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La Legge, non la legislazione, contro la corruzione

– Al tempo di Berlusconi tutto era più semplice. I “liberali” erano da una parte, dall’altra i comunisti. Da un lato i garantisti, dall’altro i manettari. A destra l’Italia migliore, a sinistra quella peggiore, conla Cgil e i dipendenti pubblici.

Finito quel tempo, tutto è divenuto più difficile. E anche più serio, diciamo la verità. Perciò è bene che riprendiamo a discutere seriamente di cose serie.

A cominciare da quella che ritengo essere la prima emergenza di questo paese, cioè la legalità, un principio non riducibile all’ordalìa politica tra le opposte bande di presunti garantisti e puri giustizialisti, e neppure a una mera questione di polizia e ordine pubblico, dal momento che esso è l’assioma costitutivo di un corretto disegno del rapporto tra Stato e cittadini.

Chiarirsi intorno al significato del principio di legalità non è perciò affare di e per giuristi, ma è la più politica delle operazioni, perché ad esso è sottesa una petizione di principio politico, e cioè l’affermazione dell’ideale di libertà.

La Legge, con la maiuscola, è il presidio che fin dall’antica Grecia  ha difeso gli  individui contro la minaccia di un male ingiusto, che provenga dalla mafia, da privati, ma soprattutto dallo Stato.

Ripristinare la legalità in questo Paese dovrebbe essere inoltre la prima delle riforme economiche da fare.

Non è un caso che un prestigioso Indice di libertà economica, quello che ogni anno pubblica la Heritage Foundation, collochi l’Italia al 92 esimo posto, tra i paesi “mostly unfree”, punendola particolarmente sotto la categoria Rule of law, dove raccogliamo punteggi simili a quelli della Colombia dei narcotrafficanti, soprattutto per quanto riguarda la libertà dalla corruzione (per la cronaca, la nostra posizione complessiva in quell’indice è tra l’Azerbaijan e l’Honduras).

Fino ad oggi, come direbbe Bruno Leoni, abbiamo costruito un ordinamento a breve termine, in cui la certezza del diritto si riteneva passasse, sufficientemente, dalla forma scritta delle leggi. Non importa quanto in fretta una norma può essere sostituita da un’altra, basta che sia scritta.

E’ stato così che è stato possibile, per esempio, fare un patto con gli scudati e rimangiarselo tre mesi dopo, oppure illudere le persone che avrebbero potuto permettersi di andare in pensione a 58 anni e poi spostargli la soglia a 65 anni.

E’ il medesimo principio. Si usa la legislazione (che è nemica della Legge) come strumento per guadagnare il consenso di un gruppo sociale a scapito di tutti gli altri, e quando quell’equilibrio politico perde, semplicemente si fa un’altra legge che lo muta a vantaggio di altri gruppi. Il risultato è un Paese poco credibile, mai riformato, con capitale sociale sfibrato e in pieno declino economico, civile, morale.

Ripristinare la legalità, oggi in Italia, significa anzitutto riguadagnare spazi di libertà a scapito dello Stato e delle rendite di posizione.

Ripristinare la legalità, oggi in Italia, significa restituire la libertà negoziale dei contribuenti, ai quali non si può dire che possono scegliere la via che minimizza il carico fiscale fino a che un giudice non decida che hanno abusato di un diritto.

Ripristinare la legalità, oggi in Italia, significa rompere il meccanismo criminale secondo cui uno Stato vorace risarcisce con l’illegalità dell’evasione l’illegalità del proprio prelievo tributario, continuando ad ammazzare i redditi da lavoro e da impresa, cioè chi rispetta le regole.

Ripristinare la legalità, oggi in Italia, significa equiparare la licenziabilità degli statali con quella dei lavoratori privati, e non consentire che attraverso i reintegri un giudice possa intromettersi nella libertà economica di chi fa impresa.

Ripristinare la legalità, oggi in Italia, significa falciare la spesa pubblica, abbattendo tutti i fenomeni di corruzione che in essa si annidano e approvare, oggi stesso, una norma che protegga i cittadini dalle conseguenze, civili, politiche ed economiche, derivanti dai comportamenti corrotti di ufficiali pubblici e di governo.

Ripristinare la legalità, oggi in Italia, significa depenalizzare le droghe leggere e abolire quasi del tutto la carcerazione preventiva, perchè in carcere ci si va solo per condanne definitive, e ci si sta da cittadini di uno Stato democratico.

E’ urgente costruire un Paese in cui legge e ordine siano presidi di libertà e fiducia e non il sottotitolo di una brutta fiction poliziesca.

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

2 Responses to “La Legge, non la legislazione, contro la corruzione”

  1. fabrizio scrive:

    Bravo Scudiero…. un ottimo articolo che centra il problema della legalitá.
    Diverso é, purtroppo, trovare una soluzione ed utopico sarebbe pensare che questa classe politica possa fare riforme in tal senso (vedi perdurante lottizzazione delle cariche, riciclo dei “trombati” e “protezione” della casta dalle azioni della magistraura). Tuttavia, i successi del movimento 5 stelle mi fanno pensare che la coscienza di molti italiani si sta risvegliando dal torpore clientelare e, forse, parafrasando Cat Stevens, potremmo dire: “This IS THE time to make a change…”

  2. Paolo scrive:

    Bene, Lucio.
    Piccola nota su un argomento che mi sta a cuore, da te citato en passant.

    Nel privato chi licenzia lo fa (anche) per tutelare il suo legittimo interesse alla redditività della sua impresa.

    Nel pubblico, il dirigente che licenzia non ha alcun vantaggio, mentre in caso di reintegro del licenziato ha l’obbligo di risarcire personalmente il danno al dipendente. E’ chiaro che così nessun dirigente si sognerà mai di cacciare nemmeno il peggior fannullone. Si limiterà, eventualmente, a ridurre la pianta organica mettendo un anonimo “1” nella colonna dei soprannumero, e attendere la mobilità o il pensionamento del parassita.

    La soluzione? in genere diffido dai semplicismi, ma qui davvero basta un piccolo comma che attribuisce all’ente, e non al dirigente, l’onere dell’eventuale reintegro.

    Ma non mi risulta che ci sia alcuna proposta di legge in tal senso, neppure da FLI!

    Spero di sbagliarmi, ma finché non vedo proposte concrete sono autorizzato a pensare che l’attuale classe politica attuale sia più interessata alle piccole rendite elettorali che derivano dal “dagli allo statale” (e dalle sue varianti altrettanto populiste: “dagli all’evasore”, “dagli alle multinazionali”, “dagli al tassista”…) che all’ammodernamento del nostro Paese.

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