Una politica in cerca d’autore

– Lo schizofrenico alternarsi di movimenti frenetici ma disarticolati e di lunghe fasi di attesa, vuote perché subite e non scelte, costituisce, probabilmente, la migliore dimostrazione dell’impotenza della politica italiana, intesa nel suo complesso, di fronte al declino inarrestabile. In quei movimenti senza ratio, quasi riflessi incondizionati, è il rantolo finale dell’animale agonizzante. Dalla mente di chi ha ormai perso coscienza e procede, incerto, tra ricordi del passato e frammenti del presente emergono schegge di pensiero. Quà e là, dall’universo dei partiti, grandi e piccoli, dalla pletora di politici di primo e secondo piano, di ambito nazionale e locale, si riconoscono spunti significativi. Ma rimangono tali. Tags che non vengono prima scomposti e poi selezionati. Che non diventano nulla perché manca la capacità di costruire un discorso partendo da lì. Manca chi abbia la capacità di decifrare, di costruire partendo dalle parole. Come nel film del 1994 di Tornatore, Una pura formalità, nel quale il protagonista Biagio Febbraio racconta che il suo più grande capolavoro è nato dagli appunti che gli aveva donato un suo amico barbone, Onoff. Un’infinità di parole, scritte una vicina all’altra, su migliaia di fogli. Apparentemente senza alcun legame e per questo, lette e rilette. Inutilmente. Fino a quando, “trovato come metterle insieme”, ne è uscita, quasi naturalmente, una melodia. Un romanzo irraggiungibile. Un capolavoro.

Ma la politica italiana deve ancora trovarlo il suo Biagio Febbraio. Anzi, ancora prima, va cercato un Onoff. Chi possa esserlo appare difficile affermarlo. Tra il nuovo che avanza e il vecchio che arranca, forse non c’è molta differenza. A dispetto dei distinguo di Grillo e dei suoi peones e dei tentativi di affrancarsi di pidiellini in affanno e di pezzi di quasi tutti i partiti alla ricerca di una nuova identità, non esiste futuro. Alcuni giorni fa Bersani, con molta autoironia, rispondendo ad uno dei proclami del leader del Movimento 5 Stelle, ha dichiarato, “Noi semplici uomini siamo quasi tutti morti. Viviamo su quel quasi”. E’ questo il punto. Accertata la gravità della situazione non riuscire a trovare il rimedio. La ricerca del consenso elettorale a breve termine, la paura di scontentare frazioni più o meno vaste del loro elettorato, residui ideologici o interessi personali, lungamente praticati, ora impediscono loro di prendere le decisioni necessarie ad affrontare i problemi di lungo termine che affliggono il Paese. Di adottare quella “vista lunga” di cui tanto parlava Padoa-Schioppa. E di opporsi in maniera efficace al loro accantonamento. Bisognerebbe, forse, prima di tutto evitare di rispondere a domande nuove  con formule vecchie. Perché, intanto, l’Italia brontola, protesta, rumoreggia. Contro i Politici. Contro le caste  che divorano gli avanzi del nostro patrimonio pubblico. Contro la legge elettorale. Contro Equitalia e, più in generale, contro l’eccessivo carico fiscale. Contro il soppresso articolo 18. E’ un Paese contro, quello in cui siamo inquilini, sosteneva all’inizio di marzo dalle colonne del Corriere della Sera Michele Ainis.

Un Paese nel quale la Politica pian piano ha perso confidenza con la quotidianità. Tagliando, uno dopo l’altro, i legami con tutti gli “altri”. Con i tanti mondi che non facendo parte del proprio avevano comunque rapporti, seppure differenti, con esso. A partire da quello della cosiddetta società civile. Ed eccoci, di nuovo, all’assunto di partenza. I tanti tags che non si riescono ad armonizzare, ad esplicitare. La società civile, di questa galassia in continua evoluzione, è senz’altro uno degli elementi più ricorrenti. Non c’è composizione politica sulla scena nazionale che non abbia già provveduto a promettere (o ambisca a farlo) di coinvolgerla, di selezionarla, di farla partecipe di un progetto. Con l’assalto alla società civile, come l’ha definito recentemente Gian Enrico Rusconi in un editoriale su La Stampa, si assiste al tentativo di rivitalizzare un corpo ormai fiaccato. Dell’estremo tentativo di ri-accreditarsi di fronte ad essa, chiamandola a raccolta. Nulla di nuovo, sfortunatamente. E’ una riproposizione di una vecchia formula. Quella della politica dal basso, della base militante che attraverso la partecipazione, le competenze e il merito, può legittimamente ambire a farsi largo nelle oligarchie dei partiti. A conquistare posti di rilievo, spinto dalle proprie qualità. Anzi la nuova proposta, per certi versi, è ancora più allettante. Perché promette spazio (in politica) a chi si è distinto in altri settori della società. Il problema è che la Politica arriva ancora una volta tardi. Invoca l’entrata in scena di un attore che non può farlo. Ci si accorge della società civile nel momento nel quale essa si sta decomponendo. Lacerata e svuotata dal berlusconismo, non supportata da movimenti che nati per opporsi a quella degenerazione non hanno saputo trasformarsi in pars costruens, dopo essere stati pars destruens, quell’aggregazione feconda di pluralità, si mostra dispersa e depressa.

Il vocabolario muta. Mettendo in risalto termini già esistenti, confinando all’angolo degli altri fino a poco tempo fa di uso corrente. Così mentre il “partito” viene messo nel cassetto, diviene un termine quasi impronunciabile, la “società” (civile è una specificazione perfino inutile) cerca di autorigenerarsi, considerato il suo grande appeal. Non diversamente dall’aggettivo “nuovo”, che vive una stagione di splendore.  Rispondendo alla tensione vorticosa verso l’inedito, ciò che si manifesta per la prima volta. Secondo un modello che è proprio dell’attualità. Anche nella politica. Viviamo l’epoca del nuovo. O meglio del Rinnovamento. Tentato ma non riuscito.

Perché l’approccio quasi sempre è errato. Si osserva da vicino quel che andrebbe scrutato da lontano. Si parla quando si dovrebbe tacere. Si utilizzano facebook e twitter, spesso, impropriamente. Si avvicinano persone che l’esperienza dovrebbe consigliare a tener distanti, mentre si lasciano ai margini qualità delle quali sarebbe logico servirsi. Immobili, nelle proprie postazioni, assistono impotenti alla disgregazione di un mondo in rovina. Sperando ancora che prima della “fine” si materializzi un Onoff che sappia scrivere cosa fare. E che subito dopo si trovi un Febbraio che sappia “decifrarlo”. Decisamente un po’ poco per l’Italia futura.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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