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Cina e Filippine in un ‘mare di guai’, pronte a farsi la guerra

– Mentre buona parte dell’attenzione dei media internazionali si sofferma sulle crisi relative ai paesi islamici, con la guerra civile in Siria, le elezioni in Egitto e l’embargo all’Iran, più a Est, nel Mar Cinese Meridionale, si assiste a un conflitto latente tra la Cina e tutti gli altri paesi rivieraschi, in particolare le Filippine. Infatti, a 100 miglia nautiche dalle coste filippine (e a 500 da quelle cinesi) vi sono alcune isole (in cinese isole Huangyan e in filippino isole Panatag) che poggiano in un’area, la Scarborough Shoal, ricchissima di idrocarburi.

Negli ultimi mesi qui si sono registrate alcune scaramucce tra le rispettive Forze Armate. Il 10 aprile scorso, infatti, una nave da guerra battente bandiera filippina ha minacciato il fermo a dei pescatori cinesi colti nell’atto di fare il proprio lavoro nella Scarborough Shoal (che comunque rientra nella Zona Economica Esclusiva di Manila), venendo però poi a sua volta bloccata da alcuni pattugliatori della Marina di Pechino. Il 9 maggio, invece, altri 32 pattugliatori di Pechino hanno “ricambiato il favore”, impedendo a loro volta il passaggio a dei pescherecci filippini. Onde evitare di arrivare effettivamente a un conflitto, i due paesi hanno raggiunto un accordo che in realtà è un divieto condiviso di pesca, fondamentalmente un rinvio della questione. A tutto ciò si aggiunge la “guerra commerciale” instaurata da Pechino nei confronti dei prodotti filippini. Il governo cinese ha infatti bloccato i viaggi di alcuni tour operator verso le Filippine e ha anche inasprito i controlli sulle importazioni di prodotti agricoli da lì provenienti. Il provvedimento – molto vicino a un sostanziale embargo – riguarda il 9% del mercato turistico filippino e il 12% delle esportazioni del settore agricolo.

Negli ultimi mesi la situazione ha assunto, dunque, tutti i contorni dell’escalation della tensione e nell’ambito di questo fenomeno si stanno inserendo con un ruolo da protagonisti gli Stati Uniti d’America, che da qui probabilmente inaugureranno l’epoca storica che è già stata definita “America’s Pacific Century”. Già l’anno scorso il Segretario di Stato americano Hilary Clinton aveva colto l’occasione per ricordare che esiste un trattato di mutua difesa tra le Filippine e gli USA, trattato che Washington intende rispettare in caso di conflitto, con ovvio riferimento alla Cina. Per di più, le Forze Armate di Washington e Manila ogni anno effettuano delle esercitazioni condivise e quest’anno esse si sono svolte in uno scenario che ricorda da vicino quello di una possibile invasione delle isole contese con forze di terra. Infine, in territorio filippino sono di stanza truppe americane in basi provvisorie, ma il dibattito interno alla politica di Manila sta considerando l’opportunità di permettere agli Stati Uniti di insediare delle basi permanenti.

Pechino, che dal 1947 rivendica tutto il Mar Cinese Meridionale, vuole mettere le mani su le risorse energetiche potenziali di quest’area compresa tra lo Scarborough Shoal, le Isole Spratly e le Isole Paracels, ovvero un quantitativo di petrolio stimato attorno ai 213 miliardi di barili di petrolio (pari all’80% delle riserve del primo produttore mondiale, l’Arabia Saudita) e un ancora più importante riserva di gas naturale. Aldilà delle ragioni storiche sull’effettiva diritto cinese alla sovranità su queste terre, Pechino ha estrema necessità di ottenere energia a basso costo (meglio ancora se auto-prodotta), poiché vive una fase economica in cui la crisi globale e la crescita esponenziale del reddito del proprio ceto medio sta contraendo pesantemente gli investimenti e le delocalizzazioni occidentali (il costo del lavoro non è più concorrenziale). Una tale situazione, unita all’inflazione galoppante, rischia di portare all’esasperazione la classe media, cosa che il Partito Comunista Cinese (80 milioni di iscritti in un paese di un miliardo e 300 mila persone) deve evitare assolutamente se vuole salvaguardare lo status quo. Un’eventuale agitazione della middle-class andrebbe ad aumentare i già numerosissimi “mass incident” che avvengono nelle campagne (180 mila episodi separati nel 2012) e porterebbe alla tanto temuta “unione” tra campagna e città. Il Partito Comunista Cinese, quindi, ha tutto l’interesse a risolvere questa impasse quanto prima, anche se la sempre maggiore presenza degli Stati Uniti, e le dispute con tutti gli altri paesi bagnati dal Mar Cinese Meridionale non fanno presagire una rapida soluzione della questione.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

2 Responses to “Cina e Filippine in un ‘mare di guai’, pronte a farsi la guerra”

  1. Andrea B. scrive:

    Beh… se il tratto di mare in questione ricade nella Zona Economica Esclusiva delle Filippine, la questione su chi abbia diritto di pesca e di sfruttamento delle risorse energetiche è chiusa ancora prima di iniziare …semprechè la Cina non voglia provare a giocare a chi è il più cattivo della scuola.

  2. cosimo scrive:

    se invece di spendere soldi per manovre navali la Cina li spendeva per linee di trasmissione dell’energia elettrica per portare l’energia eolica dalla mongolia alla costa..FACEVA MOLTO MEGLIO.
    Mi meraviglio che la Cina non sfrutti le sue lunghissime coste per produrre energia con le boe..

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