Sviluppo, che sia davvero la “fase due”

– Dunque alla fine il decreto sviluppo, tanto aspettato sin da quando commentammo da queste colonne il decreto salva-Italia, è arrivato.

Le timidezze mostrate con le liberalizzazioni e le incertezze dai-e-vai della riforma del lavoro sembrano per una volta abbandonate. Il provvedimento è un corposo (anche in senso fisico) capitolato in 61 punti che ha l’obiettivo di rilanciare l’economia. La sua partenogenesi è stata complessa. giacché si è scontrato con le burocrazie ragionieristiche di Stato, ma ci piace pensare che lo schiaffo sferrato dal commissario Giavazzi nell’editoriale del 6 giugno (La direzione è sbagliata) abbia indotto il premier ad un’accelerazione.

Parte delle misure sono rivolte all’edilizia – aumento delle detrazioni per ristrutturazioni e interventi di riqualificazione energetica, semplificazioni delle procedure per DIA e SCIA, esenzione dall’Imu per i fabbricati invenduti – altre in generale al mondo delle imprese. Significativa in questo senso ci appare la moratoria per quelle aziende che hanno beneficiato di contributi in conto capitale e, pur portando avanti i progetti finanziati, si trovano in difficoltà a causa della grave crisi economica.

Viene introdotta poi per le piccole e medie imprese la possibilità di finanziarsi a breve attraverso emissione di titoli di debito. La cambiale finanziaria è uno strumento, poco utilizzato, di finanziamento finora riservato alle imprese di dimensioni medio-grandi. Prevede l’assistenza di uno sponsor, in genere un istituto di credito, e di un market maker che assicuri al sistema liquidità e circolarità dei titoli.

In linea teorica il principio e l’architettura sono validi e potrebbero garantire alle imprese produttive iniezioni di liquidità significative in periodi come questi di lungo ciclo economico negativo. Nella pratica però il sistema potrebbe trovare ostacolo nella scarsa capacità ricettiva del sistema creditizio, già stretto fra problemi di capitalizzazione e scarsa propensione ad operare impieghi. Nel decreto manca la soluzione all’altra metà del problema: come sarà possibile, per le imprese che già oggi non riescono a trovare liquidità, farsi sponsorizzare da quelle stesse banche che negano il credito e chiudono i fidi?

Ad un’architettura finanziaria tanto complessa avremmo preferito che lo Stato si assumesse definitivamente le proprie responsabilità certificando i propri debiti verso le imprese e consentendo loro di conseguenza lo sconto pro-soluto dei crediti.
La pubblica amministrazione deve agli imprenditori privati qualcosa come 120 miliardi, quasi l’8% del PIL, e la compensazione crediti/debiti, quasi sempre impossibile, è rimasta lettera morta nell’articolato della legge 133/2010 il cui decreto attuativo non è mai stato emanato.

In definitiva il provvedimento sviluppo è qualcosa che ci voleva, ma non è ancora quel salto di qualità nel rapporto fra pubblica amministrazione e cittadini-sudditi.

Ultima nota. Stamattina mi è arrivato l’invito ad un incontro il cui scopo è dare agli imprenditori esausti indicazioni su come trasferire in Paesi più friendly le loro imprese. L’organizzatore, Andrea Zucchi, così descrive la situazione che sta vivendo:

“Mi spiace ma non mi ucciderò.
Le tasse mi strangolano e lo fanno con consapevolezza che pare criminale.
Ho più crediti che debiti con lo stato ma non mi permette di compensarli.
E mi diffida e mi minaccia e mi sequestra le cose.
Chiudo una aziendina, la mia, che per ora non perde soldi e faccio quattro disoccupati.
Uno dei quattro sono io.
Poi mi siedo sul divano e fisso nel vuoto finché non mi passa la voglia di bruciare questo paese.
Non mi ucciderò.
Me ne andrò con i miei bambini e osserverò da lontano questo paese bruciare nelle sue cazzate”


Autore: Costantino De Blasi

Nato a Brindisi nel 1968, vive fra Salerno e Milano. Risk manager per una società di brokeraggio e consulente finanziario. Seguace di Friedman e della scuola liberista di Chicago, è iscritto a FARE per Fermare il Declino, e candidato al Senato.

Comments are closed.