Grazie, Marchisio

L’Italia del calcio sfonda la barriera della qualificazione ai quarti e finalmente anche quella del silenzio obbligato sul pregiudizio antiomosessuale. “Personalmente, sono d’accordo sui matrimoni tra persone dello stesso sesso”. Così Claudio Marchisio  ritorna sul tema dell’omosessualità nel calcio, in cui in tanti, ciascuno secondo la propria cultura e il proprio stile, hanno scelto di dare il peggio. Il centrocampista juventino è invece uscito dal registro virilista da Bar sport: “Il nostro ambiente, in effetti, sull’argomento è un po’ ingessato. Se uno esce dal posto di lavoro per mano al proprio compagno per fortuna non fa più scalpore, all’uscita da un campo di allenamento, invece, la scena non si può immaginare. E non è giusto”.

In un ambiente in cui l’omosessualità e lo scandalo sono sinonimi – sia nelle provocazioni “militanti” alla Cassano, sia in quelle uguali e contrarie alla Cecchi Paone –  Marchisio ha avuto il merito di normalizzare il registro del discorso. Il calcio non può fare eccezione. Come è intollerabile che negli stadi comandi la violenza organizzata dei supporter più scalmanati, così non è tollerabile che sul piano simbolico il calcio rimanga – perché, come direbbe Di Natale , “altrimenti non si sa come i tifosi reagirebbero” – un enclave dove a dominare è un pregiudizio eterosessualista e razzista.

A dare il buon esempio e a chiamare il mondo del calcio ad una nuova consapevolezza aveva provato il ct della nazionale Prandelli, che anche su questi temi (e non solo su quelli tecnici) dimostra un approccio pedagogico e dialogante. Ma il muro di gomma del calcio italiano, prima dell’uscita di Marchisio, l’aveva per così dire “rimbalzato”, fino alla grottesca conferenza stampa con cui Cassano blaterando dei “problemi loro” – con il concorso colpevole di un giornalismo pettegolo e scandalistico – aveva ristabilito a suo modo il confine invalicabile tra il visibile e l’invisibile. Nel calcio l’omosessualità non c’è, e se c’è non si deve vedere, come nella Chiesa.

Ovviamente quello di Marchisio sarà apparso agli occhi di molti una sorta di coming out. Difende i froci, quindi è frocio. E lui che sembra tanto svelto di testa quanto dimostra di esserlo sul campo ha scelto di correre consapevolmente questo rischio. E’ una ragione in più per essergli riconoscenti. Il calcio non ha bisogno che gli omosessuali si confessino, ma che i calciatori si ribellino.


Autore: Simona Nazzaro

Nata a Roma nel 1980. Laureata in Scienze della Comunicazione, a La Sapienza, ha curato le campagne politiche e di comunicazione dell’Associazione Luca Coscioni. Collabora con diversi settimanali e quotidiani. La sua grande passione è il basket, e da anni concilia questa con il lavoro: conduce infatti una trasmissione radiofonica di approfondimento sportivo.

3 Responses to “Grazie, Marchisio”

  1. Andrex scrive:

    Sì, sì… grazie… con tutti i problemi che ci sono…
    Vabbè, contenti voi…

  2. Stefano scrive:

    Sì, certo, con tutti i problemi che ci sono. Sì, e allora, qualcosa in contrario? Succede qualcosa se qualcuno pensa che si possa risolvere anche questo problema qui? O questo impedisce che si affrontino gli altri problemi? Ovviamente per gente come Andrex il momento “giusto” non verrà mai. Il problema, evidentemente, è tutto suo.

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  1. […] battaglia anti-omofobica nel mondo del calcio, come abbiamo già scritto, non ha bisogno di confessioni, ma di dissociazioni. Non ha bisogno di campioni gay, ma di campioni […]