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Salviamo il soldato “panda” dallo Stato

– Testo dell’intervento tenuto alla Domus Talenti per Zeropositivo, sabato 9 giugno

Volevo parlarvi dei panda. I panda mangiano solo bambù, e si riproducono solo nelle foreste di bambù. Poco adatti all’ambiente in cui vivono, rischiano di estinguersi. I liberali hanno gli stessi problemi, ma i panda almeno hanno gli occhi teneri e la gente pensa: “salviamoli dall’estinzione”.

I liberali si illudono che con il dialogo sarà possibile convincere il privilegiato – forestale calabrese, grand commis, professionista, deputato – a rinunciare ai suoi privilegi. “Purtroppo nella storia è un fatto assodato che i gruppi privilegiati raramente rinunciano ai propri privilegi volontariamente”, diceva però un noto cinico nichilista disfattista sfascista, Martin Luther King.

Nel 1994 la rivoluzione liberale sembrava alle porte. Speravamo che la nostra insipienza potesse essere compensata dal carisma (e dai soldi) di Berlusconi. Oggi la lotta è ancora tra il vecchio potere cinico dello status quo e il nuovo potere populista dei grillini, e i liberali non sono ancora scesi in campo.

Guardiamo in faccia il problema: gli italiani sono incapaci di cooperare per difendersi dallo stato. Vittime di un ‘paradosso del prigioniero’, scelgono la salvezza individuale, attraverso l’elusione regolativa e l’evasione fiscale, piuttosto che lottare contro un apparato statale corrotto, arrogante, invadente, incompetente.

Il servilismo ha radici profonde. Agli italiani basta che l’odiato vicino abbia paura di Equitalia per sentirsi soddisfatti. “Si dice che il potere corrompa”, diceva Eric Hoffer, “ma anche la debolezza corrompe.”

Non c’è neppure consapevolezza che il conflitto non è tra ‘destra’ e ‘sinistra’, cioè su chi deve andare al potere, ma sul rapporto tra lo stato e i cittadini. I liberali dovrebbero spiegare che i nemici più agguerriti degli italiani sono trincerati nella politica e nell’amministrazione.

Dovremmo diffondere la cultura economica.

Dovremmo avere un programma: non basta “meno spesa”. Dobbiamo sapere chi sono i nostri esperti, e, se non ne abbiamo, formarli. Decine di gruppi di poche persone che lavorano su temi diversi potrebbero bastare, se lavorano bene e si coordinano. Parafrasiamo Mao: “Lasciamo fiorire mille nerd”.

Dovremmo fare una Wikipedia delle politiche liberali. Un riferimento per tutti, che riassuma i contributi meritevoli di tutti, che alzi la qualità delle argomentazioni.

Dovremmo delegittimare moralmente ed intellettualmente lo stato onnipotente, fonte di squilibri ed iniquità, spiegando che limitare il potere è nell’interesse di tutti, la spesa pubblica non serve che in parte al pubblico, e la legislazione è incompatibile con la giustizia, l’equità, e l’efficienza.

Dovremmo fare rete. Organizzarci per raggiungere le vittime del sistema politico: giovani, consumatori, risparmiatori, disoccupati, contribuenti, produttori oppressi dal fisco, dalla legislazione e dalla burocrazia.

Dovremmo convincere gli italiani a non piegare la schiena di fronte alla politica, e che un posto alle Poste per il figlio non serve se il paese finisce come la Grecia.

Coloro che vivono di privilegi e prebende sono probabilmente oltre la metà degli italiani. Ma la capacità di azione collettiva è un moltiplicatore di forze in grado di piegare anche la maggioranza. Ogni giorno ci riescono lobby minuscole: i liberali non ci riescono anche per insipienza politica.

Per superare il ‘paradosso del prigioniero’, per cui non esistono incentivi che indirizzino ognuno verso l’obiettivo comune a tutti, occorre produrre beni utili. Se si produce un bene privato per i membri, diceva Mancur Olson, si creano incentivi a contribuire al bene pubblico.

Un network di contatti con imprese e professionisti, seminari di cultura politica ed economica, aiuti bibliografici per studenti, outlet per pubblicazioni, una Wikipedia di dati e analisi di policy sono valore aggiunto in grado di interessare persone e aggregarle.

Ricordiamo, con Richard Cornuelle, il terzo settore: Hamas deve il suo supporto non alla sua ideologia nichilista, ma al suo “stato sociale”. Tempo fa avevo sentito di corsi di riqualificazione professionale, ad esempio.

È tempo di spostare la guerra allo statalismo dall’arena politica, dove parte avvantaggiato, alla società. Insegniamo il jujitsu agli italiani, per difendersi dalla politica e dalla burocrazia. Ci serve Chuck Norris, non Pico de’ Paperis: al liberalismo italiano manca un M. L. King.

Togliamoci dalla testa che siamo pronti. Ci vorranno anni, se troveremo la giusta strategia, per creare, da zero, una rete e una cultura liberale capaci di fungere da contrappeso allo stato.

Togliamoci dalla testa che sarà facile. Le idee non servono quando chi ha il potere di metterle in pratica non ha interesse a farlo.

Togliamoci dalla testa l’idea di convertire i privilegiati. Dobbiamo toglier loro l’appoggio passivo dei più.

Togliamoci dalla testa che i nostri problemi richiedano un’aspirina. Il declino di un paese ha radici profonde nei meccanismi della politica e nella nostra cultura politica.

Dirigiamo i nostri sforzi verso il duplice obiettivo di proporre soluzioni pratiche, ed insegnare agli italiani a difendersi dallo stato.

Insegniamo al paese cosa è la cooperazione. La battaglia politica non si combatte nei palazzi, dove sono concentrati i nostri avversari, ma nella società, dove si concentrano le loro vittime.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

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