Liberi o schiavi?

–  Quello che segue è il testo del mio intervento a Zero+. Per chi non c’era, e per chi c’era ed ha voglia di commentare qui quello che non ha avuto tempo di commentare lì.

Io voglio parlare di Monti. Di quello che non ha fatto, che non ha fatto abbastanza, o che ha fatto male. E del perché tutto questo non fatto, o non fatto abbastanza o fatto male è avvenuto. Voglio cioé parlare di lobby,

di come si rappresentano gli interessi, di quali interessi si rappresentano e del perché le regole della rappresentanza, nel nostro paese, vanno completamente riscritte.
Le lobby rappresentano interessi legittimi.

Rappresentare interessi è il sale della democrazia.

Scegliere gli interessi di chi rappresentare, a quale costo, ed a spese di chi,

e corrispondere alla responsabilità di quella scelta: ecco, questo, invece, è ‘fare’ democrazia.

E il fare democrazia è il dominio della decisione, cioé della politica.

 

I partiti, in effetti, decidono.

Decidono ad esempio che le richieste assurde dei farmacisti e degli avvocati e dei notai e dei tassisti vanno soddisfatte

e che gli ordini professionali non vanno aboliti,

e le tariffe minime mantenute,

e le entità istituzionali inutilmente costose protette,

e la discendenza baronale delle accademie perpetuata,

e i dipendenti pubblici eternati al loro posto – a dispetto della ragionevolezza economica che ne giustifichi il mantenimento a lavoro.

E decidono che in galera ci debbano andare i tossici, e gli stranieri, e i poveracci. E decidono che questi, anche se innocenti, in galera ci possano stare.

I partiti – questi partiti – decidono cioè di fare sistema con interessi castali.

 

Interessi castali, quindi distorsivi, sono quelli di chi fa impresa coi soldi altrui e/o in regime di monopolio;

chi pretende di operare nel mercato ma poi si arrabbia se quel mercato non è ‘controllato’. ‘Controllato’ nel senso di ‘garantito dallo Stato’.

Interessi distorsivi sono le ‘forze produttive’ che invocano sussidi, chiamandoli “riforme di sistema”;

sono le organizzazioni datoriali che chiedono allo Stato di garantire ai cittadini il benessere che loro non sono capaci di determinare,

e sono le organizzazioni sindacali che fanno di tutto per impedire che il benessere possa essere qualcosa di più esteso ed estendibile di una torta pre-affettata da spartire.

A tutti costoro, i partiti, non hanno mai detto ‘gira alla larga’, ma semmai ‘aggiungi un posto a tavola, che ce ne è pure per te’.

 

Le lobby parassitarie sono gli stakeholder della partitocrazia.

Non è la lobbying – intesa come legittima rappresentazione di interessi particolari – il problema.

Non sono neanche gli interessi particolari, il problema.

Il problema è il decisore – in ultima istanza, lo Stato – che si auto-conferisce l’immunità dalle conseguenze dell’esercizio della propria funzione.

Il problema è che lo Stato auto-immune smette di dare conto del proprio governo, dell’esercizio delle proprie prerogative, nega a sé stesso di essere capace di fare null’altro che estendere sempre più i suoi confini, e di farlo in maniera arbitraria.

Questi partiti – ovvero lo Stato – negoziano con le lobby l’equanime, progressiva, sempre più invasiva ripartizione di una sovranità NON loro.

La nostra sovranità etica, è diventata la loro – cioè dello Stato.

La sovranità economica – la nostra sovranità – è diventata anche lei dello Stato, cioè dei partiti.
Il problema dunque è lo Stato, l’arbitraria auto-assegnazione delle sue prerogative, le sue disfunzionali articolazioni istituzionali, la sua coercitiva pervasività che si è fatta sistema -‘regime’ in senso tecnico – cioè endemicamente liberticida, dispotica, auto-implosiva.

Vogliamo liberarcene?

Beh, che se ne abbia voglia o no, siamo costretti a farlo.

Ok, ma possiamo liberarcene?

Io credo di sì.
A differenza del mio impareggiabile lume, Pietro Monsurrò, credo lo si possa fare – laicamente – se

a) Cominciamo a riconoscere che è la Repubblica para-socialista italiana fondata sul lavoro a legittimare il regime; e che

b) Potremo essere liberi solo se saremo capaci di assolvere alla responsabilità di scrivere noi le regole della Repubblica.
Un processo costituente, sì. Credo debba essere questo l’orizzonte.

Credo che le scorciatoie non farebbero che spostare il focus dal problema, senza né affrontarlo né risolverlo.

E il problema – insisto – è lo Stato ed il rapporto di aberrante subordinazione cui confina i cittadini.

E credo anche che quel problema sia un’aberrazione endogena, fisiologicamente indotta dal costrutto filosofico cui è ancorata la Carta Costituzionale:

identificare il lavoro nella sfera dei diritti, ed il merito in quella delle eventualità, inibisce per default il processo ‘progressista’ di avanzamento culturale e civile.

Riscrivere la Costituzione, quindi – non solo emendarla.

Riscriverla a partire dall’idea che non si possa avere né equità, né giudizio, né giustizia, né prosperità o cultura se si pretende possa mai esservi un qualunque fine legittimo che giustifichi il mezzo dell’arbitrio.


Lo Stato, la sua auto-indotta tendenza all’arbitrarietà, non può mai essere un fine legittimo
.

L’unico fine legittimo dello Stato, semmai, deve essere la garanzia che i cittadini siano sempre sovrani.

Cambiare la Costituzione non è uno scandalo: è un imperativo morale.

Lo è in un momento come questo, in cui della democrazia e delle istituzioni democratiche si è stati capaci di fare polpette.

L’Italia va rifatta.

Il patto costituzionale va riscritto.

E la responsabilità di riscriverlo cade su chi oggi chiede – a ben donde – di pensionare gli attori della tragedia secondo-repubblicana.

Riscrivere la Costituzione, poi, è onestamente il solo modo che riesco ad immaginare di onorare i padri di quella patria del pensiero di cui mi sento cittadina. Einaudi. Camus.
La libertà non è che una possibilità di essere migliori, mentre la schiavitù non è che la certezza di essere peggiori.”

Che ciascuno decida – con Albert Camus, appunto – a quale obiettivo tarare la propria ambizione.

 

————————–

Twitter @kuliscioff


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

One Response to “Liberi o schiavi?”

  1. gisberto scrive:

    le assicuro che faccio fatica a non trovarmi daccordo ideologicamente ma c’è qualcosa che non sento in equilibrio (dentro me stesso, o nella mia mente), dopo averla letta.
    forse è questo passo: Riscriverla a partire dall’idea che non si possa avere né equità, né giudizio, né giustizia, né prosperità o cultura se si pretende possa mai esservi un qualunque fine legittimo che giustifichi il mezzo dell’arbitrio.
    Non posso non dire che non mi piace tanto.
    Un gran saluto.

Trackbacks/Pingbacks