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La Grecia torna alle urne ma continua a non avere scelta

– Domani i greci saranno chiamati alle urne per la seconda volta nell’arco di poco più di un mese per rinnovare il parlamento monocamerale. Il nuovo governo avrà il non invidiabile compito di guidare la Grecia, paese che ha sulla testa il cappio soffocante degli aiuti europei, nell’incerto mare che vede all’orizzonte un default e una possibile uscita dall’Euro.

Lo scorso 6 maggio le urne hanno consegnato un parlamento frammentato, composto da ben sette partiti  di cui il maggioritario si è fermato al 18%, quindi ingovernabile.

Ciò può essere interpretato come l’ennesima protesta del popolo greco, questa volta non nella piazza. I due grandi partiti storici, Nuova Democrazia (ND) per il centrodestra e i socialisti del Pasok, sono stati ritenuti tra i primi responsabili della drammatica situazione in cui si trova la Grecia e quindi puniti. La colpa più grave, oltre la perdita della credibilità, è stata quella di aver accettato il guinzaglio dorato degli aiuti economici di Unione Europea e FMI. ND ha conquistato un deludente primo posto, mentre i socialisti sono stati relegati in terza posizione, superati dal partito di estrema sinistra Syriza.

Ha fatto molta notizia l’ingresso in parlamento dei neonazisti di Alba Dorata con 21 seggi. Il sostegno a questo tipo di partiti estremisti è di solito considerato come espressione del prevalere degli istinti più barbari del genere umano. Nel caso della Grecia, più che di istinti barbari si deve parlare di istinti vitali: infatti più che con l’impresentabilità dell’ideologia razzista e violenta a cui si richiamano, Alba Dorata ha conquistato parte del suo elettorato con le collette alimentari e di medicinali di cui si è fatta promotrice, proprio quando molte persone di un eroso ceto medio stanno conoscendo per la prima volta la fame. Della serie: saranno pure nostalgici della dittatura dei colonnelli, ma almeno mi procurano la cena per questa sera.

La maggior parte dei greci è contro l’austerità, verdetto che probabilmente si riconfermerà.

Altra novità il secondo posto del partito di estrema sinistra Syriza.

I vari sondaggi che si sono succeduti nel mese danno addirittura come probabile il sorpasso di Syriza come prima formazione. Il suo leader Alexis Tsipras incarna molto bene il prototipo dell’indignato e dice ai greci quello che vogliono sentirsi dire. È il più giovane dei leader (37 anni), inveisce contro i politici dei due partiti-elefanti, non vuole uscire dall’euro ma vuole annullare i debiti verso i creditori, vorrebbe inoltre nazionalizzare le banche e creare nuovi posti di lavoro nel settore pubblico. Proposte senza dubbio in controtendenza rispetto alla grigia austerità che ha tolto il sorriso agli ellenici, ma come queste siano sostenibili è un po’ meno chiaro. Tsipras è comunque il favorito, l’occasione per capitalizzare l’exploit di maggio è ghiotta ma quanto potrà essere ampia la sua ipotetica maggioranza è ancora tutto da vedere.

Ancora più emblematico del malcontento dei greci è un dato che è passato in sordina: l’astensione è stata alta – 35 punti percentuali nonostante l’esercizio del voto sia obbligatorio – e il 20 per cento ha votato per formazioni che non hanno superato la soglia di sbarramento del 3 per cento. Facendo semplici conti, il parlamento è stato espressione della volontà di solo il 50 per cento degli aventi diritto.

Agli elettori è stato quindi detto “ vi siete sbagliati”, riprovate una seconda volta, ma cosa può davvero cambiare a qualche settimana di distanza? 

E poi, quali sono i veri irresponsabili dell’instabilità politica: gli elettori con il loro verdetto sibillino quanto l’oracolo di Delfi o i partiti che non sono riusciti a coalizzarsi in qualche modo, neanche sotto la forma del governo di unità nazionale?

Il presidente della repubblica (che ha un ruolo molto simile all’omologo del nostro ordinamento) ha offerto il mandato esplorativo a Nuova Democrazia, poi a Syriza e infine al Pasok; nessuno è stato in grado di radunare una maggioranza.

Certamente la logica basilare delle alleanze e i numeri non hanno aiutato. Ad esempio i partiti estremi di destra e sinistra sono uniti sì dal disprezzo per l’establishment e per l’austerità, ma il background ideologico li divide profondamente.

Cosa dovrà fare il nuovo governo? Far rispettare e mettere in pratica il Memorandum d’intesa che ha accompagnato il secondo prestito di salvataggio di Unione Europea e FMI, eseguire le ricette economiche della troika e, finalmente, accompagnare l’austerità con la crescita.

Nel primo semestre di quest’anno il PIL reale è diminuito del 6 per cento, a fronte dell’8 del 2011, la domanda interna è molto debole, la disoccupazione alta, liquidità nelle casse per pagare gli stipendi fino a luglio.

La situazione della Grecia è disastrosa e il nuovo premier dovrà essere all’altezza del compito e godere del sostegno della popolazione. Per prima cosa si dovrà focalizzare sul taglio del deficit di bilancio e del debito pubblico, nonché sul miglioramento delle condizioni dell’imprenditoria per rendere possibile una qualche forma di ripresa economica.

Intanto gli economisti internazionali scommettono sul default definitivo della Grecia. Ad esempio l’Economist dà l’uscita dall’Euro probabile al 40 per cent e non vede possibile una qualche forma di crescita economica prima del 2014.

Un governo di unità, o meglio di salvezza, nazionale che coalizzi il coalizzabile appare quindi la soluzione auspicabile.

Gli italiani devono seguire i risultati delle urne greche, perché è quello che potrebbe accadere da noi tra qualche mese: confusione politica ed esplosione delle formazioni estremistiche e populistiche. A ciascuno il suo.


Autore: Alessandra Pallottelli

Neolaureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma La Sapienza, durante il suo percorso formativo ha approfondito l'analisi delle forme di governo. Ha alle spalle diverse esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna. Attualmente si occupa di relazioni istituzionali.

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