Categorized | Economia e mercato

Senza tagli di spesa pubblica, non c’è sviluppo

– La pressione fiscale aumenta, le entrate fiscali no. Non è un paradosso. Semplicemente siamo giunti al punto in cui ogni percentile di pressione fiscale in più, anziché portare più risorse all’erario, distrugge pezzi di economia, incapaci di reggere il peso delle imposte. Le tasse aumentano, le imprese chiudono, il reddito aggregato diminuisce, le entrate fiscali si riducono.

Quello che prima era evidente solo a chi sposava un’impostazione liberista dell’economia, ora è l’evidenza empirica, dei dati, a imporre una svolta. L’altra strada percorribile, onde evitare il default, è un più rigoroso taglio della spesa pubblica.

Il governo procede troppo lentamente e troppo timidamente. L’obiettivo fissato, la riduzione della spesa per 4 miliardi di euro, è risibile se posto a confronto con il dato relativo alla spesa pubblica complessiva e con il suo andamento negli ultimi 10 anni. Quattro miliardi su 800 rappresentano appena lo 0,5% del totale. La spesa da aggredire non può essere solo quella individuata da Giarda, pari a 295 miliardi. Dal 2000 ad oggi, dopo 8 anni di governo Berlusconi (alla faccia della rivoluzione liberale!) e 3 anni di centrosinistra (un anno con D’Alema, due anni con Prodi) la spesa pubblica complessiva è aumentata da 542 miliardi di euro a 800 miliardi di euro. È quindi aumentata mediamente di 23 miliardi di euro l’anno. Anche scontando l’inflazione e gli oneri sul debito, per tornare ai livelli di spesa pubblica del 2000 si deve ridurre la spesa pubblica di 124 miliardi di euro.

Ecco. Questo potrebbe essere un primo obiettivo vero, significativo, capace di riportare il sereno nei mercati finanziari e a rilanciare il paese. Tagliare 124 miliardi di euro di spesa per tornare ai livelli di inizio secolo.

In questi giorni il tentativo di far ripartire la crescita adottando un pacchetto di misure da inserire nel decreto incentivi si è dimostrato velleitario, viste le difficoltà nel trovare copertura finanziaria. I 3-4 miliardi che mancano all’appello dell’erario, complice la crisi e l’insostenibilità dell’attuale pressione fiscale sono una brutta tegola.

Gli spazi di manovra lasciati al decreto legge sono limitati. Quel che il Governo ad oggi può fare è far salve le misure di semplificazione su cui stava lavorando, per oliare i processi di investimento e produttivi.

Un rigoroso taglio alla spesa pubblica è oramai una precondizione a qualsiasi altra azione di politica economica. Una volta ottenuti dei risparmi di spesa, sarebbe un guaio se si dilapidassero con incentivi e sussidi a pioggia, sperando di rilanciare questo o quel settore produttivo (scelta che naturalmente dipende dall’influenza politica che ciascun comparto riesce a esercitare).

I risparmi di spesa vanno cercati ed investiti per ridurre il debito e togliere uno dopo l’altro i balzelli introdotti in questi ultimi anni che hanno bloccato la crescita.

 


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

Comments are closed.