Se va bene, andrà peggio

di SIMONA BONFANTE – Rubo il titolo ad un e-book del Bruno Leoni, una raccolta di pronostici ragionati sulle possibili (probabili) implicazioni di tutto sto casino, la cui conclusione, appunto, è che Se va bene andrà peggio.  Il libro, appena pubblicato, ha la prefazione di Oscar Giannino ed un saggio, tra gli altri, di Pietro Monsurrò; è disponibile solo in edizione digitale, costa poco ma c’è praticamente tutto quello che avremmo sempre voluto sapere su come provare, almeno, ad abbozzare una risposta alla domanda più trendy del momento: e ora?

Già, e ora? Beh, l’infografica finanziaria della crisi non si discosterà dal tracciato che avrebbe seguito comunque, date le premesse e, soprattutto, gli orientamenti politici prevalenti (dalla socialdemocrazia in gran rispolvero, all’estremismo diversamente cazzaro). La sfera di cristallo, è mia impressione, suggerisce di cercare la risposta, guardando altrove. In Europa, per dire, cioè nella sua democrazia: è la democrazia greca  – cioè la sua involutiva progressione verso l’arbitrio – ad aver messo in crisi l’Europa; un’Europa, evidentemente, già portatrice sana (sana?) di un’auto-distruttiva propensione alla sur-realtà. Ed è questa Europa, democraticamente confusa, ad aver determinato la perdita di controllo di tutti, su tutto: degli stati sui propri debiti; delle imprese sui propri affari; dei cittadini sui propri averi.

Ne faccio una questione di democrazia (quindi di regole, istituzioni…), perché un paese in cui lo Stato preleva ricchezza privata per, arbitrariamente, ripartirla tra sé e sé, e senza sanzione alcuna a dispetto dell’arbitrarietà, non è più una democrazia ma una tirannide delle banane. Ed è una questione di democrazia anche il ricatto con cui alcuni greci immaginano di incastrare l’Europa – sua complice –  e le banche gli stati sovrani di cui detengono ormai uno stock vitale di debito.

È di ieri l’appello per l’Unione federale europea lanciato da un gruppo bipartisan di parlamentari italiani; tra gli altri, Sandro Gozi e Benedetto Della Vedova. Cosa vuol dire, Unione federale? Vuol dire porsi l’obiettivo di diventare tutti grandi, invece di cullarsi della soddisfazione di vedere tutti diventare piccoli. L’Europa non è questa cosa qui. Non è neanche – né, per carità, deve esserlo – un’utopia. Al contrario è – o meglio, deve essere – una pragmatissima eventualità di vivere il mondo globale – non temerlo; e viverlo in una dimensione economico-istituzionale leggera, veloce, estesa e capace, per questo, di fare gli europei.

Più che l’europeismo, è l’europeità il capitale. E non fraintendetemi: non saremo mai ‘europeani’. Gli americani hanno una lingua comune, noi no. Hanno una genesi primigenia che è federale. Noi no. E non so dire nemmeno se, visti da fuori, potremo mai sembrare più europei che italiani o tedeschi, o inglesi o francesi. Quello che mi chiedo, però, è che senso abbia temere cessioni istituzionalmente ponderate di sovranità nazionale ad un’entità sovranazionale, regolata ed a noi co-sovrana, quando oggi la nostra sovranità è già sostanzialmente commissariata, ma à la carte: ora da uno stato membro, ora da una banca…

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Twitter @kuliscioff

  


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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