Rai, curriculum e poesia

– I curriculum!
Ovunque nel mondo occidentale il rappresentante di una istituzione avesse detto “stiamo visionando i curriculum” i cittadini avrebbero pensato “embè, che c’è di strano?”. Se la parola curriculum viene menzionata in Italia, e da un premier, la gente, invece, ride, o addirittura si sente presa in giro.

Si parte dal presupposto che i ruoli attribuiti per cooptazione non abbiamo come variabile fondamentale la preparazione curricolare del candidati, ma la loro provenienza politica, o altro. Non conta cosa hanno fatto o sanno fare, ma chi sono, da dove vengono, e, come si diceva un tempo, come nascono. Indubbiamente è così.

Nelle aree mobili della nostra economia (la comunicazione o la cultura, ad esempio) la questione è ancor più univoca. Per centinaia di migliaia di lavoratori (giovani e meno) il curriculum è una penosa questione formale, senza alcun significato se non quello di dover di volta in volta riscrivere il curriculum a seconda dei connotati e delle aspettative del lettore. Che poi deciderà a prescindere dal curriculum, ma che userà il curriculum come scusa per la mancata assunzione o contrattualizzazione. In questi campi il curriculum e poco più di un simbolo – lo si porta in giro come una volta si portava lo spadino in vita (tanto per farlo vedere), o il ventaglio a teatro, o la penna d’uccello sul cappello.

Il curriculum, da noi, non serve a trovar lavoro, ma serve come accessorio estetico. Come una cravatta. Curriculum autunnale, invernale, estivo leggero o pesante. Ogni tanto qualcuno ti dice di tagliarlo, qualcuno di allungarlo, e tu consigli a qualcun altro di tagliarlo e a qualcun altro di allungarlo. Per molti italiani parlare di curriculum è come quando si va al parco e si parla di cani (o di bambini, o i cafoni di personale di servizio): “il tuo com’è, il mio è così, il tuo cosa fa, il mio fa questo e quello”. Ma se cani, bambini e cameriere fanno avanzare la qualità della vita del nostro paese, i curriculum no.

E quindi la gente si incazza. Si incazza quando sente dire che per l’attribuzione di quel determinato alto incarico pubblico “si stanno vagliando i curriculum” – e si incazza quando legge cose del tipo “la commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai vaglierà i curriculum degli aspiranti consiglieri di amministrazione”. I curriculum? Ma come? Un’ alta carica dell’amministrazione pubblica scelta per curriculum e non per afferenza di area politica se non partitica? Ma come, un consigliere di amministrazione della Rai scelto per curriculum e non su indicazione di questo o di quel partito? I curriculum vagliano le competenze, ma i consiglieri, invece, sono sempre stati scelti per ascendenze, dipendenze, attinenze. È mai possibile che le cose son cambiate?

Eppure, leggiamo sul Corriere:

“Oggi, con un’azienda bloccata e un consiglio scaduto, si è aperta la porta delle autocandidature. Finora i curricula arrivati sono 33, ma c’è ancora una settimana di tempo. La Vigilanza, che può ovviamente proporre anche altri candidati, si riunirà per votare il 21 giugno. Sarà interessante vedere quali di questi nomi approderà al 7mo piano di Viale Mazzini.”

Ma allora forse, davvero, qualcuno leggerà i curriculum.
Ma allora gli mando il mio – curriculum perfetto per fare il consigliere d’amministrazione in Rai, è lungo una quaresima, e tutto a tema! e tu mandagli il tuo, e voi mandategli il vostro … che magari li leggono. E allora scrivete il curriculum!
Scrivere un curriculum …
Che cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente..
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Questa poesia si chiama “Scrivere un curriculum”. Sono parole di Wislawa Szymborska, poetessa polacca, nobel, straordinaria, morta quest’anno. E’ un buon modo per poter leggere e parlare di curriculum, in Italia, senza farsi venire la voglia di sfasciare il computer in testa a qualcuno… a chi vi parla di curriculum, o di buttarsi di sotto. Per poi magari finire nel curriculum di chi ci salva.

P.S. Il curriculum, i curriculum. Curriculum è invariabile, scrivere o dire “i curricula” è una ineleganza linguistica, abbastanza grave.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “Rai, curriculum e poesia”

  1. Melissa scrive:

    e già…

    Melissa. Una ex-alumna Erasmus residente in Italia. (…)

  2. Stefano scrive:

    Stefano, cassintegrato, non guardo la televisione dal 1993. Meglio di così…

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