Forse ci salverà la Merkel, non il luogo-comunismo contro Berlino e Bruxelles

di CARMELO PALMA – Ieri Monti ha censurato le parole del ministro delle finanze austriaco, Maria Fekter, secondo cui anche l’Italia, dopo la Spagna, potrebbe avere bisogno di aiuto finanziario da parte di Bruxelles. “Commenti inappropriati”, ha detto il capo del governo italiano, che ha ribadito la fiducia nelle istituzioni europee: “L’Ue ha capito che servono decisioni importanti per garantire la stabilità finanziaria dell’eurozona con tutti gli strumenti”. E ha poi convocato a sorpresa i leader delle forze politiche di maggioranza a Palazzo Chigi, prima di riferire oggi alla Camera del vertice europeo dello scorso 23 maggio e (presumibilmente) del prossimo Consiglio europeo, previsto per fine mese a Bruxelles.

Attorno alle “parole inappropriate” e alle “decisioni importanti” non ruotano solo le intemperanze e le responsabilità europee. Anche la credibilità italiana  –  non del governo, dell’Italia –   passa dalla capacità di dire e di fare la cosa giusta da parte di un sistema politico che delle cose giuste non riesce a darsi per inteso e sembra avere con l’esecutivo, senza grandi differenza tra maggioranza e opposizione, un rapporto del tipo “mors tua, vita mea”.

Se l’Italia rischia di pagare a caro prezzo gli interventi dei ministri dell’eurozona, rischia di pagare assai più pesantemente il delirio revanchistico di un parlamento sbandato, in cui forze politiche più morte che vive pensano di salvarsi la pelle facendola al governo e di guadagnare il favore degli elettori sacrificando i ministri più antipatici, cioè i migliori,  alla “simpatia” autoassolutoria del senso comune.

Non crediamo che la liturgia istituzionale del “caminetto” – l’ultimo, ieri sera – e il sostegno obbligato al premier prima dei suoi “viaggi della speranza” a Bruxelles o a Berlino cambino la disposizione e lo spirito di partiti – in primo luogo il PdL, a seguire il Pd, in coda la gran parte degli altri – che hanno già programmaticamente impostato la propria campagna elettorale del 2013 contro Monti (e la Fornero) e non sembrano né intenzionati né in grado di cambiare  registro.

In Italia sembra essersi inaugurata una dialettica istituzionale, in cui il Governo deve fare, ma il Parlamento può disfare, all’esecutivo è chiesto di eseguire e al legislativo invece di pretendere, ma non di spiegare il “come” della “cosa” pretesa. L’abitudine a dissimulare il doppio gioco nella prosopopea vittimistica rimane, con ogni evidenza, un carattere nazionale. Giochiamo così con Bruxelles (e con Berlino) da più di vent’anni e, malgrado l’impegno di Monti, che garantisce poco per l’oggi, ma niente per il domani, è ragionevole che neppure la prospettiva di un big bang dell’Unione e dell’euro vinca la diffidenza tedesca e “protestante” per l’inclinazione mediterranea all’azzardo morale.

E’ possibile che la crisi dei debiti sovrani nell’area euro non sia, come pretendono i “paesi formica”, solo l’esito dell’indisciplina fiscale dei “paesi cicala”. Ed è assai probabile che il moralismo finanziario in cui il governo tedesco è intrappolato sia ormai poco più di una maschera di scena. Anche la Merkel è in una condizione di clamoroso conflitto di interesse e – come Alfano o Bersani – tiene comprensibilmente più all’uovo delle elezioni politiche 2013 che alla gallina della costruzione europea. Mentre però le impuntature tedesche possono alla fine servire a qualcosa, il chiagni e fotte della politica e dell’antipolitica italiana non serve, nella migliore delle ipotesi, a niente, e nella peggiore garantisce un robusto pretesto all’indisponibilità europea.

Ridotto ai fondamentali, lo scambio tra gli stati che da un meccanismo di garanzia comune, comunque congegnato, sugli eurodebiti sovrani hanno (oggi) molto da perdere e quelli che invece hanno (non solo oggi) tutto da guadagnare è basato in fondo sull’idea che non si possa porre al riparo l’euro e il mercato comune dal rischio di fallimento, senza che da obiettivi di convergenza finanziaria tra i paesi membri si passi a meccanismi di integrazione politica e fiscale. L’Europa è istituzionalmente too small not to fail.

Le cautele nazionalistiche di Berlino, che vuole controllare i bottoni della politica fiscale dell’eurozona, prima di condividerne i rischi finanziari, potrebbero portare verso “più Europa”. E alla fine potrebbe essere proprio la Merkel a “tenere in Europa” la politica italiana, che sembra esserne già moralmente uscita e che si intruppa dietro a chiunque dia voce alle recriminazioni “luogo-comuniste” contro Berlino e Bruxelles e le sue quinte colonne a Palazzo Chigi.

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Twitter @carmelopalma


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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