Prima dobbiamo capire chi siamo, poi possiamo decidere dove andiamo

– Quando si fa ricerca, ci si scontra col problema della validità dei dati raccolti.
Una delle domande da questionario in cui questo problema diventa quasi invalicabile è un “classico” dei test di politologia: “In una scala da destra a sinistra, colloca la tua auto-valutazione politica”. In pratica, si chiede all’intervistato di auto-definirsi “molto di sinistra”, “di sinistra”, “di centro”, “di destra” o “molto di destra”. La scala solitamente ha cinque step, ma può anche essere un continuum.

Solitamente, anche per controllare la risposta, si chiede anche, in una seconda domanda, per quale partito voterebbe ora l’intervistato o per quale partito ha votato alle ultime elezioni. Già incrociando le due risposte si ottengono talvolta risultati inaspettati; comparando le risposte di più intervistati, i risultati non di rado rasentano un’apparente incoerenza.

Si tratta di un semplice test che può essere replicato da tutti, ad esempio presso amici o parenti; dimostra, dal punto di vista metodologico, che nelle scienze sociali i concetti non sono facilmente riducibili a definizioni standard valide per tutti (e dunque che le tecniche quantitative risultano spesso insoddisfacenti a interpretare i fenomeni). Per quel che c’interessa, dimostra che i concetti di “destra” e “sinistra” sono molto meno univoci di quanto ci si aspetti. Basti pensare ai due volumi su destra e sinistra di Bobbio e Veneziani degli anni ’90 (il secondo in risposta al primo), o al più antico Prezzolini, per comprendere come da una parte destra e sinistra siano concetti dinamici, destinati a evolversi nel tempo, e dall’altra parte come, anche se fotografati nello stesso momento, assumano diversi significati a seconda del “fotografo”.

Per questa ragione non mi appassionano tali etichette, che però fanno parte del senso comune con cui le persone ragionano, dunque non possono – mi rendo conto – essere totalmente eluse dal dibattito politico. E proprio in queste settimane – soprattutto a destra – c’è un grande parlarne, dovuto alla crisi del Pdl e in misura minore a quella di Fli. Crisi diverse ma concomitanti e dunque in grado di aprire a scenari davvero nuovi.

Una ipotesi di lavoro, per ora alle prime fasi, è che la destra si ri-unisca in un solo nome. Ne ha parlato Veneziani sul “Secolo”, ha risposto entusiasticamente Storace, hanno fatto capire di essere interessati alcuni pidiellini ex-An e anche alcuni dirigenti di Fli, seppure meno enfaticamente. La destra è però una categoria, per le premesse di cui sopra, su cui occorre prima intendersi. L’errore più drammatico – di fronte all’antipolitica serpeggiante – è quello di riproporre parole senza dar loro un contenuto. Ne scriviamo perché anche in Futuro e Libertà s’annida l’evidente tentazione di riproporre una destra del passato, non si capisce bene quale, pur di tornare a parlare “a destra”.

Eppure sarebbe sufficiente leggere il manifesto di Fli per capire la direzione in cui il partito nato nel 2010 desidera andare. La direzione è indubitabilmente quella del liberalismo. Purtroppo anche questa è una etichetta facilmente applicabile a pensieri molto diversi tra loro. Per intenderci bene, possiamo rifarci alla “definizione minima” di Stefano Petrucciani (“Modelli di filosofia politica”): “il nocciolo del liberalismo è: primato dei diritti individuali, limitazione del potere pubblico, rifiuto del paternalismo”. Tra i partiti di centro-sinistra, come il Pd, s’annidano posizioni diametralmente opposte a questa base minima: basti pensare a Stefano Fassina. Ne viene, quasi spontaneamente, la necessità di riproporre almeno questo liberalismo di base presso gli elettori che vengono spesso definiti “moderati”, anche se nello Stato iper-burocratico e iper-controllore non c’è niente di “moderato” nel propugnare un’opposta visione, in misura antitetica al progetto di introdurre più Stato (che significa, volenti o nolenti, più burocrazia) per risollevare le sorti di un Paese alla deriva non solo finanziaria.

Dopo, e solo dopo avere chiarito esattamente “chi siamo”, potremo passare al passo successivo, cioè decidere “con chi andare”. Non può essere un passaggio concomitante o addirittura precedere la propria definizione di sé. Entrano in gioco allora questioni di tattica politica oltre che di strategie complessive sulla comune visione del Paese e del suo futuro. Tattiche e strategie non possono ovviamente prescindere da come si ridisegnano gli altri partiti, non solo il Pdl ma anche il Pd: in entrambi i soggetti è in atto un dibattito interno molto acceso e plurale.

Ecco perché è preferibile, ora, concentrarsi sui contenuti e non sulle possibili alleanze. Che dipendono moltissimo anche da “quale Pd” e “quale Pdl” emergeranno nei prossimi mesi. Senza dimenticare che l’obiettivo da porsi, piuttosto che quello di navigare entro un’etichetta o un nome, dovrebbe essere quello di cambiare un Paese che amiamo sempre, ma che allo stato attuale non ci piace granché.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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