Ora che la Lega è fuori dai giochi, riprendiamoci il federalismo

– Ma che fine ha fatto il federalismo? Che fine ha fatto quella che negli ultimi due decenni pareva essersi affermata come questione ineludibile nella politica italiana?
E’ triste ed in larga parte ingiusto che il tema della riforma federale dello Stato abbia conosciuto un drastico calo di interesse nella nuova fase politica che si è aperta con l’insediamento di Mario Monti.

Tuttavia al tempo stesso è anche in qualche misura comprensibile. Nei fatti, il tramonto della Seconda Repubblica non ci ha consegnato solamente il fallimento dell’illusione berlusconiana, ma anche la sostanziale confutazione del progetto politico della Lega Nord, un progetto del quale sono emersi, nel tempo, tutti i limiti e tutte le contraddizioni.

Purtroppo l’ideale federalista che, nelle speranze e nelle aspettative di molti, avrebbe dovuto rappresentare un motore di riforma e di innovazione è stato tradotto – nella politica miope e populista del partito di Bossi – in sindacalismo territoriale, localismo, più intermediazione politica ed in definitiva più tasse e più spesa.
La Lega ha il grave demerito di aver dirottato e distorto la battaglia anticentralista per interessi elettorali di breve periodo; al tempo stesso, tuttavia, sarebbe sbagliato far ricadere esclusivamente sul Carroccio la responsabilità del gigantesco equivoco che si è realizzato in Italia attorno alla parola “federalismo”.

La responsabilità è anche degli altri. La colpa è di tutti quei partiti che in questi anni hanno considerato il federalismo esclusivamente come il prezzo da pagare alla Lega – per la sua alleanza o per lo meno per la sua non belligeranza – e che pertanto hanno lasciato alla Lega il compito esclusivo di definire che cosa dovesse intendersi per federalismo.
Il risultato è inevitabilmente quello di un depotenziamento delle idee devoluzioniste, in termini di comunicazione politica e di appeal, ma sarebbe sbagliato limitarsi ad una rassegnata presa d’atto di questa situazione.

Proprio come oggi non rinunciamo certo a dirci liberali per l’uso parassitario che del termine ha fatto per molti anni Berlusconi, non possiamo e non dobbiamo rinunciare a dirci federalisti per l’uso abusivo che del termine hanno fatto Bossi e la Lega Nord. Al contrario, è necessario rilanciare con forza il concetto di un federalismo liberale e competitivo, che metta in concorrenza i territori dal punto di vista fiscale e normativo e che responsabilizzi gli amministratori rendendo più evidente e diretto il rapporto tra tasse e spesa.
In quest’ottica non possiamo accettare che il rafforzamento dei livelli istituzionali intermedi si declini in una moltiplicazione delle poltrone, delle burocrazie e dei centri di spesa, ma al contrario dobbiamo rivendicare la vocazione più autentica del federalismo, quella di rappresentare in primo luogo un limite al potere ed un presidio a difesa della società civile – non certo a difesa degli spazi e delle prerogative dei partiti e della classe politica.

Soprattutto, però, dobbiamo combattere qualsiasi tentazione di gettare il bambino con l’acqua sporca; cioè c’è da evitare che il declino dell’esperienza della Lega Nord coincida con l’estromissione dei temi del federalismo e della decentralizzazione dal dibattito politico e culturale del nostro paese.
Se il programma leghista è “fuffa”, non sono certo “fuffa”, ma sono al contrario drammaticamente attuali e concrete le questioni della predazione fiscale del Nord e della condanna del Sud ad una condizione assistenziale che ha alimentato clientelismo, accaparramento e criminalità.

Peraltro, quando si parla di federalismo, non bisogna riferirsi solamente alla dimensione più strettamente economica, ma al contrario è opportuno affermare un concetto di devoluzione verso il basso dei processi decisionali che investa anche le questioni civili ed eticamente sensibili. Che male ci sarebbe se anche da noi – similmente a quanto avviene in altri paesi – il dibattito su unioni civili, adozioni gay o fecondazione assistita si spostasse ad un livello inferiore, ad esempio al livello delle singole regioni?

L’assenza di qualsiasi vera riflessione anticentralista su queste tematiche è stata una delle principali falle del costrutto ideologico della Lega, evidentemente ben poco interessata al federalismo come espressione e riconoscimento della pluralità e delle diversità. Eppure in un paese come il nostro che da decenni vive la politica come una guerra civile fredda, una vera scelta federale sarebbe quanto mai una scelta di umiltà e di moderazione, dato che ogni parte politica dovrebbe accettare come totalmente legittimo il fatto che in alcune parti del paese prevalgano scelte dissonanti persino su questioni fondamentali dal punto di vista sociale e culturale.

Oggi la conclusione del ciclo politico di Umberto Bossi ci offre un’opportunità – se saremo in grado di coglierla. Recuperare una bandiera politica che il partito di Via Bellerio per troppo tempo ha confiscato e prendere in mano con le nostre idee e con la nostra sensibilità la battaglia per un modello federale.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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