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Le chiamano riforme, ma sono errori che si ripetono

– Ci sono lezioni da trarre dalle riforme degli anni ’90, che possono essere riassunte con la celebre frase di Tucidide: “I forti fanno ciò che vogliono, i deboli soffrono ciò che devono”. Riguardano le riforme previdenziali e del lavoro, le privatizzazioni, le dinamiche della spesa pubblica, le misure contro la crisi. Lo stesso ragionamento vale per gli ‘Stati Uniti d’Europa’.

Torniamo alla metà anni ’90. Il debito previdenziale era un buco nero per le finanze pubbliche, ma nessuno voleva mettersi contro i sindacati eliminando il problema, la natura a schema di Ponzi dei sistemi Pay-Go, per cui chi lavora paga le pensioni altrui. C’era un conto da pagare e ci si guardò attorno alla ricerca di vittime: si decise di sacrificare i giovani. I giovani furono la vittima di quelle riforme: contributi per un terzo del reddito per quaranta anni, e pensioni che saranno circa la metà… difficile trovare un investimento peggiore. Oggi i contributi vengono di nuovo aumentati per coprire un nuovo buco: non è cambiato niente.

Torniamo agli anni ’90: c’erano troppi disoccupati (ora la CGIL rimpiange l’Età dell’Oro, ma la disoccupazione era al 12%, in crescita), ma non si poteva ridurre le protezioni dei lavoratori sindacalizzati. Si decise di creare un sistema a due vie, con lavoratori protetti e lavoratori precari. Oggi la riforma del mercato del lavoro rischia di rendere più costoso l’impiego dei lavoratori più deboli: non è cambiato niente.

Potrei fare altri esempi. Potrei parlare dei tagli alle tasse che invece di ‘affamarela Bestia’ hanno prodotto debiti pubblici; delle misure anticicliche che trasferiscono centinaia di miliardi dai contribuenti e dai risparmiatori alle grandi banche; delle privatizzazioni per fare cassa, cioè della formazione di “Compagnie delle Indie”, del passaggio a Società per Azioni del Tesoro, o dell’acquisto (come di recente fatto dal Governo) da parte della Cassa Depositi e Prestiti. Ma perché dilungarmi? Basta Tucidide.

Passiamo agli Stati Uniti d’Europa. Abbiamo i seguenti attori in gioco: politici dei paesi ‘periferici’, più corrotti e incompetenti dei politici nei paesi ‘centrali’, che vogliono che qualcuno li salvi dalle conseguenze della loro insipienza; banche dei paesi ‘periferici’ che vogliono avere le stesse garanzie, a spese del contribuente, delle banche dei paesi più credibili; banche dei paesi ‘centrali’, piene di attività di dubbia qualità che vorrebbero passare le perdite al contribuente (bailout), o al risparmiatore (LTRO a tassi nulli).

In quest’ottica, gli Stati Uniti d’Europa serviranno a creare classi dirigenti ancora più irresponsabili, banche ancora più soggette all’azzardo morale, mercati finanziari ancora più protetti dalle conseguenze dei propri errori, e populisti ancora più incentivati dalla garanzia europea sulle loro follie. È questa l’Europa che vogliamo? No, ma è quella che otterremo grazie all’ESM, agli LTRO, agli Eurobond, alle garanzie europee sulle banche, agli aiuti agli stati membri incapaci di controllare le proprie finanze.

Gli ottimisti obietteranno che ci saranno più controlli. Ma in un continente che si vincola a Maastricht e poi non lo rispetta, in cui il capo della BCE critica l’azzardo morale delle garanzie pubbliche ma poi lo ingigantisce con gli LTRO, e in cui per dieci anni l’euro ha prodotto squilibri macroeconomici senza che nessuno alzasse un dito… chi ci crede?

Occorre ricordare che le politiche non le fanno le buone intenzioni, ma i rapporti di potere. I liberali non hanno mai guadagnato dai compromessi, mettendo solo in pericolo le loro battaglie: accontentandosi del male minore, accollano al liberalismo responsabilità che non sono delle loro idee, ma della loro timidezza nel difenderle fino in fondo.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

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