Finalmente, privatizziamo. A cominciare dalla Rai

Di LUCIO SCUDIERO – Piano con lo champagne, amici miei. Per la prima volta dopo mesi di governo, ieri il premier si è sbilanciato, sarà stato il milieu berlinese, con una dichiarazione di apertura alla cessione di asset pubblici, addirittura ammettendo che le manovre erano già partite. Lavori in corso, stiamo dismettendo per voi, dunque.

L’ipotesi ci piace, ci trova favorevoli, ci lascia il sorriso sulle labbra. Sono anni che lo chiediamo, di usare l’argenteria per abbattere un debito pubblico che era insostenibile anche 5 anni fa. Ma proprio per questo ne conosciamo i limiti, e sappiamo che l’utile realizzazione del disegno passa dalle diavolerie dei dettagli, e dalla serietà di un Paese, e non ci crederemo finchè non avremo visto almeno il piano operativo immaginato dall’esecutivo.

Per intanto, sappiamo di avere un debito pubblico prossimo ai duemila miliardi di euro in valore assoluto, e che non abbiamo nè la crescita economica nè il tempo necessario per attenderla, che sarebbero gli unici due asset “pubblici” risolutivi per garantire al paese un futuro di sostenibilità. Ma non ne disponiamo, ed è una condizione data non negoziabile.

Ecco perchè siamo “costretti” a ragionare di come aggredire lo stock di debito con iniziative one shot. Secondo le stime che si leggono sui quotidiani il valore ricavabile da un piano di cessioni di asset pubblici si aggirerebbe intorno ai 400 miliardi di euro. All’inizio del mese, Luigi Zingales, dalle colonne del Sole 24 Ore, aveva suggerito una ristrutturazione del debito attraverso uno scambio  tra vecchi e nuovi titoli di Stato, dal valore nominale ridotto, ma garantiti dal gettito Iva e dalla denominazione fissa in euro, anche in caso di default e ritorno alla lira. Ipotesi di cui Mario Seminerio denunciava i limiti in un post su Phastidio.

Riporto lo scambio tra due degli economisti più stimati qui in zona per dare il senso che niente è scontato, come si vede.

Lo schema della proposta di Zingales è stato poi adattato ad uno scenario di privatizzazioni da altri due economisti, Giuseppe Bivona e Rainer Masera, che hanno suggerito uno scambio tra titoli di debito pubblico e azioni di una società in cui sarebbero fatti confluire i pezzi di patrimonio pubblico da dismettere. I creditori dello Stato, diventerebbero azionisti di questa società, ricavando rendimenti dagli affitti pagati dalla PA per l’uso degli immobili in essa allocati. Il debito sarebbe d’un colpo abbattuto sotto il 100 per cento del Pil.

Lo Stato italiano ha molta argenteria in vetrina e molta di più ne hanno gli enti locali, per un valore di 389 miliardi di euro tra immobili, partecipazioni e concessioni. E’ indubbio che il beneficio da una cessione massiccia di cespiti pubblici oltrepassarebbe la sfera finanziaria, bonificando anche la palude, cioè le aziende di Stato e le municipalizzate, in cui sguazzano quel marciume politico clientelare e quei 60 miliardi di euro annui di corruzione che sono le peggiori tasse pagate dall’Italia. Ma è altrettanto indubbio che l’Italia ha tutti i vizi capaci di “sputtanare” un’iniziativa di dismissione su larga scala. Prova ne sia che esattamente un anno fa questo Paese si lasciava abbindolare dai prestigiatori dell’acqua bene comune e votava un referendum che di fatto espelleva il privato dalla gestione dei servizi pubblici locali. Immagino che il dettaglio non sfugga a Mario Monti, quando parla di privatizzare le municipalizzate…

Io, ad ogni buon conto, visto che vendita deve essere, incomincerei con una privatizzazione molto popolare e pure molto giusta: la Rai. Oggi vale tra i 3 e i 4 miliardi di euro, darla via ci libererebbe dall’odiato canone e dai partiti che la usano come un tassì. Privatizzare la Rai è la migliore risposta alle manfrine dei partiti che si riuniranno il prossimo 21 giugno per eleggerne il nuovo cda. Noi abbiamo una proposta. Qui.

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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