottobre, come era stato più volte richiesto dai Pesi emergenti (o belli che emersi, potremmo dire) .

Positivo è stato anche l’incontro bilaterale tra Obama e Putin, il primo dopo la rielezione del presidente al Cremlino. Il disgelo dei rapporti tra Usa e Russia ha fatto emergere una concordanza di intenti sulla necessità di rafforzare il controllo sul programma nucleare iraniano e sulle violenze in Siria.

Com’era prevedibile e auspicabile, l’attenzione maggiore dei leader delle 20 top economies si è concentrata sulla crisi di debito dell’Eurozona e sulla volontà di individuare ricette anti-crisi abbastanza convincenti da tranquillizzare i mercati. Gli ingredienti sono gli stessi: fare di più per stimolare la crescita, garantire la stabilità finanziaria, sostenere una più forte unione della politica fiscale europea. Quello che bisogna vedere ora è se, e in quanto tempo, si riuscirà a tradurre queste generiche proposte in azioni concrete. E il dubbio è più che lecito, visto l’andazzo della crisi dell’euro negli ultimi due anni.

Alla forte recessione economica dei PIIGS, la Germaniaha risposto con la concessione di parziali piani di salvataggio e con una drastica austerità, per evitare il giudizio negativo dei mercati. Ma la linea voluta dalla Merkel continua a convincere ben poco il presidente americano e i mercati stessi. Certo, l’aumento della disoccupazione nella zona euro, la recessione sempre più profonda, i disordini sociali e politici, accompagnati da una sfiducia sempre crescente dei paesi economicamente più deboli, non alimentano la fiducia e la simpatia nei confronti della Cancelliera e rendono il lavoro più facile ad Obama, che preme per l’adozione di un keynesianesimo moderato.

Le lezioni impartite dal presidente statunitense sul come comportasi in casa propria sono piaciute poco perfino all’imperturbabile Monti, che ha prontamente ricordato il noto squilibrio del bilancio Usa (pur non essendo, ahinoi!, ancora un argomento in voga), mentre Barroso ha echeggiato con un meno moderato <<Non siamo venuti qui al G20 a prendere lezioni da nessuno>>. Del resto, sono tutti bravi a stimolare la crescita continuando a fare spesa pubblica e aumentando il debito, verrebbe da dire. Non c’è più tempo, questo è il vero problema. E in una situazione di fragilità psicologica sui mercati è prudente che i leader europei si presentino uniti. La Cancelliera tedesca sembra fare qualche sforzo in più, decidendo di rompere il tabù dell’unione bancaria e riportando sul tavolo delle decisioni degli euroleader l’ipotesi di avere delle banche con un prestatore di ultima istanza sovranazionale europeo, invece che nazionale.

Intanto si continua a ballare con lo spread. I risultati delle elezioni di domenica non hanno dato il tempo di tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo dell’uscita greca dall’euro, che i costi dei prestiti sono saliti sia in Spagna che in Italia. Per rifinanziare il debito si devono necessariamente vendere titoli di Stato, ovvio. Peccato che, più che a comprare, gli investitori tendono a scappare. Consapevole di questo, Mario Monti ha proposto di usare le munizioni finanziarie dell’European Financial Stability Facility per operare acquisti di titoli dei Paesi più deboli laddove superino in maniera “ingiustificata” un certo tasso d’interesse, utilizzando un metro che tenga anche in considerazione le virtù dei Paesi che vengono egualmente attaccati. All’Italia dovrebbe, in sostanza, spettare un maggior sostegno essendo in equilibrio di bilancio e in avanzo primario l’anno prossimo, a differenza di altri Paesi che hanno un deficit pubblico molto più elevato. Ipotesi frettolosamente bocciata dalle autorità europee già ieri.

Toccherà aspettare il prossimo vertice tra Hollande, Merkel, Monti e Rajoy, per sapere se riusciremo ad ottenere un sostegno asimmetrico a noi più favorevole. Il palcoscenico del G-20 è servito anche a questo.

 


Autore: Antonella Romano

24 anni, salernitana. Laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e laurea specialistica in Law and Economics alla Luiss Guido Carli di Roma. Da un anno collabora con l’Istituto Italiano per la Privacy, contribuendo alla stesura della rivista "Diritto, Economia e Tecnologie della Privacy" 2010

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