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Oltre il territorio, con le idee si fa politica in Italia anche dall’estero

– Esiste una contraddizione in termini tra vedere “l’estero” nel proprio futuro e voler fare politica nel proprio Paese? Secondo una certa vulgata, giovane fuori e marcescente dentro, la risposta non può che essere positiva.

È questa la vulgata di chi con una mano predica che i giovani diventino protagonisti della vita politica e con l’altra è ben contenta di tenerli separati dal mondo in recinti ermetici sordi agli stimoli esterni. Di chi da un lato decanta la “gioventù per amor della gioventù” e dall’altra ammonisce con la retorica del lavoro sul territorio chi cerca di esprimere il proprio potenziale in un modo che superi il mero – seppur essenziale – banchetto. Figurarsi, quindi, per chi nemmeno volendo potrebbe mettere un piede sul tanto decantato territorio.

È questa una visione legittima o sensata? Evidentemente no.

Chi decide di passare un periodo all’estero è il più delle volte oggetto di un’infinita teoria di reprimenda. A meno di non essere uno scienziato titolare di un’innovativa ricerca contro il cancro si diviene alternativamente un fuggiasco, un privilegiato e, in generale, un traditore del bene comune. Avete scelto di abbandonare il Paese al proprio destino privandolo della possibilità di spremere le vostre speranze fino all’ultima, come osate lamentarvi o proporre cambiamenti? Cosa ne sapete voi, sostiene il tronfio politico sprofondato in uno studio televisivo, dei sacrifici dei nostri giovani? Come osate criticare le misure del Governo, voi culattoni liberisti scappati ad insegnare negli USA?

Probabilmente, chi si fa portavoce di questo sentire – purtroppo comune, a leggere determinati commenti a Solferino 28 sul Corsera – ignora cosa materialmente voglia dire andare all’estero. Dal perdere ogni rete sociale, al doversi re-inventare di giorno in giorno. Dal maledire un sistema scolastico che vi ha reso degli analfabeti nelle lingue estere a trovarvi a rappresentare – e giustificare – vostro malgrado, i vizi di un intero Paese. Certo, ogni esperienza è individuale e di sicuro non si può scadere nella retorica di chi fa di tutti i bamboccioni un fascio puntando il dito verso chi materialmente non può permettersi il costo di uno spostamento. Certo, le occasioni abbondano, ma rimanendo al mio caso specifico – un breve periodo negli Stati Uniti e poi un anno di lavoro passato tra Belgio ed Armenia – senza il supporto materiale di una famiglia disposta a scommettere sulle mie capacità, difficilmente avrei potuto sostenere i costi economici di questa esperienza. Certo, forse avrei trovato altri lavori – in nero probabilmente – ma questo sarebbe andato a detrimento di un aspetto fondamentale nella vita in un nuovo paese, ossia l’incontro e il confronto con persone e culture provenienti da tutto il Mondo. Perché è solo tramite il confronto che si iniziano a vedere le peculiarità nazionali in un’altra ottica e, soprattutto, si matura la convinzione che molte cose debbano essere cambiate.

Innanzitutto si ridimensiona il concetto quasi mistico dell’ “estero” come un paradiso terreste in cui miele, latte e soldi vi scorrono addosso per il semplice fatto di essere giovani e laureati. Ogni paese ha i suoi problemi e in ogni nuovo paese si è degli alieni. Si torna, quindi, ad apprezzare alcune caratteristiche dell’Italia molto più di quanto non lo si sarebbe potuto fare rimanendosene a casa ma, ugualmente, si diventa intolleranti verso altri aspetti. Ad esempio, i diritti civili negati da chi spaccia la propria chiusura mentale come una peculiarità storica che caratterizza il Belpaese. O uno Stato che, dopo avervi “regalato” un sistema universitario paleolitico incapace di attirare cervelli dall’estero per – tra le tante cose – mancanza di corsi in lingua inglese, vi scarica addosso la retorica bambocciona senza aver ritegno di non retribuire gli stagisti impiegati nella Pubblica Amministrazione. O che sproloquia di merito e competenza ma non si fa remora alcuna a mantenere inalterato il valore legale dei titoli di studio, il sistema baronale di reclutamento del corpo docente e di vedere come un enorme tabù una revisione del mercato del lavoro che renda più flessibile un Sistema-Paese ormai al collasso. Uno Stato, insomma, che mangia il vostro futuro dandovi in cambio briciole di retorica.

Allora, malgrado non si creda alla possibilità che l’Italia cambi radicalmente nel giro di una generazione, la passione per l’impegno civico e politico permane. Perché esistono fortunatamente contenitori come Libertiamo che non sono solo sigle, ma sono persone animate da una passione che può esser coltivata a dispetto di ogni distanza territoriale. Persone disposte a mettersi in discussione anche politicamente se credono che sia arrivato il momento di contare più di zero e persone che, lavorando nel privato, non hanno interesse a conquistare una poltroncina quanto semmai a ridurre il peso della burocrazia a picconate per lasciare spazio al singolo.

Parlo di Libertiamo perché è una realtà che conosco e che ha dato a molti miei coetanei l’opportunità di vedere le proprie opinioni considerate e trattate in maniera paritaria. Ma la speranza è che tutte quelle associazioni che si riconoscono nei valori liberali possano unire le forze per dar vita ad un soggetto veramente riformista. Un soggetto capace di attirare alla politica quei giovani che, proprio all’estero, stanno sviluppando quelle competenze e quelle eccellenze di cui un giorno il nostro Paese potrà beneficiare. Giovani che, magari, gradirebbero tornare a vedere l’estero come una volontaria occasione di sviluppo personale e non come una costretta necessità di fuga.



Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

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