Privatizzare per resistere

di DIEGO MENEGON – Privatizzare privatizzare privatizzare. Con un’economia privata sofferente, compressa da un lato dalla crisi, dall’altra dall’alta pressione fiscale, per ridurre il debito pubblico e convincere i mercati che lo stato può onorarlo restano due leve: la riduzione della spesa pubblica e le privatizzazioni. La spending review, i cui tempi paiono incerti come pure i risultati, deve quindi essere affiancata da una serie di operazioni di vendita del patrimonio pubblico, già annunciate dal Governo. Patrimonio che è costituito principalmente da immobili e partecipazioni azionarie possedute da stato, regioni, province e comuni.

Gli immobili. I terreni posseduti dalle amministrazioni pubbliche hanno un valore che si attesta tra gli 11 e i 49 miliardi di euro. Le unità immobiliari tra i 239 e i 319 miliardi di euro. Un’altra stima, sempre del Ministero dell’economia e delle finanze e della Banca d’Italia, parla di 425 miliardi di patrimonio immobiliare pubblico. Ad un censimento del dipartimento del Tesoro, le amministrazioni pubbliche non indicavano la destinazione d’uso del 18% delle unità immobiliari. Tra questi si celano molti edifici sottoutilizzati o inutilizzati immediatamente cedibili al mercato (si calcola che il patrimonio immobiliare libero si attesti a 42 miliardi di euro), a cui si aggiungono altri pezzi di patrimonio immobiliare che eccederebbero il fabbisogno della pubblica amministrazione a seguito di un’ottimizzazione delle strutture sfruttate.
Il problema è che solo un terzo del patrimonio immobiliare pubblico è in mano allo Stato. Per gli altri due terzi, in mano a regioni ed enti locali, la decisione di metterli sul mercato presa a livello centrale deve essere seguita da processi attuativi a livello locale.

Le società partecipate. La questione delle partecipazioni pubbliche è più complessa. Il loro valore è stimato prudenzialmente attorno a 132 miliardi di euro (ma non pare tenga conto di tutte le partecipazioni indirette e alcune imprese non quotate). Ci sono società che si faticherebbe a vendere per la loro scarsa capacità di produrre valore (in altre parole, i “carrozzoni” che producono solo perdite e nessuno vorrebbe). Ci sono società che garantiscono un dividend yield, cioè dividendi per lo stato azionista, interessanti e che non varrebbe la pena (s)vendere in quanto portano ogni anno entrate superiori al costo del debito. Con il salire dello spread, però, la platea di società con un dividend yield che superi il rendimento atteso dei titoli di stato si riduce; va poi detto che in molti casi i dividendi riscossi sono drogati, forzati dalle richieste degli azionisti pubblici di distribuire gli utili tra i soci, anziché usarli per investimenti produttivi e in infrastrutture. Di fronte al timore di un default, le situazioni borderline devono essere ricondotte alla posizione “sell”, vendere! Il processo di privatizzazioni dovrebbe partire quindi con la cessione al mercato delle partecipazioni in tutte le società che offrono un dividend yield inferiore o che non si scosta significativamente dal costo del debito pubblico; ma allo stesso tempo, occorre trovare le forme e i modi per ristrutturare le società in perdita e renderle appetibili nel medio termine.

La nuova disciplina sui golden power, che sostituirà presto la vecchia golden share, ha il vantaggio di spostare il controllo del governo sugli asset strategici anziché sulle società che li detengono. Per quanto non risponda all’ortodossia liberista, il nuovo regime ha il pregio di demolire l’argomento di chi respinge l’idea di privatizzare società operanti in settori nevralgici per i pericoli che si correrebbero con la perdita del controllo sugli attivi posseduti dalle stesse.

Per questo, ad esempio, l’idea di mettere sul mercato azioni di Eni e Enel possedute dalla Cassa Depositi e Prestiti e dal Tesoro merita attenzione. Tanto più oggi, con il processo di unbundling completato nel settore elettrico da ormai sette anni e avviato nel settore del gas con il decreto legge liberalizzazioni. L’operazione Snam, anziché richiedere nuovi capitali pubblici, dovrebbe essere colta come l’occasione per poter valorizzare la partecipazione in Eni, stimata intorno ai 20 miliardi di euro.
Per le società del settore dell’energia, poi, va considerata anche la perdita di valore conseguita alla robin tax. L’addizionale IRES al 10,5% ha fatto perdere a queste società valore in borsa in misura superiore alle maggiori entrate fiscali attese. Paradossalmente, eliminando la robin tax, si potrebbero cedere partecipazioni societarie con un sovrapprezzo, rispetto alle attuali quotazioni, che supererebbe il minor gettito.

Per alcuni settori le opportunità di privatizzare sono molto allettanti. L’obiettivo del gettito, affinché non si traduca in una cessione di rendite di posizione a danno dei consumatori, deve però essere perseguito unitamente ad un’azione di apertura alla concorrenza dei mercati, onde evitare, come ammonisce l’Istituto Bruno Leoni, di cedere rendite di posizione a danno dei consumatori.
Così la privatizzazione di Ferrovie dello Stato potrebbe consentire un abbattimento del debito pubblico per 36 miliardi di euro (più di tre volte il gettito IMU). Ma per evitare che un domani un soggetto privato approfitti della posizione dominante e del monopolio della rete per tener fuori dal mercato i concorrenti e danneggiare i consumatori con prezzi alti e servizi scadenti, è necessario separare RFI (l’infrastruttura di rete) da Trenitalia, la compagnia che eroga il servizio di trasporto su rotaia.

Altre entrate possono derivare dalla vendita di SACE (6,2 miliardi di euro), Fintecna (2,3 miliardi) e Poste Italiane (3,4 miliardi), Finmeccanica (1,6 miliardi). 3 o 4 miliardi potrebbero essere ricavati dalla privatizzazione della Rai. Eliminando i tetti alle inserzioni pubblicitarie si potrebbero liberare gli Italiani dal canone.
E poi c’è la miriade di società municipalizzate. Un esercito di circa 10 mila imprese, una selva di società a controllo pubblico diretto o indiretto. Sono aumentate del 22,2% tra il 2003 e il 2009, in soli 6 anni.
Convincere anche sindaci, presidenti di provincia e di regione a rinunciare alla nomina di 24 mila dei propri uomini nei consigli di amministrazione di queste società non sarà facile, ma in gioco ci sono la tenuta del paese e la sopravvivenza economica di 56 milioni di Italiani.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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