L’IMU, il capro espiatorio per non affrontare il problema della spesa pubblica

– Se davvero, come stima Unimpresa, il 40 per cento dei contribuenti non ha rispettato la scadenza del 18 giugno per il pagamento della prima rata dell’IMU (anzitutto per ristrettezze economiche), le casse dei comuni e dello Stato subiranno un significativo calo della liquidità. Non è una bella notizia, tanto più che la conseguenza potrebbe essere un ritocco al rialzo delle stesse aliquote IMU, con l’ultima rata di dicembre destinata a diventare ancora più salata. Se pure le cifre di quanti hanno deciso di non pagare – o di non farlo entro i prossimi 14 giorni, lasso di tempo durante il quale le sanzioni saranno irrisorie – dovessero essere più contenute di quelle stimate, la vicenda dell’IMU rappresenta meglio di tante altre la crisi fiscale in atto.

Anche grazie alle proteste strumentali della Lega Nord e del PdL a trazione Santanchè, l’IMU sta diventando per alcuni l’utile paravento di un problema molto, molto più serio. La reintroduzione di un’imposta sulla prima casa e, più in generale, il riordino e l’aggravio della tassazione sugli immobili è una scelta che il governo Monti ha compiuto a fine 2011, per puntellare i conti pubblici, restituire una quota di autonomia finanziaria ai comuni e intraprendere un percorso di riequilibrio della tassazione “dalle persone alle cose“, come soleva dire Tremonti (dire, non fare).

Se e quando l’Italia riuscirà a risalire la china, non è l’IMU che andrà abolita: pur creando molti pruriti, la tassazione degli immobili ha una sua ratio, è in qualche modo un disincentivo all’abuso di territorio, un corrispettivo per i servizi all’abitare, uno stimolo a non immobilizzare troppo la ricchezza in favore di investimenti finanziari che amplino la disponibilità di credito dell’economia. La riduzione dell’eccessiva pressione fiscale italiana dovrebbe avvenire anzitutto sul fronte delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa, come stimolo all’offerta.

Perché questo sia possibile, è davvero poco sensato indicare nell’IMU il male dei nostri mali. E’ la spesa pubblica la ragione per cui paghiamo così tante tasse, è la voracità della macchina pubblica a rendere oggi impossibile un abbattimento del carico fiscale e tributario (anzi, il rischio che questo aumenti, con il passaggio dell’aliquota ordinaria Iva dal 21 al 23 per cento è ancora molto concreto). E’ la razionalizzazione, ergo la riduzione, della spesa per il personale pubblico la chiave di volta, ormai. Chi invita a non pagare l’IMU, a ribellarsi fieramente all’iniquo balzello, non sempre aggiunge che la conseguenza della disobbedienza non sarebbe una bestia Stato più affamata, ma una bestia più indebitata e cattiva, che cercherebbe di rifarsi aggravando ulteriormente la tassazione su chi paga. E’ la spesa pubblica la causa della crisi fiscale italiana, la spesa: quella che i partiti dicono a parole di voler ridurre, ma non nei fatti.

 


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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