di CARMELO PALMA – Mentre il PdL si attovaglia famelico al tavolo delle nomine Rai, il partito di Bersani ha scelto di lavarsene le mani nel fiume sacro dell’associazionismo civile e alla fine per il Cda voterà due persone giuste, ma due candidati sbagliati, rimettendosi alla scelta che tre delle quattro associazioni “incaricate” (Libera, Libertà e giustizia, Comitato per la libertà e il diritto all’informazione) hanno faticosamente negoziato, mentre la quarta (Se non ora quando) si sfilava e tutte le altre sigle (soprattutto cattoliche) della galassia democratica mugugnavano per l’esclusione.

Così i problemi politici, che Bersani pensava di tenere fuori dalla porta, gli sono rientrati dalla finestra. Le sensibilità ferite continuano a sanguinare e non basta a rimarginarle la caratura civile e la correttezza politica di due nomi in sé indiscutibili (almeno al Nazareno). A rimanere discutibilissima – e non solo nel Pd –  è invece la qualità della scelta compiuta per interposto associazionismo d’area, visto che Tobagi e Colombo non sono chiamati a portare il gonfalone dell’intransigenza democratica, ma a rappresentare l’interesse dell’azionista (il contribuente) rispetto ad un’impresa che rimane pubblica, cioè statale, per rimanere politica, cioè privata nell’uso e nell’abuso che può farsene da parte dei suoi “editori di riferimento”.

Tobagi e Colombo cosa andranno a fare nel Cda della Rai? Ad intonare le stucchevoli tiritere sulla televisione pubblica come presidio della libertà democratica o a liberare il potenziale economico, culturale e civile di un’impresa mummificata dalla retorica dell’impresa “di servizio”? A difendere un modello duopolistico perfetto, in cui il canone e il tetto alla raccolta pubblicitaria della Rai sussidia direttamente Mediaset, consentendole anche di finanziare il dumping di Premium sul mercato pay, oppure a svegliare la sinistra antiberlusconiana dal sonno dogmatico? Ad osteggiare con Berlusconi e anche per Berlusconi la privatizzazione della Rai o a promuovere la piena liberalizzazione del mercato radio-televisivo, a cui idealmente l’azionista (il contribuente) è tanto disponibile, quanto interessato?

La berlusconizzazione della Rai è stato un effetto, non una causa della politicizzazione del servizio pubblico di informazione. Berlusconi ha perfezionato e personalizzato il sistema, sovrapponendo un conflitto di interesse privato al conflitto di interesse politico che della Rai ha costituito da sempre la vera costituzione materiale e che gli “editori di riferimento”, prima di lui, dissimulavano prudentemente e ripartivano giudiziosamente secondo criteri più proporzionalistici. Il problema della Rai oggi non è Berlusconi, ma la Rai, che Monti pensa di arginare con una direzione aliena e estranea alle sue liturgie, non avendo potuto fare quanto avrebbe dovuto e probabilmente voluto, cioè commissariarla e rottamarla ideologicamente come impresa politica, per restituirla al mercato come impresa televisiva.

In questo quadro – quello di una guerra di posizione in cui i padrinaggi politici e le riserve ideologiche imbroglieranno le carte di Tarantola e Gubitosi  – che gioco faranno Tobagi e Colombo? Da dove partiranno – da una nozione archeologica e polverosa di “servizio pubblico”, come temiamo? E in quale anacronistica “resistenza” infine li arruolerà il richiamo della foresta della sinistra democratica?

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Twitter @carmelopalma