Difendere Fornero ma cambiare registro, per non dare fiato al partito delle contro-riforme

Come è noto, è stata presentata da IDV e Lega Nord alla Camera una mozione si sfiducia individuale nei confronti del Ministro Fornero, che pare raccogliere un malessere diffuso anche tra le fila dell’eterogenea maggioranza parlamentare. L’occasione sarebbe d’altronde assai propizia per tutti coloro che faticano a digerire questa nuova stagione politica e che potrebbero approfittarne per inviare un segnale all’attuale Presidente del Consiglio, magari confidando che la sostituzione di un singolo ministro non determini una crisi di governo in un momento così delicato.

Al riguardo, la trasversalità del disagio evidenzia che la mozione prescinde dal merito dall’attività istituzionale del Ministro, focalizzata fondamentalmente sul superamento delle barriere tra i garantiti e i non garantiti, nel senso che anche quanti esprimono giudizi complessivamente positivi sull’operato del Governo in materia, avvertono l’esigenza di muovere una qualche forma di censura nei confronti del Ministro Fornero. In effetti, il Ministro ha in parte dilapidato – si spera non definitivamente – l’immenso capitale di consenso che le famose lacrime del suo esordio le avevano fatto accumulare. Al di là dei commenti cinici, era stato evidente che l’esteriorizzazione della sofferenza umana che si celava dietro le difficili, ma ineluttabili, scelte compiute aveva facilitato la comprensione e anche l’accettazione delle stesse. D’altronde, se così non fosse stato, la riforma avrebbe incontrato un acceso e prolungato conflitto, che, invece, anche per merito dei sindacati e delle forze politiche, non c’è minimamente stato.

Purtroppo, la stessa sensibilità comunicativa non vi è stata nella gestione della vicenda degli esodati, nella quale, anzi, c’è stata un’iniziale colposa sottovalutazione della paradossale situazione che si era contribuito a creare, anche per l’assenza di una adeguata disciplina transitoria, che avrebbe avuto il merito di graduare l’elevamento dell’età pensionabile, rendendola obiettivamente più equa. È comprensibile, tra l’altro, l’iniziale diffidenza, giustificata dal timore di vedere annacquata la riforma, ma dopo avere corretto il tiro, il Ministro ha continuato a sbagliare registro comunicativo, anche attraverso il conio di tristissime etichette, come, ad esempio, “salvaguardati”.

Il suo progressivo irrigidimento ha finito con il porre l’intero esecutivo in una situazione di obiettivo disagio, anche perché è risultato evidente che alcune sue improvvide prese di posizione (ad esempio, l’assoluta comparabilità tra privato e pubblico impiego in materia di licenziamenti) hanno creato divisioni profonde anche all’interno dell’esecutivo, perché un conto è sostenere una diversa, e ridotta, perimetrazione della PA, come meritoriamente sta facendo il Governo anche con le disposizioni contenute sulla bozza del cosiddetto decreto sviluppo presentato la scorsa settimana, un altro è iniziare una crociata contro il pubblico impiego, peraltro su basi assolutamente velleitarie.

Infatti, se fosse vero l’assunto dell’assoluta comparabilità tra le due forme di impiego, dovremmo logicamente concludere che anche la disciplina dell’entrata dovrebbe essere omogenea, giungendo a conclusioni paradossali. In verità, è giusto vi sia una diversità di disciplina, con la precisazione che specialità non è sinonimo di irresponsabilità, anzi può essere vero il contrario, perché è indubbio che almeno per quanto riguarda la responsabilità disciplinare, ma non solo, il pubblico dipendente deve essere sottoposto a una disciplina più severa e rigorosa di un privato dipendente.

A titolo esemplificativo, si pensi ai diversi oneri facenti capo a un responsabile dell’ufficio acquisti di una società commerciale o di un ente pubblico. Il primo, a meno che non si tratti ovviamente di un organismo di diritto pubblico, non deve certo ottemperare alle disposizioni del codice dei contratti e deve rispettare un codice etico sicuramente meno gravoso, pur facendo sostanzialmente lo stesso lavoro. Il problema è semmai, come detto, che troppo spesso nell’ambito del pubblico impiego sono stati condotti impieghi nei quali il legame pubblicistico è così vago e generico, che anche la pizzeria a taglio sotto casa potrebbe essere considerata una struttura che soddisfa una pubblica utilità.

Il Presidente del Consiglio è sembrato pienamente consapevole di ciò nella lunga intervista concessa in occasione della Repubblica delle Idee, dove, dopo aver giustamente difeso l’operato e la persona del ministro, ha garantito una futura maggiore comprensione ed attenzione del Governo sul tema degli esodati, di fatto riconoscendo che la vicenda deve essere risolta presto e bene (perché evidentemente finora non lo è stata).

In conclusione, Fornero ha avuto il raro pregio del coraggio di essere impopolare e per questo vale la pena di rimanere idealmente al suo fianco, senza se e senza ma. Anzi, è proprio a partire da questo riconoscimento che è giusto e utile esprimere pubblicamente le ragioni di dissenso, affinché il Ministro del lavoro possa rivedere alcune posizioni e ritrovare l’iniziale empatia con l’opinione pubblica, per non dare fiato ai controriformatori che, come sempre, aspettano soltanto la risacca per mandare in soffitta l’esperimento riformatore montiano.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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