Elezioni USA: Obama in vantaggio, con l’incognita della disoccupazione

– Stati Uniti, chi vincerebbe se si votasse oggi? Decisamente Barack Obama.

Non fatevi ingannare dai sondaggi nazionali, che mostrano Obama e Romney praticamente testa-a-testa. Gli Usa sono molto diversi dai sistemi presidenziali europei. Il capo dello Stato non viene votato dal popolo direttamente, ma è scelto da Grandi Elettori. Ogni stato ne elegge un numero pari alla somma dei suoi deputati e senatori. Le elezioni, dunque, si disputano stato per stato. Chi vince il maggior numero di Grandi Elettori ha vinto la partita.

Oggi, 14 giugno 2012, Obama può contare già sulla conquista, quasi certa, di 221 Grandi Elettori, contro i 170 su cui potrebbe plausibilmente contare Mitt Romney. Quelli contesi sono attualmente 147. Obama gode di un’ampia maggioranza di consensi nello stato più grande: la California (55 Grandi Elettori). Ha dalla sua quasi l’intera costa orientale: New York (29), Maine (4), Vermont (3), Massachusetts (11), Rhode Island (4), Connecticut (7), New Jersey (14), Pennsylvania (20), Delaware (3), Maryland (10) e Washington DC (3). È solido nel “suo” Illinois (20 Grandi Elettori) e in altri due importanti stati del Mid-West: il Michigan (16) e il Minnesota (10).

Come se non bastasse, Obama ha consolidato la sua posizione anche sulla costa occidentale: oltre alla California, voterebbero per lui anche lo stato di Washington (12) e l’Oregon (7). Il Nevada (6 Grandi Elettori), sembra aver cambiato idea giusto l’ultima settimana: era pro-Obama e adesso è fra gli stati in bilico. Ed è in quello stato sudoccidentale che Romney può rimontare, facendo leva sulle enclave dei mormoni. Il presidente dovrebbe essere rieletto anche dalle lontane Hawaii (4) e da un unico stato del Sud, il New Mexico (5). È sicuramente uno schieramento impressionante, di fronte al quale Mitt Romney può opporre un unico grande stato, il Texas (con i suoi 38 Grandi Elettori) e una pletora di piccoli e/o spopolati stati del Sud, del MidWest e del West.

La battaglia vera, però, non si concentrerà in nessuno degli stati fin qui nominati: tutti loro hanno già espresso una scelta ed è difficile che cambino schieramento di qui ai prossimi 5 mesi. La competizione elettorale si svolgerà soprattutto in quegli stati in cui i due candidati sono testa-a-testa: l’Arizona (11), il Colorado (9), l’Iowa (6), il Missouri (10), il Wisconsin (10), la Virginia (13), la North Carolina (15), il New Hampshire (4), ma soprattutto l’Ohio (con i suoi 18 Grandi Elettori) e la Florida (29). E, da questa settimana, anche il Nevada. È in questi ultimi due stati, nell’Ohio più filo-democratico e nella Florida più filo-repubblicana, che vedremo concentrarsi gli sforzi della campagna elettorale dei due sfidanti.

Se questa è la fotografia, decisamente favorevole alla rielezione di Obama, la tendenza non lo è altrettanto. Grandi smottamenti di elettorato da uno schieramento all’altro possono, in prospettiva, minare la popolarità del presidente.
La peggior doccia fredda, per la Casa Bianca, è la disoccupazione. Il mercato americano è riuscito a creare, nell’ultimo mese, appena 69mila posti di lavoro, un dato molto inferiore al previsto. È il più basso negli ultimi 12 mesi. Complessivamente, il tasso di disoccupazione è cresciuto dall’8,1% di aprile all’8,2% attuale: un esercito di 12 milioni e 700mila americani senza lavoro. La sotto-occupazione cresce al 14,8% dal 14,5% del mese scorso. I lavoratori che non hanno un posto da più di 27 settimane (disoccupati “cronici”, secondo le statistiche del Dipartimento del Lavoro), sono ora 5,4 milioni, dunque 300mila in più rispetto a quelli censiti in aprile. E costituiscono quasi la metà (il 42,8%) del totale dei disoccupati americani. I lavoratori costretti a impieghi part-time per ragioni economiche sono 8,1 milioni. I disoccupati che, da almeno un mese, non cercano più lavoro sono 2,4 milioni, 200mila in più rispetto all’anno scorso. Fra questi ultimi il Dipartimento del Lavoro censisce 830mila “lavoratori scoraggiati” che hanno rinunciato a cercare un posto, perché convinti che non ve ne siano.

La disoccupazione va letta nel suo contesto negativo: il Pil americano registra una crescita sempre inferiore. Nell’ultimo anno era di appena l’1,7%, il peggior dato dal 1947. Obama non può più dare la colpa al suo predecessore George W. Bush, ormai passato da quattro anni. L’unica cosa che cerca di fare è scaricare le responsabilità sulla crisi europea, che starebbe trascinando anche gli Usa nello stesso vortice. E questo spiega anche la misteriosa impennata di “attivismo” del presidente americano nelle questioni europee, ben visibile solo da questa settimana.

Un altro duro colpo alla Casa Bianca è arrivato dal Wisconsin, uno degli stati in bilico, come abbiamo visto. Nel Wisconsin i Democratici, sostenuti in modo massiccio dai sindacati, hanno cercato di defenestrare il governatore repubblicano Scott Walker, “reo” di aver avviato una profonda riforma del settore pubblico. Walker ha avviato tagli al budget pari a 330 milioni di dollari, ridotto il potere di contrattazione collettiva dei sindacati e soprattutto ha reso volontari i contributi che i lavoratori versano nelle casse delle organizzazioni sindacali. Sinora questi erano obbligatori e trattenuti dalla busta paga degli impiegati pubblici.

I sindacati hanno fatto la guerra a Scott Walker e l’hanno persa. Nelle elezioni straordinarie di “recall”, il governatore conservatore è stato riconfermato dal 55% dell’elettorato. Per la Casa Bianca non è solo una sconfitta locale, ma strategica. E’ il lavoro organizzato il grande sconfitto, e con esso è stata scalfita anche la principale fonte di finanziamento del Partito Democratico. Basti pensare che, nel 2008, i sindacati avevano speso 400 milioni di dollari per sostenere la candidatura di Barack Obama. Erano tutti soldi attinti dalle buste paga degli impiegati pubblici, dollari dei contribuenti americani, dunque. Con le riforme di Walker nel Wisconsin, questo ciclo è stato interrotto, almeno in quello stato. E i progressisti, adesso, temono di veder crollare tutta la loro struttura.

“E’ una vera crisi istituzionale per i sindacati e per i Democratici – ammette a denti stretti Tom Hayden, di “The Nation” – la più grande sconfitta dai tempi dei conflitti degli anni ’60 (…) la fonte principale del finanziamento delle campagne dei Democratici, il lavoro sindacalizzato, rischia di estinguersi e non è in vista alcuna alternativa”. Almeno su questo fronte, Obama non può più permettersi di “vincere facile”. Poi, si sa, il futuro riserva sempre molte sorprese.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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