Tra Germania ‘federalista’ e Francia ‘nazionalista’, il tempo sta per scadere. Fate presto

di MARIO SEMINERIO – In attesa del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, ed ignorando piuttosto agevolmente l’imbarazzante festival degli auspici che sono le photo opportunities (peraltro sempre meno tali) del G20, resta una realtà europea fatta di certezze in negativo e domande sul futuro istituzionale dell’area.

Tra le certezze in negativo vi è il fatto che tutto quanto fatto finora è completamente disfunzionale, per non dire palesemente controproducente. Strette fiscali simultanee tra paesi con forte interdipendenza commerciale hanno indotto una recessione che a sua volta, unita ad intempestivi e pro-ciclici vincoli di vigilanza sul sistema bancario, hanno avvitato la situazione su se stessa. Affermare che oggi serve recidere il legame tra banche e debito sovrano è al contempo una assoluta banalità ma anche la parte più difficile dell’opera, soprattutto se i crediti delle banche continueranno ad essere deteriorati dalla recessione in atto.

Nel frattempo, il cosiddetto “salvataggio” delle banche spagnole, che peraltro resta ancora del tutto indeterminato per quantità e modalità, ha messo in luce per l’ennesima volta la totale inadeguatezza dei fondi di emergenza apprestati dalla Ue. Appare anche del tutto evidente che, giunti a questo punto della crisi e del suo avvitamento, insistere a tentare ancora di identificare responsabilità a livello di singoli paesi rispetto al rullo compressore di una liquidità internazionale in rapida ritirata da un’Eurozona che si è trasformata in una camera a gas a causa di drammatici errori di disegno istituzionale, è esercizio del tutto futile, nel quale purtroppo ancora troppi commentatori si attardano per motivi ignoti, escludendo l’incapacità a leggere la situazione.

Lo stesso esito del voto greco, salutato lunedì mattina dai mercati con un rally durato poco meno di mezz’ora e volto rapidamente nell’ennesima disfatta di spread, rendimenti obbligazionari ed indici azionari, ha mostrato la tragica asimmetria degli eventi europei: quelli positivi hanno ormai un ciclo di vita risibile, mentre quelli negativi, che si tenta disperatamente di evitare ed esorcizzare (magari anche con un discreto martellamento mediatico internazionale sugli elettori coinvolti, quelli greci, nella fattispecie) hanno portata potenziale devastante.

Al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno serviranno soluzioni vere, quelle che auspichiamo da almeno un paio d’anni. Ad esempio, servirà capire se vogliamo muoverci verso una struttura federale o comunque di più stretta integrazione politica, quale necessario completamento di una unione economica che non può più restare confinata alla sola dimensione monetaria. E proprio su questo tema le divergenze “esistenziali” franco-tedesche rischiano di entrare in rotta di collisione. Per l’Eliseo, l’unione politica non può essere precondizione a quella che viene definita “solidarietà finanziaria”, e  si propone la realizzazione di una serie di cosiddette “politiche di armonizzazione” (salariale e sociale, oltre che di bilancio pubblico) che dovrebbe tuttavia avvenire a livello intergovernativo, secondo la tradizione nazionale e nazionalista francese, comune Oltralpe a destra come a sinistra, in cui cioè sia il Consiglio europeo ad agire di concerto con i governi nazionali, bypassando la Commissione ed il parlamento europeo. Per Hollande, quindi, si tratta di una road map decennale, ma con l’immediata mobilitazione di 120 miliardi di euro tra fondi strutturali non spesi e ricapitalizzazione della Bei. Quanto alle banche, Hollande vuole inoltre che il nuovo salvastati ESM sia dotato di licenza bancaria, per potersi indebitare con la Bce e di fatto diventare quel bazooka la cui mancanza ha favorito attacchi speculativi sui mercati.

Per contro, la visione tedesca è molto più ambiziosa, prevedendo una unione politica come preliminare alla mutualizzazione del debito, ma abbandonando l’approccio intergovernativo per cambiare tutta l’architettura istituzionale europea. Concetti esplicitati in modo politicamente molto netto e ricco di dettagli dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, nell’insolito ruolo di ideologo (ricordando comunque che egli è stato consigliere economico di Angela Merkel), in un discorso tenuto a Mannheim lo scorso 14 giugno.

E’ una importante presa di posizione, che indica la necessità di superare la Commissione europea e creare una nuova istituzione, che abbia peraltro i crismi della democraticità. Tale istituzione, per la cui creazione servirebbero quindi modifiche costituzionali nazionali, interverrebbe ad ogni scostamento dei bilanci nazionali da una “regola”, togliendo sovranità ai parlamenti nazionali, secondo l’approccio che Jean-Claude Trichet ebbe a definire “federalismo d’eccezione”. E qui la cosa si fa interessante, perché l’equilibrio dei conti pubblici è, per definizione, un equilibrio multiplo: si può avere pareggio di bilancio con entrate e spese al 40 per cento di Pil, ma anche al 5o ed oltre per cento, come conferma il 53 per cento francese contrapposto al 44 per cento tedesco, con il 49 per cento italiano nel mezzo, il tutto prescindendo dalla qualità del quantum di spesa pubblica nei vari paesi, come da sempre ci insegnano gli scandinavi.

Quale peso scegliere? Questo è il punto dirimente. Come si intuisce, la proposta tedesca è suggestiva ma rischia di essere utopistica, nel momento in cui andare a chiedere a Parigi di sottoporsi ad una verifica così in profondità non solo del proprio bilancio ma (necessariamente) delle proprie politiche sociali (leggasi pensioni, ma non solo) e e del lavoro. Ma solo ed esclusivamente dopo questa epocale integrazione, a giudizio dei tedeschi, arriverebbe la piena mutualizzazione del debito.

Del resto, tra tedeschi e francesi, i federalisti sono da sempre i primi. Già dopo la firma del Trattato di Maastricht del 1992, i tedeschi hanno fatto due offerte di unione politica a Parigi. Nel 1994, due deputati della CDU proposero all’allora premier francese Edouard Balladur la creazione di un “nocciolo duro” federale europeo. Balladur ignorò la richiesta. Uno di quei due deputati della CDU si chiamava Wolfgang Schaeuble. Nel 2000 fu il verde Joschka Fischer, nel suo ruolo di ministro degli Esteri della coalizione rossoverde di Gerhard Schroeder, a chiedere la creazione di una costituzione federale europea. Il principio venne accettato da Jacques Chirac nel 2002, ma rigettato dal referendum del 2005, con grande dispendio di energie per il “no” da parte proprio dei socialisti francesi.

Comunque vadano le cose, e premesso che chi scrive apprezza l’impianto “utopistico” tedesco al punto da volerlo andare a “vedere” come si fa a poker con i bluff, quello che a Berlino non riescono a capire è che i tempi della politica sono del tutto incompatibili con le dinamiche di un mercato che ha ormai fatto il pollice verso all’Eurozona. Ieri è toccato a Grecia, Portogallo e Irlanda, oggi a Italia e Spagna, ma domani toccherà alla Francia e dopodomani alla Germania. Per questo occorre mettere in parallelo il lungo percorso di creazione di una unione federale europea che dia alla Germania quel ruolo di egemone politico che essa continua a tentare di evitare di assumersi ma anche (e subito) uno scudo protettivo per i debiti sovrani nazionali. E’ molto difficile pensare a soluzioni differenti dalla fornitura di una licenza bancaria all’ESM, e/o all'”opzione nucleare” per la Bce. Il tempo è scaduto.
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Twitter: @Phastidio


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

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